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mercoledì 17 settembre 2014

CATTIVE RECENSIONI

Leggo in una vecchia biografia su Divine un aneddoto splendido:

Harris Glenn Milstead, in arte Divine (“la drag-queen del secolo” secondo il settimanale americano People), aveva sempre recitato in film underground e provocatori, in primis quelli di John Waters, e in spettacoli teatrali d’avanguardia. “Hairspray” era stato il suo primo ingaggio hollywoodiano, oltretutto in un doppio ruolo, uno in panni femminili e uno maschili. Il film viene invitato al festival di Cannes ed esce nei normali circuiti americani (e non nei soliti cineclub o salette di periferia come i precedenti). Divine, abituato a essere ignorato o denigrato dalla critica “seria”, per la prima volta riceve una vera attenzione da parte della stampa, con elogi pressoché unanimi per la sua recitazione. È il momento del successo e della sua consacrazione verso il pubblico mainstream. Gli viene addirittura offerto un ruolo in una sit-com per famiglie, che fornirebbe alla sua carriera la svolta definitiva. Ma, destino beffardo, dopo appena una settimana dall’uscita di “Hairspray” nelle sale, Divine muore per un attacco cardiaco durante il sonno. 
Il giorno del suo funerale, fra le decine di mazzi di fiori giunti da tutti gli Stati Uniti, ce n’è uno inviato da Whoopi Goldberg. Il biglietto dice: “Ecco l’effetto delle buone recensioni”. 


L’ho trovato commovente e strepitoso. 



martedì 22 ottobre 2013

TACCUINITE


Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono i taccuini d’autore. Quando vado in un museo e scopro una teca dove sono conservati i quaderni con gli schizzi e gli appunti dell’artista esposto mi entusiasmo. Se poi i suddetti quaderni includono collages, ritagli, fotografie e piccoli oggetti incollati sopra allora vado proprio in fibrillazione. Da sempre mi affascina l’idea del laboratorio creativo, indagare il processo che porta un artista a realizzare le sue opere e i taccuini corredati da minutaglie rappresentano un po’ l’unica traccia concreta, tangibile, di questo processo. Ma al di là di questa bella motivazione culturale, mi piacciono proprio in sé come oggetti, vorrei averli io a casa, vorrei esporli, vorrei rubarli.


Di recente la casa editrice inglese Thames & Hudson ha pubblicato i taccuini del regista e pittore Derek Jarman, scomparso precocemente nel 1994. Jarman aveva l’abitudine di realizzare quaderni d’appunti per ogni suo film nei quali raccoglieva pagine di sceneggiatura, articoli di giornale, pezzi di stoffa, foto di attori provinati, rametti di piante, lettere, biglietti da visita, banconote straniere, qualsiasi cosa insomma potesse essergli utile per creare l’atmosfera giusta per il suo progetto. 

La lussuosa edizione in volume contiene interventi critici e commenti di personaggi come Tilda Swinton, Jon Savage, Toyah Willcox, Neil Tennant dei Pet Shop Boys, ma è la riproduzione di alcune pagine dei taccuini che lo rende ai miei occhi un libro meraviglioso e irrinunciabile. Da giorni lo sfoglio con gli occhi luccicanti di emozione, e soprattutto indivia. Perché, diciamolo, la verità è che io vorrei, vorrei disperatamente essere in grado di realizzare taccuini così: con quella calligrafia meravigliosa e barocca, con quel gusto per l’impaginazione, con quelle immagini piene di note accanto. Vorrei essere quel tipo di artista. Ci ho pure provato a prendere più volte dei bei quaderni bianchi, delle moleskine, dei blocchi con le pagine setose in carte pregiate, nella speranza che mi inducessero a perseguire questa strada. Ma basta uno sguardo alla mia calligrafia per comprendere quanto l’impresa sia disperata. Desisto, sempre.
Guardo ammirato i taccuini degli altri, come il turista sul molo che fa ciao alla nave in partenza verso posti incantevoli e molto, molto distanti. 

martedì 29 maggio 2012

TORINO E PALERMO


Giovedì 31 maggio, alle 21, sarò a Torino, al Circolo dei Lettori, per presentare il nuovo romanzo di Peter Cameron “Coral Glynn”, appena pubblicato da Adelphi. E’ un romanzo dalle atmosfere quasi gotiche, molto diverso dai suoi precedenti e sarà interessante scoprire da Cameron stesso come mai ha scelto di scrivere un libro simile. 



Da venerdì 1 giugno a domenica 3 sarò invece a Palermo, in veste di giurato per il SiciliaQueerFilmFestival. Il festival del cinema è giunto alla sua seconda edizione e trovate qui il programma completo. Vi segnalo, in particolare, che sabato sera alle ore 20 al cinema Rouge et Noir, piazza Verdi 82, ci sarà un incontro con me e la proiezione dei cortometraggi che ho scritto per il regista Max Croci. Amici palermitani vi aspetto!




sabato 5 novembre 2011

LA KRYPTONITE NELLE SALE

Ieri ho visto il film di Ivan Cotroneo "La kryptonite nella borsa", tratto dal suo romanzo omonimo pubblicato da Bompiani. Mi è piaciuto davvero molto. E' una commedia gentile, che cresce lentamente e che ha un finale bellissimo, uno di quei rari esempi di disvelamento che illumina tutto il percorso narrativo precedente dandogli una prospettiva (e un senso) differente. E con un gusto pop che levati.


mercoledì 28 settembre 2011

TRAILER, NON SPOILER

Comincio ad avere un serio problema coi trailer cinematografici. Da un po' di tempo quando c'è un trailer in tv cambio canale. Non è che non mi interessa il cinema, è che detesto che mi si anticipi troppo dei film che voglio andare a vedere. Se ho un telecomando in mano posso cavarmela, ma quando sono in sala non posso evitarli. Ed è lì che comprendo quanto seria sia la faccenda.

Il modo di intendere il concetto di trailer in questi ultimi anni è cambiato notevolmente. Mentre prima una pubblicità cinematografica giocava sulla suggestione, mostrando frammenti di scene e dialoghi, oggi c'è questa tendenza criminale a condensare in un trailer il succo dell'intera vicenda. Un comodo riassunto affinché lo spettatore sappia già in anticipo cosa andrà a vedere.

Ma, mi chiedo, quale spettatore vuole davvero saperlo in anticipo?

L'altra sera, in sala, ho dovuto subire i trailer di due film verso i quali avevo atteggiamento opposto: del primo non mi fregava nulla, del secondo moltissimo. Il primo era il pseudo-kolossal "The eagle", la cui vicenda mi è stata illustrata nei suoi snodi principali; il secondo era "This must be the place", il film americano di Paolo Sorrentino, del quale fin qui ero stato attento a evitare di leggere recensioni troppo dettagliate o anticipazioni sui blog, perché la trama mi venisse poi spiattellata in faccia in un sol colpo con il trailer-Bignami. Di entrambi i film ora so molto di più di quanto avrei voluto.

Perché mi è stato anticipato tutto questo? Come posso, da spettatore, preservarmi dagli spoiler realizzati dalle case di distribuzione stesse? Come faccio a preservare il mio diritto a essere sorpreso dalle storie che vedrò al cinema?

mercoledì 19 gennaio 2011

CAPIRE IL CINEMA (ALMENO IL TITOLO)

L'altra sera sono andato al cinema a vedere "Hereafter" di Clint Eastwood. Ancora una volta mi sono posto la solita domanda: quante persone, tra quelle presenti in sala, sanno cosa significa il titolo del film? "Hereafter" non è certo una parola comune, anche per chi mastica l'inglese. Ma questo è un problema che la distribuzione italiana ha smesso di porsi da anni. Non so in quanti se ne preoccupino, personalmente mi fa imbestialire. Basta scorrere i titoli dei film usciti nel nostro paese negli ultimi tempi per verificare che il numero di quelli lasciati col titolo originale americano è altissimo: Inception, Somewhere, Bright Star, Skyline, Nowhere Boy, Step up, Jackass, We want sex... E nella quasi totalità dei casi, non sono accompagnati da un sottotitolo che ne traduca il significato, dando quasi per scontato che il pubblico ne sia a conoscenza o, evidentemente, non gli interessi. Una questione paradossale se consideriamo che i film conservano il titolo inglese ma vengono interamente doppiati. Si raggiungono poi vertici di surrealismo quando i titoli originali vengono sostituiti con altri, posticci, sempre in inglese: "The story of us" è ora nelle nostre sale ribattezzato (a cazzo di cane): "American life". Non è l'unico caso: "We want sex" sostituisce l'originale "Made in Daghenam", e potrei continuare con altri esempi.

Mi chiedo: nel caso di Eastwood, che cos'ha che non va un titolo diretto ed evocativo come "L'aldilà"? O davvero "American life" è preferibile al romantico "La storia di noi due"? Che senso ha questa americanizzazione forzata?

Oltre al gusto, c'è anche una pratica questione di comprensibilità. Sono pronto a scommettere che quasi nessuno degli spettatori italiani dell'ultimo 007 abbia la più vaga idea di cosa diavolo significhi "Quantum of solace". Io per primo lo ignoro, sebbene in inglese me la cavi benino. Ma la questione è: perché dovrebbe spettare a me preoccuparmi di tradurre un titolo di un film che pago per vedere?

La cosa mi infastidisce particolarmente con i film per bambini. Perché un bambino italiano dovrebbe crescere pensando che gli eroi delle favole si chiamano Aladdin o Rapunzel e non Aladino e Raperonzolo? Troverei accettabile al limite se fossero portati a conoscere questi personaggi coi loro nomi originali. Ciò che trovo immorale in questo spostamento è che invece li conoscono col nome trasmesso dal mercato americano.

Infatti questo trattamento, è riservato solo ai prodotti made in USA. I film francesi, spagnoli, tedeschi, vengono tutti ribattezzati in italiano.

La distribuzione italiana spesso annulla anche ogni riferimento letterario, per quanto storico e radicato possa essere. L'anno scorso il film Disney ispirato al classico "Racconto di Natale" di Dickens è uscito da noi come "A Christmas carol", azzerando dunque oltre un secolo di onorata presenza in libreria. Idem come sopra per "Alice in wonderland" di Tim Burton.

Voglio chiarire altre due cose: in primo luogo, non sono affatto contrario all'uso dell'inglese in sé. Se il film è tratto da una famosa canzone, da un videogioco, da un evento già noto col suo nome orginale, è comprensibile che lo conservi. Secondariamente, è un bene che ci siamo lasciati alle spalle le terrificanti traduzioni creative degli anni '70 e primi '80, quando "Domicile coniugale" di Francois Truffaut veniva distribuito da noi con l'imbarazzante "Non drammatizziamo, è solo questione di corna" o "Entre tineblas" di Almodovar diventava "L'indiscreto fascino del peccato". Questi sono obbrobbri che vanno dimenticati. Io sto solo parlando di sensate, fedeli, se possibile evocative, traduzioni letterali.

Sarà che sono uno scrittore, e con la lingua italiana ci lavoro. Sarà che la lingua italiana mi sembra bellissima e in questo modo la stiamo svilendo insensatamente. Sarà dunque un punto di vista strettamente personale. Però mi sembra anche che sia in Italia che stiamo vivendo, non nell'Ohio.