lunedì 23 novembre 2015

'tina TRENTA

Il nuovo numero di 'tina, la rivista di narrativa indipendente che curo da una spropositata quantità di anni, è finalmente pronto. Dopo il successo dell’ultimo numero, anche questo esce in versione cartacea, e sempre in edizione limitata.
Moltissime sono le novità che lo riguardano, a partire dal formato: se il precedente era un volumetto extra-pocket, che si poteva contenere in una mano, questo -per reazione- è di grandi dimensioni. Un 'tina formato tabloid che ricorda quello dei quotidiani, realizzato dal genio grafico di Andrea Bozzo.  
L’immagine di prima pagina ancora una volta è opera di un celebre artista, Emiliano Ponzi, uno degli illustratori italiani più affermati in Italia e nel mondo, che con grande generosità non solo ha regalato la cover della rivistina, ma ha anche coinvolto gli studenti del corso di illustrazione che tiene ogni anno per il Mimaster di Milano, rendendo così questo il primo numero di 'tina interamente illustrato. 
Gli scrittori presenti nel numero sono un mix di esordi e affermazioni, e includono i debuttanti Natan Mondin e Walter Comoglio, i nomi già noti di Emanuele Kraushsaar e Giorgio Pirazzini, e un racconto inedito firmato dal cantautore Niccolò Contessa, noto nel mondo musicale come “I Cani”.
Il numero è stampato in sole 200 copie, firmate e numerate, e non ci sarà nessuna ristampa successiva. 
La prima occasione per mettere le mani su questi rarissimi esemplari è lunedì prossimo, 30 novembre, dalle 18 alle 20, all’Upcycle café, di via Ampere 59 (fermata metrò Piola), a Milano. Come da tradizione, non ci sarà alcuna presentazione, né un reading: solo un’occasione per bere qualcosa insieme scambiare due chiacchiere.
Una secondo incontro è in programma per Roma, in data da comunicare, e forse una terza città, ancora da definire.

Intanto, vi aspetto lunedì prossimo.  


lunedì 2 novembre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI: 13 - DANILO DAJELLI (MILANO)



Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria?
Forse ci sono delle cose che ti appartengono e basta. Non è (solo) questione di sogni, ma di mestieri, vocazioni che abbiamo da sempre e che ognuno di noi ha il dovere di trovare per vivere bene. Io, ad un certo punto, non ho avuto dubbi su quello che volevo fare: volevo aprire una libreria. Non solo fare il libraio, ma costruirne, progettarne una mia, pensata e studiata come io immaginavo dovesse essere. Meglio: sapevo che prima dovevo imparare a fare il libraio, poi avrei potuto farlo a modo mio. E quello di Gogol and Company è stato un progetto che è andato avanti per anni prima che potessi vederlo concretizzarsi: un continuo scambio di idee con mia moglie, con amici, con persone di cui mi fido e che hanno visioni del mondo intelligenti, aperte, spesso diverse dalle mie, senza il cui contributo comunque oggi questo posto non sarebbe quello che è.

Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
Penso sia radicalmente cambiato. Oggi il libraio dev'essere soprattutto imprenditore. E questo non significa rinunciare alla figura sociale e culturale che fare questo lavoro implica, ma arricchirla.
Gli spazi in cui è possibile acquistare un libro si sono moltiplicati, diversificati ed espansi, così come sono cambiate le modalità e i supporti di lettura. Se pensi che ci sono distributori di libri nelle stazioni dei treni e che online gli utenti scaricano i libri (più o meno legalmente), per fare un paio di esempi, è evidente quanto il libro abbia radicalmente modificato le proprie forme di diffusione. La libreria, come è stata intesa negli ultimi vent'anni almeno, non esiste più. Come tantissimi altri spazi che hanno caratterizzato la vita sociale italiana negli ultimi decenni.
Ricordo con piacere il commento di un importante antropologo italiano che venne a visitare il nostro spazio a circa un anno dall'apertura. Disse che gli ricordava un'osteria per come la gente si muoveva e si parlava. Qui ci si incontra senza appuntamento, è un luogo in cui vale il termine “passare del tempo” nella sua accezione più ampia, dove puoi rimanere a sfogliare libri seduto su una poltrona, ma anche lavorare con il computer bevendo caffè americano, o trovare qualcuno con cui passare del tempo, conoscersi, scambiare idee e certe volte ritrovarsi. La libreria deve tornare a essere luogo d'incontro, di dibattito, spazio per fermarsi e per vivere esperienze che, nel nostro caso, sono sia letterarie che enogastronomiche. 


So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti?
Non mi è difficile rispondere perché abbiamo lavorato a lungo per fare in modo che il nostro cliente tipo fosse piuttosto giovane, tecnologico, attento non solo e non tanto ai fenomeni mainstream quanto più alle dinamiche underground. Una persona che frequenta questo spazio e che riesce a riconoscere con immediatezza quelli che sono i percorsi che esso offre: legati al mondo dei libri, della letteratura, all'arte, ma anche alle degustazioni di prodotti, o alle attività creative, alle serate musicali o di intrattenimento di vario genere. Una persona però che ci segua anche sul web, che comunichi con noi su tutti i canali possibili, che ci aiuti ad arrivare ad ancora più persone.
A fianco di quello che per noi rappresenta il cliente ideale, c'è un'altra tipologia di cliente importantissimo ed è l'abitante di questo quartiere. Il nostro è uno spazio che si è sempre proposto come presidio e riferimento, del quartiere in primis, poi del resto della città. 
Quello che però, secondo me, fa davvero tornare in questo posto, quello che – con lo stesso meccanismo - fa in modo che io torni in un posto che mi piace, è l'attenzione che ognuna delle persone che lavora qui dentro dedica a ogni cliente. Riconoscere, chiamare per nome, ricordare i gusti letterari di un lettore. Tutti piccoli accorgimenti che permettono di sentirsi accolti, guardati, ricordati,  in un'atmosfera che ha quantomeno le potenzialità per diventare familiare.

Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?
Mi piace riconoscere ma anche essere riconosciuto. Quando passeggio per il quartiere e mi confronto con il panettiere, il fruttivendolo o il parcheggiatore mi piace essere riconosciuto come il libraio. Significa aver lavorato nel modo giusto con le persone del quartiere, aver oltrepassato il mero concetto di “commercio” per diventare “riferimento”. Mi fa sempre sorridere il ricordo del giorno in cui una ragazzina del quartiere è arrivata in lacrime in libreria per chiedere aiuto: il suo cane cucciolo era scappato ed era disperata. Ecco, Giulia che chiede aiuto nello spazio che ogni tanto frequenta, dove era certa avrebbe trovato ascolto e aiuto immediato rende esattamente quello che volevo dire nelle righe sopra.

Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia?
La vittimizzazione della figura del libraio, martoriato difensore della cultura; le librerie da salvare per forza perché sono librerie; li libraio che non arriva a fine mese, nonostante metta l'anima nel proprio mestiere. Sono immagini iper-abusate di questi tempi, come il panda in via d'estinzione, no?
La società è cambiata, il commercio anche. È doveroso aggiornarsi e calarsi nel tempo in cui ci troviamo a vivere. Il nostro è un lavoro di costante ricerca, movimento, studio e aggiornamenti, è un lavoro che nasce dal confronto, dall'attenzione al mondo che ci circonda e alle sue evoluzioni. Con l'umiltà di imparare sempre, la volontà di  cambiare, quando necessario.

La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente?
Qual è il mio lavoro, per esempio. O se è possibile sedersi su una delle poltrone sparse nello spazio. O se si possono leggere o sfogliare i libri. Se il cibo proposto è gratis o va pagato. La costellazione di manifestazioni umane in uno spazio come il nostro è infinita e allo stesso tempo curiosa, alle volte insopportabile. Fa parte dei giochi, ammetto che spesso è anche divertente.

Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio?
Ricordo con orgoglio quando fui invitato a raccontare l'esperienza di Gogol & Company all'interno della Scuola librai UEM. Dal banco alla cattedra nel giro di qualche anno.  Ci eravamo riusciti, Gogol & Company era diventata una realtà consolidata, adatta ad essere raccontata a chi condivideva la stessa vocazione, un progetto simile, magari presto ancora più evoluto.

Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/ alla tua città? Perché?
Se così non fosse chiuderei immediatamente il nostro spazio. Sono uno di quei milanesi insopportabili che si lamentano di tutto e tutti. D'inverno voglio il caldo e in estate il freddo.
Quando giro per il quartiere dove vivo e lavoro sono pretenzioso, spesso inorridito ma altrettanto spesso entusiasta. Voglio capire, partecipare, consigliare. 
Il nostro spazio ha contribuito molto alla crescita del Giambellino, che peraltro è una zona della città in totale e aperta trasformazione: la novità di Gogol & Company è stata immediatamente percepita dalla comunità come quasi necessaria. 
Prima di noi non c'erano librerie, nella piazza pedonale dove siamo collocati ci sono ancora almeno metà degli spazi commerciali vuoti, invenduti. La sicurezza sulla piazza e sulla strada è data dalle luci degli spazi come il nostro o come la pizzeria che abbiamo di fronte. Luce=presidio.
Vorrei, nella mia città ideale, uno spazio come il nostro in tutti i quartieri, magari aperto 24 ore al giorno, ognuno con una declinazione particolare, figlia del quartiere che lo ospita.
Utopia per ora, nel futuro chi può dirlo... 

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
Il riconoscimento di cui parlavo prima mi sembra un concetto da non sottovalutare. Nell'epoca dell'iper-edonismo, della virtualità (anche e soprattutto sociale) in cui mostriamo tutti gli aspetti del nostro vivere come istantaee, come post, come banner flashanti, l'essere salutati e ospitati può essere un valore prezioso. Sembra che leggere sia una caratteristica sempre meno pretesa ai colleghi della grande distribuzione. Per consigliare letteratura temo sia imprescindibile leggerne almeno un po'.

Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro?
Quando ci appassioniamo a una lettura cerchiamo di condividerla con l'intera comunità di Gogol & Company. E adesso iniziamo a essere in tanti, nella comunità. Se piace un libro e tutti lo leggono significa venderne centinaia di copie, e mi pare di capire che possano essere numeri interessanti. 
I due esempi più recenti ci parlano di “Benedizione” di Haruf e di “Atti Osceni in luogo privato” di Missiroli come piccoli casi editoriali a casa nostra. Grandi vendite per due titoli non esattamente commerciali.

Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività?
Gogol & Company è una sorta di comunità. Mia figlia legge seduta in un angolo dello spazio, io e mia moglie e tantissimi amici lavoriamo sodo per far vivere il luogo che amiamo, leggiamo libri e beviamo birra. Siamo privilegiati e la mattina quando mi alzo ho voglia di lavorare e cominciare la mia giornata tra i libri.

Gogol and Company
via Savona 101


Milano

martedì 27 ottobre 2015

AUTOBIOGRAFIA DI UN LETTORE - FRAMMENTI (4)

In una celebre canzone degli anni '80 l'artista multimediale Laurie Anderson cantava: "Language is a virus from outer space" (il linguaggio è un virus che arriva dallo spazio). La frase non è sua: è una citazione dal romanziere William S. Burroughs, uno dei padri della beat generation. Suona come un proclama visionario e fantascientifico, ma non è del tutto folle: ci sono ancora diversi punti oscuri nelle teorie del linguaggio e forse l’ipotesi del virus alieno potrebbe avere una sua remotissima plausibilità. 
Dal mio punto d’osservazione posso affermare che la stessa teoria si può applicare alla lettura: leggere è un virus, che si propaga per contagio. 
Se provate a fare due chiacchiere con gli insegnanti, soprattutto delle scuole primarie, vi racconteranno che la pratica della lettura è drammaticamente assente in molti alunni. I pochi che sono abituati provengono da famiglie con genitori di grado culturale elevato, che hanno educato i propri figli alla lettura. Del resto è difficile immaginare che un bambino venga spontaneamente attratto dai libri se non ha mai visto i propri genitori prenderne in mano uno. 
Io so perfettamente di aver cominciato a leggere per pure ragioni imitative: vedevo i miei genitori farlo e ne ero invidioso. Non provengo da una famiglia agiata. Sia mio padre che mia madre hanno un'estrazione molto proletaria. Nessuno dei due ha proseguito gli studi dopo le scuole medie, che ai loro tempi venivano denominate "scuole di avviamento professionale", già alludendo nell'intestazione al loro ruolo di passaggio tra l’istruzione dell’obbligo e l’inserimento nel mondo del lavoro. Non poter proseguire gli studi ha rappresentato una frustrazione enorme, per mio padre in particolare. Si trattava di un'ingiustizia sociale che lui percepiva come ancora più intollerabile considerando che al paese l'unico ad aver potuto usufruire di un'educazione superiore della sua generazione era il figlio di un medico locale, il solo che ne avesse i mezzi finanziari. “Ed era il più stupido di tutti noi", non può fare a meno di ripetere ancora oggi quando tocca l’argomento.
Malgrado la scarsa istruzione (o forse proprio per questa bruciante assenza di) i miei genitori hanno da sempre mostrato una grande passione per la lettura, che hanno portato avanti secondo percorsi individuali: mia madre dedicandosi alla narrativa, mio padre alla saggistica storica. 
Ricordo con assoluta precisione quando da bambino sedevo accanto a loro sul divano sfogliando il mio giornaletto a fumetti mentre loro erano immersi nella lettura di qualche volume. Capivo che stavamo compiendo lo stesso gesto, ma che la differenza stava nell’oggetto: io ancora non ero pronto per passare a quei tomi fitti di pagine e senza figura alcuna. Anelavo il momento in cui sarei passato al loro livello. 
A quel punto il virus della lettura mi aveva già contagiato. Mi era bastato avere dei lettori per casa.

Ho avuto conferma che la lettura fosse un virus diversi anni dopo, quando sono stato assunto nel mio primo posto di lavoro, come assistente copywriter in una grossa agenzia pubblicitaria milanese.
Ogni giorno arrivavo in ufficio con un libro sottobraccio. E i volumi variavano continuamente, perché sono sempre stato un lettore vorace e veloce. La sola presenza di un testo in mano era sufficiente a creare una serie di reazioni concrete. Quasi immancabilmente in ascensore i colleghi, notando il volume in mano, mi chiedevano che libro fosse, di cosa parlasse, se ne consigliassi la lettura anche a loro. Mi trovavo già in un ambiente creativo e stimolante, i miei colleghi erano persone attente alla cultura, alla musica, al cinema (non poteva essere altrimenti, lavorando nell’ambito della comunicazione), anche loro erano lettori, ma forse non altrettanto entusiasti: vedere la velocità con cui divoravo un romanzo dopo l’altro ha stimolato il loro appetito.
La mia collega di scrivania me l'ha proprio dichiarato a chiare lettere: - Vedere tutti i libri che leggi mi ha fatto invidia -. Era una lettrice in latenza: le ho fatto tornare la passione per la lettura solo esibendo dei volumi. 
A volte si veniva a creare una sorta di spontaneo club del libro: più persone si trovavano a leggere lo stesso romanzo in contemporanea quindi ci capitava di commentarlo alla macchinetta del caffè o in pausa pranzo. La possibilità di condividere pareri, di creare discussioni rendeva la lettura ancora più divertente. 
L’aspetto interessante della faccenda è che non ho mai avuto intenzione di fare proselitismo: non volevo convertire nessuno, non ero mai io a proporre. Ero portatore del virus della lettura: si propagava per la mia presenza.

Nel corso del tempo ho imparato a riconoscere questa costante: la gente mi sa (e mi vede) legato al mondo dei libri, quindi mi prende a riferimento. Mi chiede consigli per le proprie letture, per i libri da regalare ai compleanni, per i titoli da portarsi in vacanza. Può succedermi nei posti di lavoro, con i nuovi gruppi di amici o (più di recente) sui social. Il mio entusiasmo per la lettura travalica e si propaga tutto intorno, molto spesso senza che io ne sia consapevole.

Sono convinto che ciascuno di noi sia un formidabile strumento di diffusione. È una vita che ne ho conferma. 


lunedì 12 ottobre 2015

AUTOBIOGRAFIA DI UN LETTORE - FRAMMENTI (3)

Per me leggere a volte coincide con lavorare. Sono (e sono stato) consulente di diverse case editrici, quasi sempre in qualità di talent-scout: segnalo i romanzi inediti di autori esordienti che colpiscono la mia attenzione. In genere si tratta di giovani scrittori coi quali entro in contatto per il lavoro che porto avanti autonomamente per la mia rivista ‘tina.
La modalità con la quale leggo gli inediti è molto diversa da quella che applico per le letture personali. Con un esordiente divento un professionista: verifico che l’attacco del romanzo sia convincente, che non ci siano errori di ortografia o grammatica, che i dialoghi siano realistici, che le descrizioni siano funzionali al testo, che la prosa sia fluida, e così via. Con un romanzo pubblicato invece mi abbandono alla lettura perché sono consapevole che qualcun altro abbia già fatto questo lavoro al posto mio. Ci sono già state discussioni, revisioni, correzioni di bozze. Il libro è pronto per essere consumato. C’è una notevole differenza. 
Spesso la gente non lo capisce. A volte mi consegnano un dattiloscritto dicendo cose tipo: “Tanto è breve, lo leggi in tre ore”, equiparando di fatto il ritmo di lettura di un libro qualsiasi al loro inedito, mentre per me non è, e non potrà mai essere, lo stesso. Con un’ingenuità sconfortante mettono sullo stesso piano una lettura di piacere con una di valutazione. In verità penso sia più sensato paragonare un inedito a un testo d’esame: mentre lo leggo devo segnarmi degli appunti, segnalare gli eventuali errori, formarmi un giudizio, motivarlo, più o meno come quando all’università si stava settimane su un testo, rileggendolo, sottolineandolo, per poi essere pronti al momento dell’interrogazione. 
Va anche detto che spesso non arrivo neppure a questo stadio impegnativo del lavoro. Ormai ho sviluppato una sorta di sensibilità istintiva: mi bastano poche righe per sapere se il testo mi convince o meno. Talvolta la repulsione è immediata: refusi nell’incipit, assenza totale di stile, banalità di contenuti, un tono forzatamente letterario... sono tutti elementi che accendono un immediato campanello d’allarme. Capisco che non è di qualità sufficiente e passo oltre. Il che avviene almeno nella metà dei casi del materiale che ricevo. (Il livello standard è bassissimo, chi non fa questo lavoro non ci crede mai, ma è tristemente vero).
Il caso peggiore, che purtroppo non è raro, è quando mi trovo a che fare con testi scritti in maniera corretta, magari con un buon attacco, una lingua scorrevole, un’idea di storia, ma che nel corso della lettura si rivelano di scarso interesse. Compitini ben svolti che non dicono niente. In quel caso è molto più difficile sia rigettare il testo, che motivarne il rifiuto. Capisci l’impegno e la serietà che stanno dietro il lavoro, ma purtroppo non sono sufficienti. Dover dire a qualcuno che non ha talento non è semplice, ma ogni tanto va fatto. Quando qualcuno mi chiede “Dimmi sinceramente cosa ne pensi” non posso fare a meno di prestare fede all’avverbio contenuto nella richiesta. Mi sembra la cosa più onesta da fare. 

Resta l’eccezione miracolosa del dattiloscritto che supera tutte queste fasi e riesce a conquistarmi. In quel caso il segnale più evidente della sua forza sta proprio nella modalità di lettura che applico: quando mi rendo conto che ho voglia di proseguire quel testo anche la sera prima di dormire, o di portarmelo dietro in metro la mattina, o di riprenderlo durante una pausa, in sintesi quando capisco che la barriera netta fra la lettura di piacere e quella professionale ha assunto contorni più fragili e che quello che ho fra le mani (che necessita  interventi di editing, revisioni, limature) è già comunque un libro vero.


venerdì 9 ottobre 2015

AUTOBIOGRAFIA DI UN LETTORE - FRAMMENTI (2)

Mi capita quasi sempre quando vado ospite a casa di qualcuno che ha molti libri di invidiare la sua biblioteca. In un primo momento provo una sensazione di serenità (l’essere circondato da tanti libri mi rassicura come il valium), poi però scatta la tentazione di spulciare fra i volumi, prenderne in mano qualcuno, leggere righe a caso. Mi sembra che le case degli altri siano piene di libri che dovrei avere. Non importa quanti ne conservi io a casa, e non faccio alcuna comparazione diretta (la tua biblioteca è meglio della mia), solo che vedere sugli scaffali dei libri acquistati (quindi filtrati dalla sensibilità del proprietario, che quei volumi li ha scelti, comprati, portati a casa e letti) improvvisamente attribuisce a quei testi un nuovo valore. Mi sembrano importanti, necessari. Perché li ho ignorati finora? Mi scopro fare liste mentali per acquisti futuri, a volte arrivo a segnarmeli su un quadernino o sul cellulare. Mi dico, domani prima di ripartire vado in libreria e li compro. 
Talvolta lo faccio sul serio, compro quei libri che ho solo sfogliato la sera prima. In altri casi la sensazione si rivela legata al momento: il giorno seguente, lasciata la casa, salutati gli amici, tornato alla mia vita regolare, ho perso parte di quell’impeto. Quei libri non mi sembrano più così necessari, prevale la parte razionale di me, che mi ricorda le decine di volumi che stazionano sui miei scaffali in attesa di essere letti, senza che sia il caso di aggiungerne altri.  

Il punto non è questo. Non importa in fondo se quei libri li compro o no. La cosa fondamentale mi sembra invece la relazione che scaturisce: entrando in contatto con quelle biblioteche è come se i libri mi parlassero e io sia chiamato comunque a rispondere. Ci siamo parlati. 


mercoledì 7 ottobre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI: 12 - BEATRICE DORIGO (TORINO)



Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria?
Una buona dose di incoscienza senza dubbio! Credo fosse il mio sogno di bambina, alimentato nel corso degli anni da una famigerata formazione umanistica e il desiderio di passare la mia vita fra i libri, che sono forse l’unica costante che ho sempre avuto.

Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
Da un lato è più facile in tanti risvolti pratici: grazie a Google puoi identificare i libri che ti vengono richiesti da clienti che hanno pochissime informazioni (tipo: ne hanno parlato a Radio Tre la settimana scorsa, parla di un bambino, l’autore è uno psichiatra, forse ha la copertina blu), i programmi gestionali dei magazzini ti consentono di vedere in tempo reale e con un margine d’errore quasi nullo la giacenza del libro, grazie ai social hai più opportunità di dialogo con i clienti. Dall’altra, devi essere sempre più brava ad entrare realmente in contatto con le persone, a spingerle a fidarsi di te e della tua competenza. Devi dare ai lettori un motivo per scegliere te e la tua libreria anziché la grande distribuzione. Devi aggiornarti molto, studiare, organizzare eventi interessanti: comunicare bene chi sei, che cosa fai, e per quali motivi io, lettore, devo uscire di casa e venire a trovare proprio te.

So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti?
Buoni lettori, sia maschi che femmine, mediamente tra i 30 e i 60 anni, che sanno cosa vogliono ma sono disposti ad ascoltare i tuoi consigli, e che curiosano volentieri fra le novità.

Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?
Potermi avviluppare nella coperta e leggere anziché fare le pulizie di casa perché “È per lavoro”! Ma anche il momento magico in cui qualcuno torna in negozio e ti dice che il libro che hai consigliato era bellissimo: mettersi a parlare dei personaggi e delle situazioni come se fossero vecchi amici in comune. 

Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia?
Chi si lamenta della chiusura delle librerie indipendenti con toni da “O tempora, o mores!”, ma poi non ci ha mai comprato un libro. E anche chi fa acquisti solo online e poi si indigna se le librerie non sono disponibili per fare presentazioni dei libri che ha scritto. 

La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente?
Un bastone per le tende. L’ho guardato e gli ho detto “Forse ha sbagliato negozio, questa è una libreria”, e lui, impassibile, mi ha risposto “Ah, e quindi non ce l’avete?”.

Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio?
Aver consigliato un libro per una ragazzina che non leggeva niente la cui mamma, lettrice famelica, era disperata. Dopo quel consiglio, la ragazzina ha cominciato a venire in libreria quasi una volta alla settimana, si è appassionata ai libri, ha cambiato approccio verso la lettura. Mi piace pensare di averla aiutata, anche se in maniera indiretta, a “sbloccare” una grande passione.

Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/ alla tua città? Perché?
Le librerie indipendenti di solito hanno un legame molto forte col territorio, e la Gang del Pensiero non fa eccezione. Credo che le librerie siano importanti perché danno al quartiere e alla città un legame molto pratico, molto stretto con la cultura, che, se rimane idea astratta, non serve a nessuno. È uno spazio in cui i genitori e i figli scelgono insieme le storie da leggere, in cui puoi incontrare di persona un autore che ti ha tenuto compagnia con i suoi personaggi, in cui puoi semplicemente rilassarti e perderti per dieci minuti in altri mondi. Questa primavera abbiamo proposto ai nostri clienti di venire a leggere in vetrina per mezz’ora: e tanti di loro ci hanno ringraziati, perché hanno colto l’occasione per rubare del tempo alle incombenze quotidiane e ritagliarsi uno spazio solo per sé. Questo per me è un fatto emblematico di quello che la libreria dovrebbe rappresentare nel territorio. E poi le librerie sono belle: anche questo è qualcosa che si riflette in positivo sulla città!

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
La libreria indipendente è più personale, assomiglia a chi la crea. Penso che ci siano ottimi librai anche all’interno delle librerie di catena, ma spesso non godono di un ampio margine d’azione. Nella vetrina della libreria indipendente puoi mettere chi vuoi, puoi dare spazio ai piccoli, scegliere titolo per titolo, costruirti un’identità precisa. Puoi scegliere di premiare un libro un po’ sfigato ma che secondo te merita. Fai già una scrematura, anche fra i titoloni di punta che “devi” avere. E di solito, anche per questioni numeriche, riconosci i tuoi clienti, ti ricordi i loro gusti, chiedi notizie dei nipoti, ti prendi il tempo per farci quattro chiacchiere, perché ognuno di loro è – davvero – importante. Credo che le librerie indipendenti siano adatte alle persone curiose, a quelle che amano il contatto umano, e che vogliono scegliere un libraio un po’ come scelgono un amico. Poi secondo me chi ama leggere compra libri dappertutto, perché non sa resistere.

Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro?
Dal 2008 a oggi ho venduto un sacco di copie de “Il Vangelo Secondo Biff”, ma non so se Christopher Moore l’ha mai saputo!

Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività?
Per me è il lavoro più bello del mondo, e forse anche l’unico che so fare davvero bene (spero, in realtà me lo sto dicendo da sola, quindi non so se vale). Non so se è destino che le librerie prima o poi scompaiano, ma spero di no, e più da lettrice che da libraia. È che mi piacciono le persone. E forse i libri sono una scusa per arrivare al cuore delle persone.


LaGang Del Pensiero 
Corso B. Telesio 99

Torino