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mercoledì 15 novembre 2017

DOMENICA SUPERSONICA

Questa domenica, 19 novembre, come un supereroe parteciperò a tre incontri letterari in due città diverse. 
Si comincia domenica mattina alla Colazione con l'autore al festival Scrittorincittà di Cuneo, dove presenterò "Maria accanto". Nel pomeriggio, a Milano, per la rassegna Bookcity, alle 16.30 intervisterò l'amico Peter Cameron sulle sue passioni (letterarie e non) e alle 20, insieme a Jacopo Cirillo, Marco Rossari e Gianmario Pilo, anticiperò qualcosa sul libro di Yoko Ono che sto scrivendo in un appuntamento dedicato alla collana "Incendi" dell'editore ADD.
Ci vediamo (tre volte) lì. 


Ecco i dettagli:




CUNEO - Festival "Scrittorincittà"



Ore 9

Presentazione di "Maria accanto"
Con Raffaele Riba
"Book & Breakfast"
Open Baladin
piazza Foro Boario


MILANO - "BookCity"



Ore 16.30

"Un giorno queste passioni ti saranno utili"
Dialogo con Peter Cameron
Auditorium
Mudec - Museo delle culture
via Tortona, 56


Ore 20

"Incendi. La passione per la musica"
Con Jacopo Cirilli, Marco Rossari e Gianmario Pilo
Teatro Dal Verme
via Giovanni sul muro, 2










sabato 17 settembre 2016

CINQUE LIBRI NELLA MIA VITA

INTERVISTE CHE NON MI HANNO MAI FATTO - LITERARY HUB

Il sito americano “Literary hub” ha questa rubrica intitolata “Cinque libri nella mia vita”, sottotitolo: “Spaventose ammissioni e libri da altri pianeti”, nella quale pone le stesse cinque domande ogni volta a scrittori diversi. Ecco cosa avrei risposto se l’avessero chieste a me.  

Qual è il primo libro di cui ti sei innamorato?
Mi è sempre piaciuto leggere, fin da ragazzino, e non sempre cose adolescenziali (per esempio, ho letto “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marques a 14 anni e l’avevo adorato), ma se devo intendere il senso della domanda alla lettera, cioè quale libro mi ha fatto innamorare di sé, mi ha sconvolto mentre lo leggevo e mi ha cambiato la vita, allora senza dubbio è stato “Ballo di famiglia” di David Leavitt,  che ho letto intorno ai 20 anni. È il libro che mi ha fatto capire che nella vita avrei voluto fare lo scrittore.

Il classico che ti senti in colpa per non aver letto.
Potrei fare un lungo elenco, dal momento che ho letto pochi classici e sono un fanatico della narrativa contemporanea. Probabilmente quello che vorrei aver letto ma che so già non leggerò mai a causa della sua mole è “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust. 

Qual è il libro che hai riletto più volte?
Non rileggo quasi mai, perché ogni volta che prendo in mano un libro che ho già letto mi sembra di togliere tempo alle migliaia di libri che devo ancora leggere, quindi ne sfoglio qualche pagina poi lo ripongo. Detto ciò, i libri che ho riletto più volte sono stati senza dubbio i volumi “Mi ricordo” di Joe Brainard e Georges Perec, a causa della versione che ne ho fatto io in italiano e di tutti gli incontri e le lezioni che ho tenuto sul tema. 

C’è un libro che vorresti aver scritto?
Immagino che a una domanda simile avrei dato risposte differenti nel corso degli anni. Attualmente diciamo che se avessi scritto io “A visit from the goon squad” (Il tempo è un bastardo) di Jennifer Egan mi sentirei l’autore più soddisfatto del pianeta.

Qual è il nuovo libro che non vedi l’ora di leggere?

Il nuovo romanzo di Piersandro Pallavicini, appena uscito, un autore che non mi ha mai deluso.



giovedì 5 maggio 2016

ESORDIRE NEGLI ANNI ’10 - INTERVISTA A VANNI SANTONI

Grande interesse ha suscitato il post di due giorni fa sul romanzo di Luciano Funetta, “Dalle rovine”. Ho deciso quindi di approfondire l’argomento (e di ampliare il discorso su temi più generali riguardo all’esordio e allo stato attuale dell’editoria in Italia) con un'intervista al curatore della collana Vanni Santoni. Le considerazioni emerse nel corso della conversazione sono, a mio avviso, davvero interessanti. Leggete, e poi mi dite.  


Nel mio articolo sul romanzo di Luciano Funetta ho riassunto per sommi capi la vicenda editoriale del libro. Vuoi raccontarla un po’ meglio, dal tuo punto di vista? 
Lo scrittore mi era stato suggerito dall’amico e collega Alcide Pierantozzi. Stavamo andando alla fiera del libro di Roma, ci eravamo persi all’EUR e mentre camminavamo a casaccio sperando di veder spuntare il palacongressi, lui mi magnificava questo giovane scrittore e il suo romanzo a base di serpenti, porno d’arte e carnefici sudamericani, che aveva visto da poco il rifiuto di alcune grandi case editrici. All’interno della fiera, curiosamente, Luciano Funetta si trovava nello stand accanto al nostro, a cui stava dando una mano come libraio. Ci andai a parlare e mi colpì la sua natura schiva, anche rispetto al testo: a differenza degli altri aspiranti scrittori non aveva granché voglia di parlare del suo romanzo o peggio che mai perorarne la causa. Mi piacque. A breve anche Gianluca Liguori del blog Scrittori Precari, che a quei tempi esisteva ancora e faceva molta ricerca sugli esordienti, mi disse che avrei fatto meglio a dar la precedenza a quel manoscritto. Pure Orazio Labbate, autore del nostro quarto titolo, conosceva Funetta e ne era entusiasta. Così, per la troppa curiosità, ruppi quella che normalmente è la regola a cui mi attengo, ovvero leggere i manoscritti sempre nell’ordine in cui arrivano, onde evitare favoritismi. Trovai un bellissimo libro. Un libro ancora imperfetto – non del tutto affilato, si potrebbe dire – ma con le stigmate del grande romanzo. C’era la scrittura, anzitutto, ma c’erano anche personaggi, vicenda, un’ambientazione forte e un’atmosfera oscura, molto ben definita. C’era anche del mistero, nel senso più profondo: non tutto quello che avveniva là dentro aveva spiegazioni ovvie, era un libro in cui i simbolismi erano impostati in modo da provocare il lettore. 
Scrissi a Luciano e al suo agente Luccone; venne fuori che c’erano altri editori, piccoli ma di conclamata qualità, che volevano farlo. Alla fine, una volta appurato che Luciano era disposto a lavorare, anche molto, al romanzo, riuscii a persuaderli a darlo a noi: la collana era sulla bocca di tutti ed ero convinto che con quel romanzo avremmo potuto fare grandi cose. Per fortuna è andata così.

So che avete lavorato diversi mesi sul testo. Ci sono stati interventi decisivi rispetto al dattiloscritto originale o si è trattato solo di aggiustamenti?
Tutti i testi della collana Romanzi sono stati lavorati molti mesi, a volte anche con cambiamenti importanti. Alcuni sono del tutto irriconoscibili rispetto alla prima bozza, ma solo perché spesso l’autore, specie se esordiente, reputa finito quel che non lo è. Lavorare sul libro di un esordiente significa spesso lavorare su una crisalide, e far venir fuori la farfalla (o, nel caso di Dalle rovine, l’oscura falena) non è qualcosa che si può fare con interventi diretti di editing. Cerchiamo di capire insieme all’autore la direzione in cui potrebbe andare il testo e poi sta a lui o lei rimettersi a lavorare. Ugualmente, se vi sono delle criticità, io le metto in luce, ma sta agli autori attuare le modifiche, a volte anche importanti, utili a risolverle. In sintesi: prima si lavora sulle questioni generali, di struttura e vicenda, poi si passa alle singole parti, e poi ancora alle singole frasi e parole. Infine facciamo un ultimo passaggio di quella che chiamo ‘‘vorpal’’, ovvero ulteriori potature e tagli – del resto uno dei difetti più frequenti nelle prime scritture, anche quando sono buone o molto buone, è quello di ‘non stringere’  abbastanza una volta gettate le basi.
So di chiedere molto lavoro agli autori – al nostro ultimo pubblicato, Mauro Tetti con A pietre rovesciate, ho fatto letteralmente smontare il libro in ogni sua parte e rimontarlo in modo completamente diverso – ma finora i risultati ci hanno dato ragione, e del resto se l’autore è bravo a motivare le sue scelte, se dimostra di avere buoni motivi per non effettuare un determinato intervento, gli lascio l’ultima parola a meno che non si tratti di un vero e proprio errore fattuale.
Nel caso di Dalle rovine, Luciano aveva già lavorato molto al testo e lo riteneva compiuto. Nel primo scambio che abbiamo avuto gli ho spiegato invece chiaro e tondo che avrei preso il libro solo se lui era disposto a lavorarci ancora molto. Immagino che la cosa non gli sia piaciuta, del resto era vero che la bozza del romanzo era quella di un libro ‘‘finito’’ – ed era un lavoro comunque sorprendente per un esordiente – ma era anche quella di un libro che poteva migliorare su molti punti, proprio perché aveva un potenziale così grande. C’era da chiarire meglio la voce di alcuni personaggi, inquadrare con più precisione alcuni dei temi portanti del romanzo, e su tutto pativa un’eccessiva lunghezza, che Luciano è stato abilissimo ad asciugare attraverso molti passaggi di lima e pialla. 
Essendo Funetta un esordiente particolare – preparatissimo, forte di letture non solo ottime e abbondanti ma anche strutturate, effettuate con i propri obiettivi letterari  ben in testa – tendeva a difendere con le unghie ogni propria scelta, il che si è tradotto in una dialettica serrata sul testo, andata avanti fino alla fine, ma che in ultima istanza ha pagato, anche perché riusciva sempre a stupirmi con soluzioni di grande efficacia ai vari problemi. 

Il primo capitolo è una bomba. Una lettura talmente potente da proiettarti subito dentro il mondo del romanzo e segnarne i confini. Accade raramente che un libro sappia avere un tale impatto immediato (a me succede di continuo di leggere romanzi inediti di esordienti e un incipit tanto forte mi avrebbe fatto saltare sulla sedia). Sono curioso di sapere se anche questo è frutto di un lavoro di editing o era già nella stesura originale. 
Il primo capitolo di Dalle rovine è una delle parti a cui abbiamo lavorato meno in sede di editing. Era già più o meno così e infatti colpiva subito per la sua potenza evocativa, oltre che per la qualità della scrittura. 

Credo che tu fossi consapevole che “Dalle rovine” fosse un libro dal quale aspettarsi risultati significativi. Immaginavi un simile riscontro o è andato ben oltre le tue/vostre aspettative? 
La collana Romanzi aveva cominciato a ‘‘girare’’ bene da subito, Dettato di Sergio Peter e Stalin+Bianca di Iacopo Barison, usciti in contemporanea per il lancio, avevano attirato l’attenzione di tutti, con recensioni a pioggia e una rapida ristampa per entrambi. Ci eravamo confermati coi titoli successivi, Lo Scuru di Orazio Labbate, Tutti gli altri di Francesca Matteoni e L’appartamento di Mario Capello, e la collana era riuscita a guadagnarsi rapidamente lo status di ‘‘realtà’’. Quindi, sì, da questo titolo ci aspettavamo molto, perché cadeva nel momento giusto, usciva da solo in un buon periodo e Luciano mi aveva dato da subito l’impressione di uno che avrebbe saputo muoversi bene, del resto faceva e fa parte del collettivo di scrittori Terranullius, che conoscevo e stimavo, e mostrava una discreta conoscenza del cosiddetto ‘‘campo letterario’’. 
Certo, un successo del genere era inizialmente imprevedibile, anche se già Stalin+Bianca aveva dimostrato che potevamo andare oltre la nicchia dei giovani lettori forti e fortissimi. Ho poi capito che poteva succedere qualcosa di davvero importante nella prima settimana dall’uscita: ci siamo ritrovati per le mani una carrellata impressionante e ravvicinatissima di recensioni entusiastiche sui giornali e un entusiasmo sui social e sui blog mai visti. Usciva letteralmente più roba di quanta potessimo ragionevolmente ritwittare o condividere, a un ritmo così anormale da  farci pensare di poter scatenare la cosiddetta ‘‘massa critica’’, come infatti è stato.



Funetta a parte, veniamo alla collana di narrativa che curi per Tunuè giunge in questi giorni all’ottavo titolo, si possono già fare delle prime analisi e tentare dei bilanci. 
Con una storia così fortunata, il rischio è piuttosto quello di adagiarsi sui lauri convinti che tutto continuerà ad andare bene. In effetti penso che sul breve tutto andrà per il meglio. A pietre rovesciate di Mauro Tetti, il titolo successivo a quello di Funetta, è partito bene e sta cominciando a macinare recensioni e presentazioni, e credo moltissimo in Mescolo tutto di Yasmin Incretolli, un titolo esplosivo trovato grazie al Premio Calvino, da cui ha avuto la menzione speciale della giuria. È un’autrice giovanissima che ha un talento fuori dal comune per la prosa. Si farà notare.
Diverso è il discorso più sul lungo periodo: ovviamente sono ottimista ma anche consapevole che non sarà facile continuare a trovare titoli di qualità, sebbene sia vero che ormai la nostra presenza è tale che iniziano ad arrivare anche manoscritti da gente che ha già pubblicato con editori importanti. 
La collana ha trovato la propria identità anche pubblicando molti nuovi autori ma non mi dispiacerebbe pubblicarne anche di già noti, di quelli che piacciono a me, il che ovviamente per un piccolo editore non è sempre facile visto che entrano in ballo ulteriori questioni economiche – gli autori bravi e già affermati, giustamente, costano. 
Va anche detto che il mercato, in particolare il sistema distributivo e delle grandi catene, non facilità gli editori indipendenti dato che tende, tra prenotazioni, riordini, posizionamento dei volumi e altri fattori, a non seguire in modo equo la loro eventuale crescita: se io indipendente cresco, mettiamo, di dieci in termini di recensioni, visibilità, fiducia dei lettori, nel mercato reale cresco di cinque perché sono soffocato da questi meccanismi. Tuttavia la storia recente dell’editoria italiana ci mostra anche case editrici indipendenti – penso a minimum fax, a Marcos y Marcos, a E/O, solo per citarne alcune tra quelle che ammiro e tengo a esempio – le quali nonostante tutto, grazie un lavoro non solo eccellente ma anche continuativo, consistente negli anni, sono riuscite a crescere e a farsi spazio in modo importante. 

Come scegli i testi? Esiste un criterio preciso per il quale, per esempio, escludi certi libri a priori (per genere, stile, contenuti)? Cerchi qualcosa in particolare o ti fidi semplicemente del tuo istinto quando leggi qualcosa che ti sembra valido?
La collana ha un’impostazione molto semplice e molto chiara, che credo sia uno degli elementi alla base del suo successo e della sua riconoscibilità. Facciamo ‘‘literary fiction’’ – è quella che una volta si sarebbe chiamata una collana ‘‘di ricerca e progetto’’ –; facciamo romanzi; li facciamo brevi o abbastanza brevi, una scelta che nasceva inizialmente da un’esigenza pratica (i nostri libri, oltre a essere in creative commons, costano 9.90 euro e per tenere un prezzo così basso non possiamo andare oltre un tot di pagine) e che poi è diventata un ulteriore elemento di identità di collana.
Cerco cose scritte bene. Se trovo un libro scritto bene, ma bene davvero, tutto il resto cade in secondo piano. La prosa, la lingua, la voce, sono tutto.

Cosa significa secondo te curare una collana di esordienti oggi? Intendo dire, ha una valenza differente rispetto a dieci o venti anni fa, per dire?
Rispetto a vent’anni fa, non saprei. Ho cominciato a scrivere nel duemilaquattro e a pubblicare nel duemilasette, prima non avevo mai scritto neanche una frase, e anche quando ho cominciato ci ho messo diversi anni prima di interessarmi alla narrativa contemporanea e ai meccanismi che la regolano.
Posso dire che è sicuramente diverso rispetto a cinque, otto, dieci anni fa. Dopo gli exploit straordinari dei vari Saviano, Giordano, Piperno, l’editoria italiana ha vissuto una vera e propria sbronza da esordienti. Nuovi autori venivano continuamente lanciati sul mercato, anche direttamente dalle major, e poi abbandonati come cani in autostrada appena diventava chiaro che il libro non sarebbe stato un best-seller. Un vero e proprio tritacarne. Certo, gli effetti non sono stati tutti negativi, alla fine scaraventare sul mercato uno sproposito di autori e poi mollarli alla selezione darwiniana ha anche l’effetto di instillare sangue nuovo nella scena. Ma certo non è etico, e men che meno rispettoso dei singoli autori o del ruolo dell’editore come parte di un sistema culturale.
Oggi questa fase storica è decisamente finita, e uno dei suoi effetti è che la parte di ‘‘ricerca e sviluppo’’ è tornata alle piccole e medie case editrici. Come accadeva prima, la biografia tipica di uno scrittore che emerge in questi anni prevede di pubblicare prima racconti su riviste, poi un libro o due con una piccola di qualità, e solo allora, poi, venire ingaggiato da una major. Da un lato ovviamente non è bello scoprire un autore, farlo crescere, e poi vederselo portar via già al secondo libro; dall’altro è più facile scovare e prendere esordienti buoni in un momento in cui la grande editoria sceglie di non osare e preferisce l’‘‘usato sicuro’’.



La gabbia grafica della collana è molto precisa e caratterizzante. Risponde a una vostra scelta precisa, è una sorta di manifesto?
Sì, fin dall’inizio ho espresso a Tunué la volontà di avere qualcosa che si differenziasse in modo netto da quanto si trovava normalmente in libreria, e che rimettesse il testo al centro. Volevo qualcosa che dicesse chiaramente: ‘‘pochi fronzoli, leggiti il libro.’’ Occorreva inoltre differenziare la narrativa dalla parte principale della produzione Tunué, che è il fumetto, quindi cover troppo disegnate non avrebbero funzionato. 
La mia proposta iniziale era addirittura di fare qualcosa di simile alla Verlag die Schmiede, l’editore di Kafka e Döblin negli anni ’20 – niente immagini di copertina, solo il titolo, e colore unico per tutti i volumi. Si trattava ovviamente di una proposta troppo radicale, ma a partire da quella suggestione lo studio Tomomot di Venezia ha sviluppato lo schema grafico ‘‘a macchia di colore’’ che utilizziamo, e che ci divertiremo a ribaltare in occasione dell’uscita del nostro ottavo titolo, il succitato Mescolo tutto di Yasmin Incretolli, che per noi segna il compimento di due anni di collana, dato che fin dall’inizio abbiamo deciso di fare solo quattro titoli l’anno, per permetterci la massima possibile cura dei testi, ma anche per dare a ciascun libro sufficiente tempo per il lancio. 

Una cosa che colpisce è il numero esorbitante di recensioni che i romanzi ottengono, almeno rispetto alla media dei titoli italiani, anche dei grandi editori. Avete l’ufficio stampa più bravo del mondo? O come spieghi questo interesse? 
Sì, tutti i nostri titoli hanno fatto oltre cinquanta recensioni e alcuni intorno alle cento (e credo che Dalle rovine andrà anche oltre), con pezzi anche lunghi e entusiastici sui maggiori quotidiani, e siamo pure riusciti a mandare i nostri autori nei pochi programmi TV che parlano di libri e nelle principali radio. Sicuramente Claudia Papaleo, la nostra ufficio stampa, è un fenomeno, e anche Isabella Stefanelli e Gabriella Piscitelli, che avevano lavorato sui primi due titoli, si erano mosse molto bene. Al di là di ciò, uno dei segreti potrebbe essere la credibilità di collana, un valore che oggi molti editori, anche grandi e storici, hanno in parte perso, e su cui abbiamo invece puntato molto. Siamo riusciti, fin da subito, a mettere in chiaro un fatto: che quando esce un titolo dei Romanzi Tunué, che poi ti piaccia o non ti piaccia, troverai un certo tipo di libro, un libro che è stato scelto e lavorato in base a considerazioni di qualità letteraria, e nient’altro. Così, quando facciamo un nuovo titolo, il lettore, ma anche il giornalista, il critico, il blogger, si interessa a priori. 
C’entra poi, forse, anche il fatto che somministro sempre ai miei autori un piccolo corso accelerato di preparazione all’impatto col mondo editoriale. Gli dico di sbattersi, in poche parole, e gli do qualche indicazione su come farlo. Spesso il giovane autore, specie se esordiente, crede che una volta uscito il libro, il resto giri da sé. Come sappiamo, è vero il contrario. Oggi, poi, con un’editoria impazzita che mette fuori in continuo nuovi libri e altrettanto velocemente li toglie dagli scaffali, è essenziale che l’autore si impegni in prima fila, faccia un sacco di presentazioni, si crei dei contatti per ottenere recensioni e presentazioni ulteriori, segua e supporti il libro sui social in modo da aiutarlo a ‘‘muoversi’’ subito e garantirgli così quel minimo di arco vitale necessario ad arrivare ai lettori. 

Cosa ti sta insegnando questa esperienza come curatore? Anche in termini di errori, se ce ne sono stati. 
Per ora tutto è andato straordinariamente bene, anche se è ovvio che prima o poi qualche passo falso lo faremo, qualche libro lo sbaglieremo. Anche solo per ragioni statistiche... Da parte mia, sto imparando tantissimo. Lavorando con autori bravi, e cercando di capire come migliorare testi frutto di sensibilità anche completamente diverse dalla mia, cresco anch’io come scrittore, un’esperienza che in piccolo avevo già sperimentato con i lavori del progetto SIC, dove di fatto mi sono formato come editor, ma che qui è su un altro livello.

Questo è un periodo di grave crisi e profonda confusione per l’editoria, non solo italiana. Tu come stai vivendo questo agitato momento e come pensi che cambieranno le cose?
Dal nostro punto di vista le cose vanno bene, e credo che il forte riconoscimento che i lettori hanno dato al nostro progetto derivi anche da tutta una serie di errori fatti dalla grande editoria, che avevano portato alla perdita della fiducia di tali lettori – parlo dei lettori fortissimi, quelli da trenta o cinquanta libri l’anno, che erano quasi, si potrebbe dire, ‘‘offesi’’, dal continuo, ossessivo inseguimento da parte dell’editoria del fantomatico lettore da un libro l’anno. Esisteva un pubblico attento e con standard alti, interessato alla nuova narrativa italiana di qualità, e lo si poteva intercettare – fermo restando, beninteso, che non si possono confrontare i buoni risultati di una piccola con la situazione che affronta una major che fa decine di titoli l’anno e ha vendite minime, investimenti sul singolo libro e attese completamente diverse.
Pur essendo felice di quanto fatto dalla narrativa Tunué in questi due anni, sarebbe comunque stolto limitarsi a gongolare: la barca in realtà è una sola, se affonda affonda tutta assieme – e lo stesso vale nel caso che veleggi. 
Sicuramente, dal nostro punto di vista, la stortura principale del contesto risiede nel fatto che i grandi gruppi controllano anche i grandi distributori e le grandi catene. Un simile regime di oligopolio è un grave problema, come ben sappiamo è difficile trovare libri di editori indipendenti – o anche bei libri letterari editi da major – in una libreria di catena di medie dimensioni, per non parlare della questione delle prenotazioni o dei riordini... Più in generale, e da un punto di vista che riguarda anche i grandi gruppi, l’ecosistema è oggi danneggiato perché troppi e troppe volte hanno pescato con la dinamite. Ora si tratta di ricostruire. E la ricostruzione è una cosa che si fa sempre a piccoli passi. Non solo a livello editoriale: ricordiamoci sempre che il luogo dove si formano i lettori del futuro resta la scuola.

mercoledì 7 ottobre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI: 12 - BEATRICE DORIGO (TORINO)



Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria?
Una buona dose di incoscienza senza dubbio! Credo fosse il mio sogno di bambina, alimentato nel corso degli anni da una famigerata formazione umanistica e il desiderio di passare la mia vita fra i libri, che sono forse l’unica costante che ho sempre avuto.

Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
Da un lato è più facile in tanti risvolti pratici: grazie a Google puoi identificare i libri che ti vengono richiesti da clienti che hanno pochissime informazioni (tipo: ne hanno parlato a Radio Tre la settimana scorsa, parla di un bambino, l’autore è uno psichiatra, forse ha la copertina blu), i programmi gestionali dei magazzini ti consentono di vedere in tempo reale e con un margine d’errore quasi nullo la giacenza del libro, grazie ai social hai più opportunità di dialogo con i clienti. Dall’altra, devi essere sempre più brava ad entrare realmente in contatto con le persone, a spingerle a fidarsi di te e della tua competenza. Devi dare ai lettori un motivo per scegliere te e la tua libreria anziché la grande distribuzione. Devi aggiornarti molto, studiare, organizzare eventi interessanti: comunicare bene chi sei, che cosa fai, e per quali motivi io, lettore, devo uscire di casa e venire a trovare proprio te.

So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti?
Buoni lettori, sia maschi che femmine, mediamente tra i 30 e i 60 anni, che sanno cosa vogliono ma sono disposti ad ascoltare i tuoi consigli, e che curiosano volentieri fra le novità.

Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?
Potermi avviluppare nella coperta e leggere anziché fare le pulizie di casa perché “È per lavoro”! Ma anche il momento magico in cui qualcuno torna in negozio e ti dice che il libro che hai consigliato era bellissimo: mettersi a parlare dei personaggi e delle situazioni come se fossero vecchi amici in comune. 

Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia?
Chi si lamenta della chiusura delle librerie indipendenti con toni da “O tempora, o mores!”, ma poi non ci ha mai comprato un libro. E anche chi fa acquisti solo online e poi si indigna se le librerie non sono disponibili per fare presentazioni dei libri che ha scritto. 

La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente?
Un bastone per le tende. L’ho guardato e gli ho detto “Forse ha sbagliato negozio, questa è una libreria”, e lui, impassibile, mi ha risposto “Ah, e quindi non ce l’avete?”.

Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio?
Aver consigliato un libro per una ragazzina che non leggeva niente la cui mamma, lettrice famelica, era disperata. Dopo quel consiglio, la ragazzina ha cominciato a venire in libreria quasi una volta alla settimana, si è appassionata ai libri, ha cambiato approccio verso la lettura. Mi piace pensare di averla aiutata, anche se in maniera indiretta, a “sbloccare” una grande passione.

Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/ alla tua città? Perché?
Le librerie indipendenti di solito hanno un legame molto forte col territorio, e la Gang del Pensiero non fa eccezione. Credo che le librerie siano importanti perché danno al quartiere e alla città un legame molto pratico, molto stretto con la cultura, che, se rimane idea astratta, non serve a nessuno. È uno spazio in cui i genitori e i figli scelgono insieme le storie da leggere, in cui puoi incontrare di persona un autore che ti ha tenuto compagnia con i suoi personaggi, in cui puoi semplicemente rilassarti e perderti per dieci minuti in altri mondi. Questa primavera abbiamo proposto ai nostri clienti di venire a leggere in vetrina per mezz’ora: e tanti di loro ci hanno ringraziati, perché hanno colto l’occasione per rubare del tempo alle incombenze quotidiane e ritagliarsi uno spazio solo per sé. Questo per me è un fatto emblematico di quello che la libreria dovrebbe rappresentare nel territorio. E poi le librerie sono belle: anche questo è qualcosa che si riflette in positivo sulla città!

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
La libreria indipendente è più personale, assomiglia a chi la crea. Penso che ci siano ottimi librai anche all’interno delle librerie di catena, ma spesso non godono di un ampio margine d’azione. Nella vetrina della libreria indipendente puoi mettere chi vuoi, puoi dare spazio ai piccoli, scegliere titolo per titolo, costruirti un’identità precisa. Puoi scegliere di premiare un libro un po’ sfigato ma che secondo te merita. Fai già una scrematura, anche fra i titoloni di punta che “devi” avere. E di solito, anche per questioni numeriche, riconosci i tuoi clienti, ti ricordi i loro gusti, chiedi notizie dei nipoti, ti prendi il tempo per farci quattro chiacchiere, perché ognuno di loro è – davvero – importante. Credo che le librerie indipendenti siano adatte alle persone curiose, a quelle che amano il contatto umano, e che vogliono scegliere un libraio un po’ come scelgono un amico. Poi secondo me chi ama leggere compra libri dappertutto, perché non sa resistere.

Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro?
Dal 2008 a oggi ho venduto un sacco di copie de “Il Vangelo Secondo Biff”, ma non so se Christopher Moore l’ha mai saputo!

Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività?
Per me è il lavoro più bello del mondo, e forse anche l’unico che so fare davvero bene (spero, in realtà me lo sto dicendo da sola, quindi non so se vale). Non so se è destino che le librerie prima o poi scompaiano, ma spero di no, e più da lettrice che da libraia. È che mi piacciono le persone. E forse i libri sono una scusa per arrivare al cuore delle persone.


LaGang Del Pensiero 
Corso B. Telesio 99

Torino

martedì 6 ottobre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI: 11 - EMILIANO LONGOBARDI (SASSARI)


Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria?
Ci lavoro ininterrottamente dal 1991, ma in realtà la mia libreria è stata aperta da altri e io ho iniziato a lavorarci come commesso stagionale durante lo scolastico, l'anno stesso in cui mi sono diplomato. Ci lavorava come dipendente anche mia mamma e due anni dopo la prese in gestione mio padre. Prima che mio padre morisse la gestione è passata a me e ho acquistato definitivamente l'attività nel 2005. 

Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
In maniera radicale. Dieci anni fa lo spauracchio erano le grandi superfici e l'incapacità/miopia dei librai riguardo le strategie da adottare per far fronte alle criticità del settore, oltre alla colpevole refrattarietà a ragionare in termini di categoria. Oggi sono le grandi superfici e i grandi store online, oltre al forse tardivo tentativo di ragionare in termini di categoria per affrontare le criticità del settore. Per fortuna, in Sardegna e a Sassari in particolare, abbiamo cominciato a muoverci un po' prima e gli sforzi - per quanto ancora un po' sproporzionati - stanno cominciando a dare qualche buono e ottimo risultato. Mi riferisco in particolare alla collaborazione fattiva che si è instaurata fra quasi tutti i colleghi della mia città, alla volontà concreta di operare su scala regionale con LiSa - Librai Sardi in rete, la prima rete culturale a livello nazionale, ma anche alla positiva esperienza di collaborazione con Lìberos, che riunisce tutti gli attori della filiera del libro (e non solo) e a tutte le forme più o meno strutturate di condivisione di un percorso.

So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti?
L'unica caratteristica standard è l'età mediamente molto giovane. E questo non per smarcarmi dall'incombenza di rispondere, ma perché un esercizio aperto al pubblico - di fatto - non seleziona (né dovrebbe) la propria clientela. Mi piacerebbe che entrasse in libreria solo un certo tipo di cliente? A volte sì, ma poi mi rendo conto che è una cazzata che nasconde goffamente il desiderio inconscio e scemo di lavorare il meno possibile: clienti che sanno quello che vogliono o che accettano qualsiasi consiglio, senza problemi economici, disposti ad aspettare senza problemi se il libro è da ordinare e che non acquistano su Amazon. 

Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?
Anni fa veniva in libreria un ragazzino ai primi anni delle superiori. Com'era giusto per la sua età, leggeva fumetti parecchio disimpegnati, molti dei quali obiettivamente di cacca. Col tempo, ho provato a suggerirgli dei fumetti in alternativa senza voler stravolgere i suoi gusti, ma solo accompagnarli. Piano piano ho poi provato a proporgli qualche eccezione anche drastica. A volte i miei suggerimenti andavano a buon fine, altre volte - per fortuna pochissime - no. Nel volgere di un paio d'anni le sue letture si sono - con suo piacere - modificate enormemente e per me già quella è stata una bella soddisfazione, ma quando qualche anno dopo che ci eravamo persi di vista - nel frattempo si era trasferito a studiare a Milano - è tornato a farmi visita e mi ha confessato "tu mi hai cambiato la vita"... beh, ti lascio immaginare lo smarrimento e scombussolamento emotivo che può avermi regalato una consapevolezza del genere. Immagino che questo possa contribuire a rispondere alla tua domanda :)

Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia?
L'ottusità, la non disponibilità ad ascoltare in combo con la propensione a sovrastare l'altro. E no, non mi sto riferendo ad atteggiamenti genericamente umani, ma alla loro declinazione nel mio ambiente lavorativo e che possono animare tanto chi ho davanti dall'altra parte del bancone quanto chi - come me - fa parte della filiera del libro, siano essi rappresentanti, distributori, editori o - in alcuni casi - anche autori.

La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente?
In quasi venticinque anni dietro al bancone le richieste assurde riempirebbero tomi su tomi. Evito per principio di sottolineare strafalcioni perché non amo l'ironia sull'ignoranza, ma - riallacciandomi in parte alla domanda precedente - trovo letteralmente assurdo dover risolvere problemi che non ho causato io, mi impermalosisce e incarognisce non poco, soprattutto quando dall'altra parte riscontro il totale disinteresse a comprendere la questione. Mi riferisco in particolare a quando un insegnante, pur non potendolo fare, a settembre cambia l'adozione del testo scolastico e - di fatto - mette cliente e libraio uno contro l'altro, quando invece il danno - oltre che un illecito - l'ha commesso lui. 

Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio?
Il primo giorno in libreria, il primo giorno in cui mi sono sentito un libraio (dopo essermi sentito per lungo tempo solo uno che lavorava in libreria), il giorno della prima presentazione, ogni giorno in cui qualcuno torna perché si fida di ciò che consiglio - siano romanzi o fumetti - a prescindere dal fatto che quel romanzo o fumetto gli sia piaciuto. E tanti altri che tengo fuori soprattutto per pudore.

Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/ alla tua città? Perché?
Sì. Perché sono convinto che - pur commettendo ogni giorno errori in discreta quantità - so fare il mio lavoro e il mio lavoro - per come lo intendo io - serve non solo a sostentarmi, ma anche a migliorare il mio quartiere e la mia città.

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
Libreria indipendente e libreria di catena sono categorie commerciali, ma ciò che determina l'anima di quelle categoria è chi ci lavora, il libraio. Il libraio che sa fare il proprio mestiere dà in più a prescindere, non solo a se stesso, non solo alla propria attività, ma anche al contesto sociale e culturale in cui vive e si muove.

Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro?
Successo non lo so, ma esistenza di buoni libri e buona diffusione degli stessi sì. Più di uno scrittore mi manda in manoscritto i propri lavori ed è sempre una straordinaria soddisfazione riscontrare l'utilità che possono avere le mie osservazioni e i miei suggerimenti, a prescindere dal fatto che siano recepiti. Così come è una grande soddisfazione individuare le tante vie che un libro può imboccare una volta che viene suggerito e consigliato a un cliente, avere la riprova che il passaparola continua a essere il modo più bello di far vivere un libro: una delle esperienze più solitarie e individuali che una persona possa vivere, la lettura, si fa socialità, rete, esperienza condivisa.

Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività?
Fare il libraio è ciò che ho scoperto essere ciò che voglio fare davvero insieme a scrivere fumetti, è ciò che ho imparato a fare e che vorrei continuare a imparare a fare soprattutto in un momento in cui pare che possa essere inutile farlo.


Libreria Azuni
Viale Mancini, 15 

Sassari

LA PAROLA AI LIBRAI: 10 - ELISA LUGLI (MODENA)


Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria?
La passione in primis e il desiderio di creare un luogo personalizzato, con libri in italiano ma anche in lingua, con tavolini per sedersi e rilassarsi e dove ci si possa confrontare, parlare, imparare le lingue e bersi un tè. 

Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
Essendo libraia da un anno e mezzo, non ho termini di paragone, ma confrontandomi con i colleghi mi rendo sempre più conto di come sia cambiato questo lavoro oggi. Sempre meno “vita” del libro sullo scaffale, regole di distribuzione più rigide, e-book che hanno rubato una fetta di mercato al cartaceo, insomma più fatica per ottenere i risultati.

So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti? 
Motivato e curioso.

Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?
“ Il libro che mi hai consigliato mi è piaciuto tantissimo”, “ Al mio bimbo fa impazzire  il libro che ho preso qui!”, “Mi hanno regalato un buono da spendere qui ma ho paura di sforare!”

Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia?
Quando davanti alla vetrina i bimbi vedono i libri e chiedono “Possiamo entrare a vedere i libri?” e i genitori rispondono, seccati: “No, abbiamo fretta!” oppure “No, hai già i giochi a casa”. Ecco, come tarpare le ali a un lettore in erba! 

La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente?
“Se le ordino un e-book, poi quando arriva mi può fare il pacco regalo?”

Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio?
Uno è impossibile. Ne ho tanti: il giorno dell'inaugurazione, il primo corso che abbiamo attivato con il massimo di iscritti, i complimenti degli autori che sono venuti a presentare i loro libri, ecc.

Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/ alla tua città? Perché?
Per le motivazioni dette nella risposta alla prima domanda. A Modena un luogo che non sia solo di “vendita” di libri ma anche di apprendimento delle lingue e che offre un ambiente in cui stare seduti e rilassarsi mancava.

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
Il consiglio di lettura, le chiacchiere e il confronto con i clienti e i lettori, la disponibilità ad andare incontro alle esigenze dei clienti, insomma la stessa cosa che differenzia la “bottega” da megastore!

Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro?
Certo! I libri che mi sono piaciuti di più sono i primi che consiglio ai miei clienti!

Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività?
L'entusiasmo, la passione per il mio lavoro, la voglia di far crescere e migliorare sempre di più la mia libreria.

Emily Bookshop
Via Fonte d'Abisso, 9/11 
Modena

venerdì 2 ottobre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI: 9 - LUCA ALBERTINI & RAFFAELE PANCALDI (BOLOGNA)


Cosa vi ha spinto ad aprire una libreria?
Precisiamo subito che la nostra non è una libreria generalista, ma specializzata in tematica LGBT(QI...) e la molla che ci ha spinto è stata la mancanza di una libreria di questo 'genere' nella nostra città (Bologna), adesso rimasta l’unica in Italia

Come pensate sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
Con l’avvento del commercio online di libri, il mestiere del libraio è diventato come quello di uno scalatore, sempre più in salita… Occorre sempre più fidelizzare il cliente e crediamo che questa sia la caratteristica delle librerie indipendenti

So che è impossibile, ma se doveste identificare un vostro cliente standard più o meno come lo descrivereste?
Forte lettore di 30/40enne oppure signora chic

Qual è la soddisfazione maggiore che vi da il tuo lavoro?
1) Quando ti dicono: “solo voi potevate procurarmi questo libro”
2) Su richiesta improbabile del cliente, riuscire ad identificare un libro anche solo dalla descrizione della copertina

Cos’è che vi fa davvero cascare le braccia?
1) I (fortunatamente pochi) clienti che fotografano il libro con Smartphone per poi acquistarlo altrove

 2) I (purtroppo molti) clienti che non frequentano la nostra libreria in quanto troppo connotata

 3) In quanto libreria internazionale: le dogane italiane (per gli innumerevoli cavilli burocratici per le importazioni di materiale di provenienza extra-C.E.) 

La cosa più assurda che vi ha chiesto un cliente?
Una cliente ci chiede periodicamente le novità uscite della casa ed. Malipiero che ha chiuso i battenti da almeno 40 anni.

Il ricordo più bello della vostra esperienza da librai?
Le visite non attese di tanti autori italiani e stranieri, come ad esempio quella di Angelo Pezzana grande libraio e attivista dei diritti LGBT

Pensi che la presenza della vostra libreria apporti un miglioramento al vostro quartiere/ alla tua città? Perché?
La presenza di una libreria che si occupa di tematiche di genere non può che far bene alla nostra città e non solo, inoltre in ambito local siamo diventati la libreria di varia di riferimento del quartiere.

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
Il rapporto di grande affinità e fiducia che si instaura con i clienti.

Vi capita di contribuire, nel vostro piccolo, al successo di qualche libro?
Si, certo, un libro quando ci piace diventa un best-seller della libreria in quanto da noi consigliato vivamente a tutti.

Cosa vi spinge ad andare avanti in questa attività?
La speranza che i risparmi non finiscano in attesa che la libreria riesca a mantenersi autonomamente.

IGOR Libreria & Libreria Commissionaria Internazionale
Via San Petronio Vecchio 3 

Bologna

sabato 26 settembre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI: 8 - TAMARA GUAZZINI (EMPOLI)



Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria? 
Confesso: ci sono capitata per caso. La librerie Rinascita a Empoli (come molte “Rinascita” nate negli anni settanta per volontà dell’allora PCI) esisteva già e a me fu chiesto di entrare per dare una mano ad organizzare manifestazioni esterne alla libreria. Era il 1982, avevo solo 22 anni e forse conoscevo meglio le questioni amministrative dei libri. 

Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni? 
Sicuramente è aumentata la burocrazia e il lavoro d’ufficio: serve tanto più tempo per il controllo dei costi che sono letteralmente lievitati. Compresi quelli legati agli approvvigionamenti, alla distribuzione: la logistica insomma. Penso, però, che più che il lavoro del libraio siano cambiate le aspettative dei lettori. Internet, gli ebook, la grande distribuzione, ci “spingono” ad essere sempre più efficienti, ad utilizzare sempre più le tecnologie ma anche ad essere più “accoglienti”, a personalizzare il rapporto con il cliente, che è quanto più ci distingue dagli altri canali. In questo mestiere, oggi come dieci anni fa, vince l’attenzione al cliente.  

So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti?   
Infatti non c’è. Diciamo che è spesso simpaticamente disponibile alla “chiacchiera” e che è più spesso donna.E’ certo, però, che anche da noi non mancano certi “casi patologici” che tanto piacerebbero a Paolo Nori! 

Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?  
Sicuramente quando si riesce a soddisfare la ricerca del cliente con un consiglio, un suggerimento, una parola, e il libro giusto, naturalmente. 

Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia? 
La miopia e l’ottusa arroganza di certe politiche “scontistiche” che alcuni editori perseguono. Campagne che non hanno significativamente contribuito a far vendere di più, al contrario hanno fatto sballare tanti conti economici, soprattutto quelli delle librerie che, ricordiamolo, si reggono su uno “zero virgola” di margine netto. Comunque, da quando abbiamo deciso di non aderire più a campagne di questo tipo, salvo in rari casi, dove decidiamo con molta ponderazione, il mio fegato sta molto meglio. 

La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente? 
Un metro e quaranta di libri tutti alti uguali. Domanda facile da soddisfare ma abbastanza bizzarra. Oppure qualche studente che avrebbe voluto conoscere il riassunto verbale di un bignami. Ma a parte richieste, come dire, divertenti, qualsiasi domanda i clienti facciano vale la pena soffermarsi a pensare per capire, anche se ti chiedessero indicazioni per la stazione.  

Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio? 
Il trasferimento della libreria in un locale molto più grande e centrale e l’inaugurazione della nostra seconda libreria. Recentemente un nuovo cliente che ci ha fatto i complimenti per l’assortimento di tanti editori “non facili da trovare in tutte le librerie”. Sicuramente una serie di incontri con scrittori ed editori. E poi la realizzazione del nostro piccolo festival, Viruslibro, che quest’anno ha raggiunto la nona edizione e che, oltre ad avere una gran bella partecipazione di pubblico, viene richiesto,ogni anno, a gran voce dai nostri clienti… E poi, e poi, e poi… 

Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/ alla tua città? Perché?  
Sì. Ogni città o quartiere dovrebbe avere almeno una libreria. Che sia un punto di incontro e di riprovo dove stare senza sentirsi estranei. Noi pensiamo di esserlo. Trattiamo anche lo scolastico, abbiamo una sezione di libri per la didattica e cerchiamo di avere il massimo dell’assortimento compatibile perché pensiamo che il primo servizio che possiamo dare ai cittadini sta nella possibilità di poter trovare – e anche di vedere prima di acquistare - i libri che si stanno cercando (ed anche quelli che non si sa di desiderare). 

Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare? 
Questa è una domanda che farei volentieri ai lettori. Ogni libreria indipendente, in quanto tale, ha una propria caratteristica. Qualcosa di “unico” che è in sé un valore. Credo che più o meno in tutte quante prevalga il senso dell’accoglienza e della proposta, che sia una proposta di pochi libri ma ben selezionati oppure di un assortimento ampio ma con un occhio di riguardo per i cosiddetti piccoli editori.

Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro? 
Per forza! Nelle due librerie siamo in dodici libraie (tutte donne) e se un libro c’entra in testa….

Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività? 
Non c’è un motivo solo. Io credo molto nella nostra forma societaria: siamo una cooperativa che oggi ha più di 800 soci. Ci lavoriamo in dodici, tutte socie/dipendenti. Ognuna diversa ma con un obbiettivo comune: continuare a far vivere la libreria consapevoli che è un lavoro duro ma che è anche il più bello del mondo!


Libreria Rinascita
Via Ridolfi 53
Via Sanzio, 199

 EMPOLI

LA PAROLA AI LIBRAI: 7 - LUCA POSSENTI (ROMA)


Cosa ti ha spinto ad aprire una libreria?

In realtà a lavorare in una libreria sono giunto per caso. Circa dieci anni fa avevo appena lasciato il mio lavoro di tecnico pre-sales in una multinazionale di telecomunicazioni e ne avevo abbastanza di un certo tipo di ambiente. Non lo sapevo in maniera cosciente, ma avevo davvero bisogno di una sorta di downshift lavorativo e di ritrovare un ambiente più intimo e umano, con tutti i pro e i contro che ne derivano. L'occasione è capitata quando la mia libreria di fiducia sotto casa aveva bisogno di una mano e mi sono prestato a dargliela. Da lì è nata un'amicizia e un nuovo lavoro. Quando poi lo scorso anno i proprietari della libreria sono andati “in pensione” dopo 35 anni di attività, ho fatto una scommessa insieme al mio compagno da 20 anni, Francescopaolo, e a dicembre abbiamo riaperto i battenti. Una scommessa rischiosa dal punto di vista economico (con una libreria di certo non ti ci arricchisci; se va bene, riesci a viverci); ma credo che soprattutto in tempi bui come questi – sia da un punto di vista economico che culturale - bisogna osare.



Come pensi sia cambiato il lavoro del libraio negli ultimi 10 anni?
La professione del libraio è a rischio di estinzione e dovrebbe essere salvaguardata dal WWF. I librai indipendenti sono attaccati dalle grandi catene e dalla grande distribuzione (come i supermercati) che per anni hanno potuto permettersi sconti enormi (ma che adesso si rendono conto di aver fatto i conti senza l'oste. Anzi i conti molti non li hanno mai pagati e ora stanno sottosopra); sono attaccati dai distributori editoriali, che sempre più chiedono garanzie economiche eccessive; la legge Levi che avrebbe dovuto proteggere i piccoli librai dagli sconti eccessivi che i grandi potevano permettersi si è ritorta contro tutti e le case editrici ne approfittano; sono attaccati dalla diffusione degli e-book e dalle grandi multinazionali che vendono libri online e, last but not least, dall'enorme produzione editoriale (“meno si vende, più si pubblica” è la regola). Senza dimenticare, infine, lo sconto al cliente, che ormai sembra obbligatorio: la gente forse non sa o non riflette sul fatto che il libro ha un prezzo imposto, quindi senza ricarico, che il margine di guadagno è molto ridotto e che da questo un libraio deve tirarci fuori i soldi della busta, del pacchetto regalo, delle bollette, dell'affitto e magari riuscirci a vivere. In aggiunta a tutto ciò, si legge sempre meno e soprattutto male: spesso i lettori vengono imboccati da giornali (con recensioni comprate) e tv (con spottoni ai soliti noti) e quei pochi libri che vengono letti in massa sono spesso di qualità scadente. Per questo il libraio vero, quello che legge, si informa, si confronta e infine consiglia o discute è oggi più che mai una figura fondamentale. Sempre che gli rimanga il tempo di farlo tra un conto e l'altro. 


So che è impossibile, ma se dovessi identificare un tuo cliente standard più o meno come lo descriveresti?
In una piccolissima libreria di quartiere come la nostra, il cliente standard è quello che entra e sa di poter contare su un consiglio buono, sa che il libraio già alla seconda volta ha capito quali sono i suoi gusti in materia di letteratura e può aiutarlo a scoprire nuovi titoli e autori in sintonia con le proprie preferenze. Sembra incredibile, ma una gran parte dei nostri clienti entra in negozio dicendo: “Buongiorno! Cosa mi fa leggere oggi?”.


Qual è la soddisfazione maggiore che ti da il tuo lavoro?
Quando passano in libreria solo per dirti quanto è piaciuto loro il libro che hai consigliato.


Cos’è che ti fa davvero cascare le braccia?
Quando i genitori vengono al posto dei figli a comprare romanzi che hanno assegnato loro a scuola e si spaventano del titolo o si lamentano del numero delle pagine (“Oh, ma sono 200 pagine! Non lo leggerà mai! Ha mica un riassunto?”)


La cosa più assurda che ti ha chiesto un cliente?
Chiedono di tutto in realtà, neanche avessi un supermercato. Una delle domande più frequenti è “Ho sentito di un libro che mi interessava, ma non so né il titolo, né l'autore” (ma spesso riusciamo a capire di cosa si tratta). Ma purtroppo mi è capitato anche più di una volta in realtà di dover dire “Mi spiace, ma non posso farlo” alla richiesta di qualche cliente di comprare per lui/lei un libro online.


Il ricordo più bello della tua esperienza da libraio?
Ogni volta che tornano per parlare del libro che hanno letto grazie a te e ti chiedono un nuovo consiglio o te ne danno uno in cambio. Ogni volta che si crea una piacevole discussione con o tra i clienti. Ogni volta che un cliente è diventato un amico. Ogni volta che un bambino è eccitato per l'uscita di un nuovo libro. Ogni volta che i laboratori per bambini che organizziamo spesso nei weekend sono apprezzati e partecipati. Ogni volta che hanno successo gli incontri con gli autori; recentemente è stato fantastico quello con Alessio Arena, bravissimo scrittore e cantautore, che oltre a parlare del suo romanzo “La letteratura tamil a Napoli”, ha suonato la chitarra e cantato. Per giorni e giorni la gente è venuta a ringraziarmi per aver organizzato l'incontro e l'eco di quella serata è ancora viva nel quartiere. O quello esilarante con Gaja Cenciarelli per il suo “ROMA (TUTTO MAIUSCOLO COME SULLE VECCHIE TARGHE)”, accompagnata per l'occasione, tra gli altri, da Giordano Meacci e Francesca Serafini, appena passati sul red carpet a Venezia per la sceneggiatura del bel “Non essere cattivo” di Claudio Caligari.


Pensi che la presenza della tua libreria apporti un miglioramento al tuo quartiere/alla tua città? Perché?
Penso di sì, o almeno lo spero. Ho scelto di continuare a fare questo mestiere perché credo che una libreria non sia solo un esercizio commerciale, ma possa e debba diventare un luogo di scambio di idee.


Cosa può dare in più una libreria indipendente che i negozi delle grandi catene non possono dare?
Per i clienti l'opportunità di una chiacchiera, di un consiglio, in generale di una “coccola” che in un negozio di una grande catena non potrebbero mai ricevere. Quando il cliente inizi a conoscerlo, sai già che tipo di libro vuole leggere, per quale autore va matto, cosa evitare di proporgli e cosa invece puoi fargli provare di nuovo. Molti clienti con il tempo hanno cambiato gusti e sono/siamo cresciuti insieme. 


Ti capita di contribuire, nel tuo piccolo, al successo di qualche libro?
Capita di continuo. Il fatto di essere piccoli e indipendenti dà l'opportunità di proporre non solo il bestseller che il cliente trova ovunque, ma anche la piccola coraggiosa casa editrice (tanto per fare qualche esempio, la Playground o la Marcos Y Marcos) o l'autore che sai essere grande, ma che rimane invisibile per le leggi di mercato (ad esempio, la grandissima autrice canadese Helen Humphreys non va mai in classifica, ma da noi è ormai conosciuta e apprezzata quanto la Munro, se non di più). E poi ci permette anche di proporre libri su tematiche come quelle dell'omogenitorialità che, anche per motivi personali, ci piace vengano conosciuti.


Cosa ti spinge ad andare avanti in questa attività?
La prima parola che lessi (o meglio, riconobbi) fu “Motta” passando davanti ad un autogrill quando avevo solo 3 anni. Arrivai alle elementari, sapendo già leggere e scrivere e da allora non sono mai stato un giorno senza leggere un libro. Quindi direi che, sì, la passione per i libri (insieme al cinema e alla musica) è alla base del mio lavoro. Anche se poi non è così “romantico” come generalmente si crede e tocca fare i conti con cose più concrete e decisamente meno interessanti di un buon romanzo. 
Aggiungo che è un lavoro che gratifica spesso nel rapporto con la clientela e che può creare spunti di discussione e riflessione. Il che non guasta mai.



Libreria “Pagina 272”
Via Salaria, 272

Roma