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venerdì 25 maggio 2018

ORFANI DI SHEELA


Ogni tanto succede che un libro, un film o una serie tv suscitino un dibattito che ha l’aria di essere onnipresente e collettivo (all’improvviso ti sembra che ne parlino tutti e ovunque). In questi ultimi mesi è il caso senza dubbio di “Wild wild country”, documentario in sei puntate di Netflix legato alla fondazione di Rajneeshpram, la gigantesca comune che i discepoli di Bhagwan Shree Rajneesh, meglio noto come Osho, avevano aperto nel 1981 in Oregon. La serie tv, più appassionante e imprevedibile di una fiction, benché basata unicamente su materiali di repertorio e interviste, metteva in luce soprattutto il ruolo centrale giocato da Ma Anad Sheela, la segretaria personale di Osho e vero motore primo dell’intera vicenda Rajneeshapuram, dalla sua nascita alla sua distruzione. Sfrontata, magnetica, arguta, inattaccabile, al contempo diabolica e angelica, Sheela è un personaggio degno di Dostoevskji, che esce dallo schermo per imprimersi a fuoco nella memoria dello spettatore 
Il documentario racconta in maniera egregia una storia che però è talmente surreale e sbalorditiva da lasciare nel pubblico una scia di curiosità e domande. Al termine della visione quelle sei ore appaiono persino poche, ne vorremmo altre due, quattro, dieci. Vorremmo saperne di più sulle tante questioni che solleva, sulla fine che hanno fatto i vari protagonisti e, soprattutto, inutile dirlo, sulla figura enigmatica e meravigliosa di Sheela.
Quasi rispondendo in maniera subliminale a questo desiderio collettivo, la giornalista Roberta Lippi ha fatto ciò che quasi tutti noi orfani della serie speravamo che qualcuno facesse: ha letto articoli, libri, interviste, ha visto video e documenti presenti on line, alla ricerca di queste risposte. L’ha fatto per quella che considerava un’ossessione personale, ma che in seguito ha scoperto essere ampiamente condivisa. Così ha deciso di trasformare la sua indagine privata in un documento pubblico, realizzando un e-book che è la manna dal cielo per tutti coloro che vogliono saperne ancora. Intitolato “Wild Wild Sheela” il libro raccoglie in 100 punti gran parte delle domande che sono rimaste inevase nel documentario. 
Una lettura compulsiva che ha tutto il sapore del perfetto guilty pleasure e che permette di chiudere il capitolo su Rajneeshpuram con qualche certezza in più. Lo trovate su IBS.




martedì 11 luglio 2017

McSWEENEY’S BIG MISTERY

Chi segue questo blog sa bene quanto sia appassionato (ok, usiamo pure l’espressione fanatico) di riviste letterarie. Ne parlo di continuo, tanto on line quanto negli incontri in libreria o nelle lezioni nelle scuole di scrittura creativa che mi capita di tenere. Le illustro, promuovo, le esalto. Fra le innumerevoli riviste letterarie presenti sul mercato mondiale non ho mai fatto mistero di quanto la mia preferita sia “McSweeney’s”, fondata a San Francisco nel 1998 dallo scrittore Dave Eggers. È l’unica rivista della quale possieda l’intera collezione, dal numero 1 all’ultimo, orgogliosamente esposti nella mia libreria, come testimonia questa foto. 



Il nome per esteso della rivista in origine era “Timothy McSweeney’s Quarterly Concern”, ossia “Le preoccupazioni quadrimestrali di Timothy McSweeney”. Un titolo assurdo, che si rifaceva alla figura di un presunto corteggiatore della madre di Eggers che per anni ha scritto lettere affettuose alla donna prima di scomparire, rimanendo però una sorta di nome mitologico per i membri della famiglia. 
Come il suo ispiratore col tempo anche i riferimenti a Timothy McSweeney scomparvero dalla rivista, universalmente conosciuta ormai col semplice nome di “McSweeney’s”. 
Le caratteristiche principali del periodico sono due: da un lato la qualità altissima dei contenuti (le firme più illustri della narrativa americana hanno pubblicato inediti sulle sue pagine, dove hanno esordito anche alcuni degli autori emergenti più interessanti), dall’altro la creatività massima dei suoi formati. Alternando in genere un’uscita in versione libro tradizionale con un’altra dall’aspetto imprevedibile, nel corso del tempo McSweeney’s ha prodotto (fra gli altri) numeri in forma di quotidiano, di contenitore di quaderni, di finto beauty-case, di quadro da appendere alla parete, di cubo tridimensionale e di pacco di posta (con racconti inseriti in finti cataloghi o dentro buste da lettera).
Motivi per adorarlo dunque da parte dei lettori ce ne sono parecchi. 
Malgrado si definisca quadrimestrale, McSweeney’s col tempo ha abituato i suoi lettori a subire diversi ritardi. Chiunque si occupi di riviste indipendenti sa bene come sia difficile rispettare i tempi prefissati, soprattutto per una pubblicazione composta interamente di racconti e che quindi deve sottostare alle promesse di consegna (raramente mantenute) degli scrittori coinvolti. Lo slittamento di un paio di mesi o più presto diventa la norma. Eppure tre anni fa è successo qualcosa di più grave e misterioso. Dopo la pubblicazione del numero 48 (nell’agosto del 2014), la redazione ha cominciato ad anticipare che erano in già corso i lavori per il numero che avrebbe segnato una tappa storica per la rivista, il numero 50. Il comunicato non forniva molti elementi ma lasciava intuire che stavano pensando in grande. Per i lettori più fedeli, abituati a ogni forma di follia cartotecnica, era logico attendersi un’edizione spettacolare. Contestualmente la redazione annunciava anche i contenuti dell’imminente nuovo numero, il 49. Sarebbe stato un volume interamente dedicato al concetto di “cover”: gli scrittori coinvolti avrebbero riscritto a modo loro alcuni racconti celebri e a il numero avrebbe avuto l’aspetto di un vinile a 33 giri. Veniva addirittura anticipata la copertina del disco, nel tipico formato quadrato degli LP. 

Poi, il nulla.

Di mesi ne passano quattro, sei, otto, intanto, per la prima volta nella storia della rivista, appare una raccolta fondi attraverso il portale Kickstarter per finanziarne la stampa. I  lettori più affezionati partecipano felici, ma col passare dei mesi cominciano a lasciare commenti di protesta: l’attesa non è più di mesi, stanno passando anni. Nessuno si premura di dare risposte o spiegazioni. 
Il numero, di solito acquistabile on line anche sui abituali canali di vendita libri tipo Amazon, passa da “prenotabile” a “non prenotabile al momento”. 
Sul sito di McSweeney’s non compare una riga a riguardo. Facendo ricerche su Google non si trova praticamente niente. Un caso di omertà digitale senza precedenti. 
Trascorrono quasi tre anni. 

Ad aprile l’amico libraio dal quale solitamente acquisto il numero d’importazione mi chiama per avvisarmi che all’improvviso il volume risulta in consegna. Siamo entrambi perplessi, invece un paio di giorni dopo arriva per davvero. 
Si tratta del tanto atteso numero 49, però ci sono dei però. 
La copertina è rimasta invariata, il formato è quadrato, ma non ha le dimensioni di un LP quanto piuttosto quelle di un 45 giri. Nell’introduzione (firmata in forma generica da “I redattori”) si presentano con toni di grande entusiasmo i contenuti letterari del numero. Non un accenno al clamoroso ritardo nella pubblicazione, non un riferimento al cambio di formato e, soprattutto, nessuna anticipazione o promessa riguardo all’ormai prossimo numero 50. 
Rimane dunque un mistero insondabile.
Perché tanto ritardo? Che è successo? Che sta succedendo? Ci sarà un numero 50? Ci stanno ancora lavorando? Se si, quando uscirà? 
Domande che al momento restano prive di risposta. (Se qualcuno fra voi ha notizie al riguardo me le riferisca, grazie). 



Detto tutto ciò, il numero 49, da un punto di vista strettamente letterario, è splendido. Il concetto di cover applicato alla narrativa produce esperimenti di alto livello e di grandissimo piacere. Lo scrittore Jess Walter trasforma il celebre racconto “I morti” di James Joyce nella caduta in disgrazia di uno sceneggiatore di serie televisive a Los Angeles, la scrittrice Lauren Groff racconta da un’altra prospettiva le protagoniste del racconto “Desideri” di Grace Paley e la celebre autrice Meg Wolizter riscrive il capolavoro “Un giorno ideale per i pescibanana” di J.D. Salinger dal punto di vista di una baby-sitter. E questi sono solo alcuni esempi. 
Un numero memorabile, che se amate la letteratura e ve la cavate con l’inglese non dovreste proprio perdervi. 

Anche perché chi ci assicura che ci sarà mai un prossimo numero?

domenica 21 febbraio 2016

I FANTASTICI A4

L’idea è così semplice da essere geniale: una rivista letteraria monografica, che pubblica un solo racconto a numero, stampabile a domicilio. Il lettore può scaricare il .pdf, stampare il testo su un singolo foglio fronte e retro, piegarlo in otto e, voilà!, si è creato a casa propria il nuovo numero. 
A ideare questo sistema, elementare ma efficace, è stato lo scrittore siracusano Stefano Amato, autore tra l’altro dei romanzi “Il 49esimo Stato” (Feltrinelli) e del recente “Bastaddi” (Marcos Y Marcos), nonché curatore del pluripremiato blog letterario “L’apprendista libraio”. 
La rivista si intitola (poteva essere altrimenti?) “A4” e per chi lo desidera esiste anche in versione elettronica epub e mobi, ma è il formato .pdf stampabile che ne rappresenta meglio la natura. Dotata di una grafica  sobria ma impeccabile, ha esordito a dicembre 2015 con la prima uscita, ospitando un racconto di un altro autore siracusano, Angelo Orlando Meloni. Il secondo numero esce oggi ed è firmato dalla scrittrice palermitana Mari Accardi.
Se volete sapere qualcosa di più sulla rivista, cliccate qui.
Se volete scaricarne i numeri andate sul sito aquattro.eu
“A4” è senza dubio l’aggiunta più originale al panorama delle riviste letterarie italiane. 





giovedì 27 febbraio 2014

MUSICA PER ORECCHIE IMPREPARATE

Per alcune settimane ho tenuto sul blog La nottola di Minerva una rubrica intitolata "Dischi che proprio non capite", dedicata a una serie di album di artisti sottovalutati, controversi o semplicemente improponibili. Ecco i link per recuperare tutte le puntate.

KAREN CARPENTER



THE SPARKS



STEPHANIE



YOKO ONO



THOMAS DOLBY









giovedì 20 febbraio 2014

MINIMONDO

Esistono posti al mondo talmente piccoli da sembrare incredibili. Una chiesa che può accogliere un solo fedele per volta, una discoteca per dieci ballerini, un ristorante che può ospitare una sola coppia, un albergo con un solo letto, un’abitazione ricavata dall’intercapedine fra due palazzi... Lo scrittore Valerio Millefoglie per mesi ha girato l’Europa per scoprire e sperimentare di persona questi esempi reali di microscopia, a volte affascinanti, a volte semplicemente assurdi. Queste sue peregrinazioni sono ora raccolte nel saggio “Mondo piccolo” pubblicato da Laterza nella sua celebre collana Contromano.
Valerio però non si è limitato solo a visitare luoghi, ma ha esplorato il concetto di piccolo anche attraverso l’incontro con le persone: per esempio l’unico impiegato di una banca tedesca o lo scultore specializzato in creazioni posizionate dentro la cruna di un ago. Quella del “piccolo” diventa allora una lente nuova attraverso la quale analizzare la realtà, una filosofia di vita.
Una lettura che non può che fare sorgere curiosità turistiche (chi non vorrebbe sperimentare l’albergo da un solo letto?) e anche parecchie interessanti riflessioni. 
Fra le molte pagine notevoli di questo libro mi ha molto colpito un’osservazione che Valerio inserisce nel capitolo riguardante la “Cortomobile”, una macchina trasformata in cinema per due spettatori alla volta: 

C’è un pubblico che questo cinema non riesce proprio a coinvolgere, tira dritto quasi infastidito da ciò che reputa così strambo e inutile. Una signora dice ironica alla figlia piccola, “E io dovrei entrare lì dentro?”. La bambina ride e commenta, “Che stupidata, tanto vale vado al cinema vero”. Mentre le guardo andar via ridendo mi viene da pensare ai cattivi insegnamenti. Ragionando così, mi dico, al mondo non s’inventerebbe più niente. Senza azzardare combinazioni inusuali ci fermeremmo a ciò che già conosciamo. Diventeremmo i nuovi primitivi. Invece c’è bisogno di fare un cinema in una macchina, mettere per terra il segnale Pericolo che però non indica nessun pericolo, sistemare vicino un leggio e chiamarlo Cortomenù, dal quale poter scegliere il cortometraggio o il documentario che si vuol vedere. Un cavatappi dentro una bottiglia potrebbe essere un’altra idea, mi dico. Io di solito non so mai dove ho messo il cavatappi. In quel modo sarei sicuro di trovarlo al posto giusto. Inventare ciò che non serve significa inventare il bello.  

Quanto ha ragione.


PS: Aggiunta personale: una volta mi è capitato di fare un reading nel teatro più piccolo del mondo: anche solo metterci piede dentro è stato emozionante, bellissimo poi esibirsi. 

martedì 24 settembre 2013

UN DISCO PER L’ESTATE (CHE È FINITA, FRA L’ALTRO)


Personalmente, l’appuntamento che attendo con maggiore trepidazione della nuova edizione di Roland è quello conclusivo, il reading/concerto di Aldo Nove insieme a i Camillas. Se Aldo Nove però è un autore celebre e non ha bisogno di presentazioni, molti ignorano chi siano questi Camillas. Male, perché sono un gruppo originalissimo e hanno fatto un nuovo album che spacca. Quindi ho deciso di scrivere una recensione del loro ultimo cd come forma di presentazione per coloro che non li hanno mai sentiti nominare.
Eccola:



Difficile spiegare I Camillas a chi non li conosce. 
Cerchiamo di farlo con ordine:
Intanto sono un duo. Quindi polistrumentisti, abituati a cavarsela da soli.
Poi sono di Pesaro. Quindi indie di provincia.
Infine sono pazzi, nel senso che producono dischi di un livello di creatività talmente incontenibile che per l’ascoltatore medio risultano solitamente uno shock. Quando fate ascoltare un disco de I Camillas a un amico la reazione standard è: “Ma cos’è ‘sta roba?”. In questo caso meglio cambiare amicizie, ma andare fieri dei propri gusti musicali. 

L’ultimo album, uscito alla fine del 2012, si intitola “Costa Brava” e più che un disco verrebbe da definirlo una discografia, perché all’interno c’è di tutto: 16 brani più una ghost-track, che sono una carrellata di generi miscelati con totale disinvoltura. 
Questo è il terzo capitolo della produzione targata Camillas: hanno esordito con l’ep “Everybody in the palco!”, seguito dall’album “Le politiche del prato”. “Costa brava” però a mio avviso rappresenta un salto evolutivo: mi sembra che qui i pesaresi raggiungano il loro vertice, perché ogni brano contenuto è bello, ma in modo sempre diverso. 
Il cd si apre con “Giovane donna”, che si potrebbe agilmente definire il perfetto incrocio fra i New Order e Cochi & Renato (ma che razza di incrocio è?!?): un muro di chitarre e un ritornello (“Vai, giovane donna vai, più forte di me”) ripetuto in continue varianti, quasi cabarettistiche. Non so se abbia senso, so solo che è bellissimo. 
Va detto che coi Camillas il dubbio è sempre un po’ quello: se stiano scherzando o facciano sul serio, e non è mai dato capirlo. Bastano alcuni titoli a suggerire la loro follia: un pezzo si intitola “Brano violento” - e, ovviamente, è lentissimo; un altro si chiama “Il ritorno avambraccio” (cioè? Boh).
Musicalmente si concedono qualunque cosa: si passa dall’electro-pop di “Capita”, alle ballate acustiche “Rovi” o “Bel pomeriggio”, al dub della già citata “Il ritorno avambraccio”, al puro pop di “Gli arpeggi”, sino a punk alla CCCP-Fedeli alla linea nello scatenato “Cane”. Come se tanta eterogeneità non bastasse si divertono a includere anche un finto canto popolare siciliano (“Sissignuri”) e una struggente canzone neomelodica napoletana (“Incajate”). Il pezzo conclusivo, “La canzone del mare”, inizia come una dolente ballata cantautorale e finisce con intensi echi elettronici alla “Atmosphere” dei Joy Division. Un distillato di influenze, sfacciato e consapevole.  
La vera forza dei due pesaresi però sta nell’uso della lingua, sempre creativo e spiazzante. In “Cane” cantano: “Sei un cane, ti piace sbavare, a volte abbaiare, nei prati correre” ma lo pronunciano corrère, con l’accento spostato, per mantenere l’assonanza. In “Gli arpeggi” si inventano un liberissimo uso del riflessivo: “Gli arpeggi che mi sei”. 
Adoro I Camillas perché ogni loro disco comporta tre strati: il primo ascolto implica continue sorprese (cosa succederà adesso?). La seconda fase è quella nella quale familiarizzi con i cambi di registro: ascolti il testo per bene e sei già preparato agli arditi sbalzi musicali. Infine, c’è il livello finale, quando hai superato l’analisi e hai solo il piacere ripetuto dell’ascolto per un disco così ricco di melodie e idee. 
È l’esatto contrario dei successi radiofonici assimilabili al primo ascolto: qui c’è troppo perché tu possa capirlo la prima volta. E’ un album a rilascio graduale, come una flebo. Non una botta, ma tante goccine che poi ti fanno stare meglio.  
“Costa Brava” è il capolavoro de I Camillas ed è il disco italiano dell’anno. Ma lo capiremo solo in quattordici. 



domenica 30 giugno 2013

SPIARE CON MIRANDA


Lo so che mettere un post la domenica pomeriggio d’estate è come buttarlo via, ma che ci posso fare se ho appena scoperto una cosa interessante e la scadenza è oggi?
Miranda July è un’artista multimediale che le ha un po’ tutte, pure troppo. Ha diretto interpretato e diretto film e cortometraggi notevoli (ricordate il delizioso “You and me and everyone we know”?), ha inciso dei dischi di rock indipendente, ha scritto un ottimo libro di racconti (“Tu più di chiunque altro”, Feltrinelli), ha esposto opere in musei e luoghi pubblici, ha concepito svariati progetti artistici in collaborazione con pubblico e lettori (il più noto è “Learning to love you more”). 
La sua nuova opera, intitolata “We think alone” e commissionata dal museo svedese Magasin 3, è un interessante lavoro che interseca l’arte, l’analisi del fenomeno della celebrità, l’uso dei mezzi telematici e il puro e semplice voyeurismo. Miranda ha chiesto a una serie di famosi artisti e personaggi pubblici di condividere alcune delle loro email private. In seguito le ha raccolte per aree tematiche e con scadenze regolari le invierà a tutti coloro che si iscriveranno alla mailing list di “We think alone”. Gli iscritti potranno gettare uno sguardo nella vicende private e nei pensieri dei vip, infrangendo il muro di privacy che di solito li circonda.
Le celebrità selezionate sono le attrici Kirsten Dunst e Lena Dunham (quella di “Girls”), gli scrittori Etgar Keret e Sheila Heti, le stiliste Kate e Laura Mulleavy (del marchio Rodarte), la fotografa Chaterine Opie, il fisico Lee Smolin, l’artista concettuale Danh Vo e il campione di basket Kareem Abdul-Jabbar. 
L’invio delle mail comincerà domani 1 luglio (anche se le iscrizioni continueranno a essere aperte). 
Qui potete inserire il vostro nome sulla lista e qui leggere un’intervista nella quale la July spiega nei dettagli il suo intrigante progetto. 
(Ma certo che mi sono iscritto, che domande). 



giovedì 6 giugno 2013

FERMATE INCONTROLLABILI


Sono reduce da un lungo tratto in metropolitana. Seduta accanto a me per tutto il tempo ho avuto una donna sui 35 anni, non bella ma estremamente curata, truccata e vestita come se dovesse andare a un appuntamento galante e non al lavoro (erano le nove e mezza di mattina). Quando mi sono accomodato a suo fianco era già impegnata in una conversazione al cellulare. Per il resto del viaggio non ha fatto altro che chiamate: appena terminava una telefonata ne iniziava un’altra (tra i vari interlocutori ho capito esserci state la madre e una sorella). Essendo a pochi centimetri da lei non potevo far altro che ascoltare i suoi discorsi, anche se parlava con un tono di voce regolare, non urlato come spesso accade di sentire sui mezzi pubblici. 
La cosa curiosa in tutto questo era che la donna annunciava a chi stava all’altro capo del telefono le fermate in cui si trovava. (“Palestro!”, “San Babila!”, “Duomo!”). La prima volta ho immaginato che rispondesse alla domanda del suo interlocutore (“Muoviti sei in ritardo! Dove ti trovi adesso?”). Poi, quando ha continuato a farlo nelle chiamate successive, ho capito che non c’era alcuna richiesta. Lo faceva e basta, come un tic linguistico, l’impulso incontrollabile di condividere il suo percorso.
Mi sono chiesto se si tratti di una qualche forma di patologia del tutto contemporanea: l’ossessione della tracciabilità, di essere raggiungibili ovunque, di far sapere ogni proprio piccolo spostamento. Una conseguenza alla troppa esposizione ai social network?  Il terrore di sparire durante il percorso? Boh.
Comunque ho pensato che sarebbe una caratteristica pazzesca per un personaggio. Dovrei infilarlo in un racconto o in un prossimo romanzo. Non serve neppure che me lo inventi: l’ho appena incontrato. 



sabato 15 settembre 2012

AVVENTURE CHE MI CAPITANO IN AUTOBUS QUANDO LEGGO (2)


Questo episodio è avvenuto una quindicina di anni fa.
Stavo attendendo un autobus che non arrivava. La banchina era affollata di gente in attesa, infastidita dal ritardo. Quando finalmente il mezzo è giunto alla fermata era carico di passeggeri. Il momento della discesa e della salita dei viaggiatori è stato caotico, con spintoni, lamenti, grida e imprecazioni. Sballottato io stesso qua e là, mi sono trovato davanti a un imprevisto posto libero e l’ho subito occupato. Per isolarmi dal tumulto che mi circondava, ho estratto un libro dalla borsa e ho cominciato a leggere. Pochi secondi dopo ho sentito una voce che diceva: - Uh, anch’io adoro leggere. Cosa sta leggendo? -
Ho alzato gli occhi dalla pagina e ho ho visto che la domanda proveniva dalla signora anziana seduta di fronte a me, sui 70 anni, capelli bianchi sotto una cuffietta, golfino azzurro, aria da nonnina ideale. 
Il volume che avevo fra le mani era un’antologia di giovani autori americani in lingua, mi sembrava complicato da spiegarle, così ho riassunto arbitrariamente in: - Un libro di racconti -.
- A me piacciono tantissimo anche i racconti. Io leggo di tutto. E’ uno dei pochi piaceri che ho dalla vita, perché, sa, io sono stata molto sfortunata - e, senza che io le dessi il minimo cenno di essere interessato, la signora si è lanciata in un resoconto sommario delle sue disavventure: figlia maggiore di una famiglia povera, composta da madre vedova e sorella minore, ai tempi della guerra aveva conosciuto un uomo che si era innamorato di lei, non ricambiato. Il pretendente non piaceva affatto perché era molto più vecchio, non bello e senza interessi culturali, ma era direttore di banca, un posto solido e di assoluto prestigio per l’epoca, sposarlo avrebbe significato regalare stabilità al resto della sua famiglia, quindi si è sacrificata e l’ha fatto. 
La donna parlava a un volume molto alto (forse aveva problemi d’udito, considerata l’età) e avevo l’impressione che l’intero autobus stesse assistendo alle sue confessioni. Lei però non dava cenno di preoccuparsene e continuava a rivelare ulteriori dettagli sulla sua sfortuna: il marito, dopo il matrimonio, si era rivelato genericamente “incapace di compiere i propri doveri” e mentre lei si avviava a subire una vita da infelice, la sorella aveva incontrato un ragazzo giovane e bello e, grazie alla nuova agiatezza, aveva potuto sposarlo liberamente. E a quanto pare, né la madre, né la sorella le avevano mai dimostrato la gratitudine che lei pensava di meritare per l’enorme sacrificio che aveva fatto per loro. 
Al termine di questo lungo monologo, la signora mi ha guardato fissa e ha concluso: - Non so se ha capito, ma io non ho mai provato un orgasmo in vita mia! -.
A quel punto io ero praticamente morto dall’imbarazzo e l’intero autobus di stava soffocando di risatine trattenute (chi più, chi meno). Però devo dire che la gioiosa frontatezza della signora mi aveva sorpreso e, visto che ormai la faccia me l’ero giocata, me ne sono infischiato degli astanti e ho cominciato a farle delle domande sul suo passato. Lei non aspettava altro e mi ha fornito un sacco di dettagli. 
Giunto alla mia fermata, le ho detto che mi auguravo sinceramente di raggiungere la sua età con la stessa vitalità. Lei ha risposto che ero “un giovane molto simpatico”.  Mentre scendevo dall’autobus tutti mi guardavano come se fossi il protagonista di qualcosa e, in effetti, lo ero stato. 


domenica 2 gennaio 2011

BIBLIOTECA DEL BIZZARRO

Ecco in esclusiva per il nuovo blog un elenco delle migliori stranezze letterarie che mi sono passate fra le mani negli ultimi mesi.

Joe Brainard - The Nancy book

Brainard è il geniale autore del primo "I remember", ossia l'inventore della formula del "Mi ricordo". Illustratore, pittore e (raramente) scrittore, Brainard è sempre stato un artista marginale nel panorama americano, anche se in tempi recenti è in atto un'opera di (sacrosanta) rivalutazione del suo lavoro. Fa parte di questa operazione di recupero anche l'uscita di questo volume illustrato dedicato all'ossessione del pittore per il personaggio dei fumetti Nancy, creato dal disegnatore Ernie Bushmille e pubblicato su innumerevoli quotidiani negli anni '50 e '60, quando Brainard era bambino. Nel corso della sua carriera Brainard ha utilizzato ripetutamente la figura di Nancy, nei modi più disparati: disegnando a sua volta fumetti apocrifi, inserendola in dipinti e collage, su cartoline e in altre svariarte forme. Questo libro li raccoglie più o meno tutti: una collezione di immagini assai bizzarra e certo unica nel suo genere.

Vanishing Poin: How to disappear in America without a trace

Trovato e comprato al Museo del design di Londra, di autore anonimo e pubblicato dalla fantomatica "Revolver Publishing by Vice Versa" (più che un marchio editoriale suona come la sigla di un collettivo antagonista), questo libretto contiene esattamente ciò che il titolo promette: un manuale per scomparire negli Stati Uniti senza lasciare traccia. Sono analizzati tutti gli aspetti pratici della faccenda (come mantenersi, come evitare la curiosità della gente, come evitare di lasciare segni del proprio passaggio, quali organizzazioni contattare in caso di bisogno...).

Leanne Shapton - Importanti oggetti personali e memorabilia dalla collezione di Leonore Doolan e Harold Morris, compresi libri, abiti e gioielli

Uscito negli USA nel 2009 e pubblicato in Italia da Rizzoli lo scorso ottobre (ma senza affatto suscitare la curiosità che avrebbe meritato) questo libro va annoverato fra i più strani romanzi degli anni '10, se non il più anomalo di tutti. Il volume infatti racconta la storia d'amore di una coppia dal momento del loro incontro alla loro separazione, il tutto senza l'utilizzo di alcun materiale narrativo, ma attraverso una serie di fotografie e reperti che ne testimoniano l'evoluzione: invito della festa dove i due si sono conosciuti, foto di lei con indosso un cappello che lui le ha regalato, menu del ristorante dove hanno cenato la prima volta, cartoline spedite l'uno all'altra, contenuto dei rispettivi beauty-case durante un viaggio, appunti su foglietti sparsi, libri letti dalla coppia... Strutturato come il catalogo di una casa d'aste, realizzato con scrupolosità maniacale dall'illustratrice Leanne Shapton (fondatrice tra l'altro di una casa editrice indipendente di libri d'arte alternativa), un romanzo che del plot salva solo lo scheletro, per rivelare al lettore esclusivamente gli elementi addizionali e superflui della vicenda, le minuzie quotidiane che un narratore tralascerebbe. Ma (qui è l'intervento narrativo creativo) tutte rigorosamente di finzione. Avantismo TO-TA-LE.

Douglas Martin - Outline of my lover

Romanzo (stavolta nel senso tradizionale del termine), estremamente poetico e struggente, uscito diversi anni fa ma recuperato (usato) solo quest'anno, narra l'intensa storia d'amore tra uno studente con grandi aspirazioni ma pochi soldi e una rockstar internazionale conosciuta a una festa. Cosa c'è di strano in tutto ciò? Che il libro è autobiografico e la rockstar è Michale Stipe dei R.E.M. Il nome non è mai citato nel libro, ma è inequivocabile. (Quanti altri divi a livello planetario ha prodotto Athens, in Georgia?). Il libro tuttavia non ha nulla di scandalistico o morboso, al contrario è un'opera anche difficile nell'ossessività del suo contenuto, un libro che potrebbe amare molto gli appassionati di Michael Cunningham o Colm Toibin. Mai tradotto in Italia.

Searching for Ludwig Wittgenstein: Illustrated Map

Questo è un oggetto davvero anomalo: una ricerca su alcuni dei luoghi frequentati dal filosofo Ludwig Wittgenstein, corredata di cartine geografiche e di disegni autografi, e stampata in forma di piantina pieghevole. Realizzata da tale Jan Estep, professore del Minnesota e pubblicata (suppongo) a sue spese: l'edizione in mio possesso (trovata nella libreria Printed Matter di New York specializzata in fanzine e pubblicazioni underground) non riporta l'editore.