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martedì 31 luglio 2018
E DI NUOVO CAMBIO CASA
Contrario a ogni regola di logica e fidelizzazione, questo blog cambia indirizzo per la TERZA volta. Ma stavolta dovrebbe essere quella definitiva.
Ho aperto un nuovo sito www.matteobb.com che finalmente raccoglie in un unico indirizzo tutti i vari contenuti che mi riguardano: blog, 'tina, podcast, libri e social.
Una casa unica per tutto. Era ora.
Ci vediamo di là (spero).
venerdì 25 maggio 2018
ORFANI DI SHEELA
Ogni tanto succede che un libro, un film o una serie tv suscitino un dibattito che ha l’aria di essere onnipresente e collettivo (all’improvviso ti sembra che ne parlino tutti e ovunque). In questi ultimi mesi è il caso senza dubbio di “Wild wild country”, documentario in sei puntate di Netflix legato alla fondazione di Rajneeshpram, la gigantesca comune che i discepoli di Bhagwan Shree Rajneesh, meglio noto come Osho, avevano aperto nel 1981 in Oregon. La serie tv, più appassionante e imprevedibile di una fiction, benché basata unicamente su materiali di repertorio e interviste, metteva in luce soprattutto il ruolo centrale giocato da Ma Anad Sheela, la segretaria personale di Osho e vero motore primo dell’intera vicenda Rajneeshapuram, dalla sua nascita alla sua distruzione. Sfrontata, magnetica, arguta, inattaccabile, al contempo diabolica e angelica, Sheela è un personaggio degno di Dostoevskji, che esce dallo schermo per imprimersi a fuoco nella memoria dello spettatore
Il documentario racconta in maniera egregia una storia che però è talmente surreale e sbalorditiva da lasciare nel pubblico una scia di curiosità e domande. Al termine della visione quelle sei ore appaiono persino poche, ne vorremmo altre due, quattro, dieci. Vorremmo saperne di più sulle tante questioni che solleva, sulla fine che hanno fatto i vari protagonisti e, soprattutto, inutile dirlo, sulla figura enigmatica e meravigliosa di Sheela.
Quasi rispondendo in maniera subliminale a questo desiderio collettivo, la giornalista Roberta Lippi ha fatto ciò che quasi tutti noi orfani della serie speravamo che qualcuno facesse: ha letto articoli, libri, interviste, ha visto video e documenti presenti on line, alla ricerca di queste risposte. L’ha fatto per quella che considerava un’ossessione personale, ma che in seguito ha scoperto essere ampiamente condivisa. Così ha deciso di trasformare la sua indagine privata in un documento pubblico, realizzando un e-book che è la manna dal cielo per tutti coloro che vogliono saperne ancora. Intitolato “Wild Wild Sheela” il libro raccoglie in 100 punti gran parte delle domande che sono rimaste inevase nel documentario.
Una lettura compulsiva che ha tutto il sapore del perfetto guilty pleasure e che permette di chiudere il capitolo su Rajneeshpuram con qualche certezza in più. Lo trovate su IBS.
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martedì 9 settembre 2014
SCINTILLE IN ITALIANO
Quando nutri una passione sconfinata per un gruppo musicale di nicchia e ti capita di conoscere altri estimatori scatta una forma immediata di riconoscimento e identificazione: sulla sola base di un gusto condiviso hai l’impressione di ritrovare affinità molto più profonde e significative. Il bello è che tale impressione spesso si rivela fondata.
Per diverso tempo io e lo scrittore Federico Baccomo (noto anche con lo pseudonimo di Duchesne e autore del best-seller “Studio illegale”) ci siamo incrociati in presentazioni letterarie e festival di letteratura, ma solo quando abbiamo scoperto, tramite alcuni video postati sulle nostre bacheche Facebook, di condividere un’assoluta adorazione per il duo americano degli Sparks è scoppiata fra di noi la scintilla (eh eh) di una reale e appassionata amicizia. Per questo abbiamo deciso di concretizzare questa forma di idolatria in qualcosa di pubblico: ci siamo messi a tradurre le nostre canzoni preferite del duo e le abbiamo raccolte in un tumblr.
Il progetto “Sparks in italiano” raccoglie i primi frutti di questo lavoro a quattro mani ed è destinato ad ampliarsi con nuovi contributi nei mesi a venire.
Se non conoscete gli Sparks, o li conoscete solo in maniera approssimativa, provate a dare un’occhiata al contenuto dei loro testi. Forse capirete perché io e Federico li adoriamo a questi livelli.
giovedì 30 gennaio 2014
EDIZIONI FAI-DA-TE
Ieri ho pubblicato sul quotidiano on line Linkiesta una riflessione sui rischi del self-publishing. La riporto anche qui di seguito.
IL RISCHIO DI DIVENTARE EDITORI DI SÉ STESSI
Da tempo mi occupo di esordienti, in qualità di consulente di case editrici e curatore di riviste letterarie, e come tutti seguo con interesse il dibattito sull’evoluzione dell’editoria chiamata a confrontarsi con le nuove prospettive aperte dal digitale.
Di recente mi è capitato di leggere la significativa testimonianza della blogger Loredana De Michelis, che riesce ad evidenziare in maniera sintetica ed efficace i limiti che il sistema attuale del mercato dell’ebook comporta (classifiche di vendita manipolabili, recensioni fasulle, trucchetti di autopromozione), ma allo stesso tempo bene illustra sia i percorsi che portano un esordiente a scegliere la strada della pubblicazione in digitale, che gli errori che è portato a fare (refusi, scelta casuale della copertina). Interessante è anche la disinvoltura che Loredana evidenzia nella scelta dei materiali da mettere sul mercato (“Scovo una raccolta di lettere che avevo scritto da Londra... Ecco un altro possibile ebook già pronto”): un approccio nei confronti del concetto di “pubblicazione” che fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile.
Questo articolo mi ha fatto riflettere sulla mia esperienza personale di scouting e su alcuni eventi recenti. Già diverse volte mi è capitato un episodio di questo genere: qualcuno mi manda un testo in lettura, io gli scrivo facendogli le mie osservazioni e come risposta ricevo una mail sulla falsariga di: “Grazie, ma intanto ho deciso di farlo uscire in e-book. Non avevo voglia di aspettare troppo a lungo le risposte degli editori”. In alcuni casi questo scambio avviene nel giro di qualche settimana: l’autore in questione non ha avuto la pazienza di aspettare neanche un mese.
A me sembra che una scelta come l’autopubblicazione in ebook per un esordiente comporti due conseguenze, diciamo una ‘esterna’ e una ‘interna’. Quella esterna è l’ovvio effetto da intasamento anonimo, l’ennesimo e-book di sconosciuto a 0.99 euro in una marea di prodotti simili indistinguibili fra loro. Ma è sull’effetto interiore che vorrei concentrarmi, quello che riguarda la relazione fra l’autore e la propria opera. Una volta che il testo è stato licenziato, che l’e-book è consegnato nelle mani del pubblico (malgrado poi, nella quasi totalità dei casi, si rivelerà essere composto da qualche decina di persone, conoscenti diretti dello scrittore), la sensazione sarà quella di aver concluso il lavoro e di essere pronti per mettersi all’opera sul romanzo successivo. Il libro è pubblicato, discorso chiuso.
Quello che avveniva prima invece, nel tentativo di ottenere la pubblicazione cartacea tramite un editore, era fatto sì di lunghi mesi di attesa, di frustrazione, di invii a vuoto, ma anche, in diversi casi, di allacciamento di rapporti, di letture critiche, di rifiuti e stroncature, ma anche di osservazioni sul testo, di suggerimenti, di evidenziazione dei punti deboli, di giudizi, forse severi ma professionali. Spesso l’esordiente, sulla base di queste reazioni, era portato a rivedere il suo lavoro, a riscriverlo, a operare dei cambiamenti, anche radicali se necessario, a lavorare a una nuova stesura, oppure a rinunciarvi del tutto, scegliendo di iniziare un nuovo progetto sulla base dell’esperienza fornitagli dagli errori precedenti.
In sintesi, a me pare che una grave conseguenza dell’immediata uscita in e-book per un principiante sia quella di sottrarsi al rapporto dialogico che la strada tradizionale comporta. Trasformarsi in editori di se stessi significa saltare una serie di passaggi, alcuni anche molto frustranti, questo è fuori dubbio. Ma è davvero salutare evitarli?
Concedetemi delle metafore arbitrarie: lo sportivo che rinuncia agli allenamenti per non dover sopportare i rimproveri del coach, il musicista che salta la gavetta per non subire l’umiliazione di suonare in un bar dove nessuno dei presenti gli presta attenzione, saranno poi in grado di affrontare l’arena con le solide basi che richiede?
Mi spingo ancora oltre: prima, la fame di giudizi che aveva un autore in erba sul proprio manoscritto era tale da spingerlo a sottoporlo alla lettura di amici, insegnanti, fidanzate, colleghi. Anche questa era una minima forma di palestra. Oggi quegli stessi interlocutori sono i suoi lettori potenziali, si rivolge a loro dopo aver pubblicato il testo in forma elettronica, li invita ad acquistarlo. A loro volta questi non gli faranno osservazioni sul testo a cui sta lavorando (e che potrebbe essere spinto a modificare, perfezionare, stravolgere), gli faranno critiche su un’opera a tutti gli effetti conclusa. Il cambio di prospettiva è notevole, direi radicale.
Prevengo in parte la valanga di critiche che mi verrà rivolta, prima fra tutte farmi notare come nella maggior parte dei casi il dialogo fra autore ed editore a cui faccio riferimento non esista, la protesta di chi si dichiara disposto alla messa in discussione del proprio lavoro ma si trova ad affrontare invece la completa indifferenza. Posto che, in un momento storico nel quale proliferano riviste on line, blog letterari, medie, piccole, microscopiche case editrici, forum di discussione e così via, la mancanza assoluta di responso sui testi mi appare sempre più difficile da credere (in altre parole, siamo sicuri che questi autori abbiano idea di dove andare a cercare un confronto?), quello che voglio mettere in discussione è il processo logico che ne scaturisce: nessuno mi risponde, quindi mi pubblico da solo. A me sembra che in questo passaggio di democratizzazione assoluta (lo scavalcamento del rapporto con un editore consolidato, tutti che diventano editori di se stessi) sia la qualità del testo a farne le spese: non esistono più standard minimi, esiste solo il desiderio di essere sul mercato.
martedì 21 gennaio 2014
#SELF CONTROL
Debutta questa settimana on line “#self”, una nuova rivista di narrativa, creata e diretta dallo scrittore e giornalista Alberto Forni, un nome certamente già noto a chi legge questo blog. Alberto, oltre a essere stato insieme a me uno degli autori della trasmissione “Dispenser” di RadioDue RAI, alcuni mesi fa ha fondato il sito iltuoebook.it, divenuto in breve uno dei punti di riferimento per gli autori che si rivolgono al mondo del digitale.
Per capire meglio di che rivista si tratta gli ho alcune domande:
Cos’è #self?
#self è una rivista digitale di racconti, provenienti perlopiù dall’universo del self-publishing, di cui è appena uscito il primo numero.
Perché hai deciso di fare questa rivista? In cosa si differenzia dalle altre?
L’idea mi è venuta di ritorno dal primo Self-Publishing Festival che si è tenuto a ottobre a Senigallia. In quel contesto ho percepito un così grande entusiasmo e voglia di fare che mi sono lasciato trascinare. Anche perché la differenza con il mondo editoriale, diciamo così, “ufficiale” – che negli ultimi tempi non brillla certo per entusiasmo – era davvero tangibile.
Devo poi dire che sono da sempre un appassionato dell’autoproduzione, tanto che già nei primi anni Novanta mi ero fatto catturare dall’idea che con un computer, uno scanner e una stampante laser ci si potesse fare un piccolo prodotto editoriale in casa. Adesso il cerchio si chiude, visto che anche la distribuzione e la vendita possono avvenire “in proprio”. Quella del digitale è una grande rivoluzione, ma rimane un mezzo, poi ci vogliono le idee.
Da un certo punto di vista #self non è diversa dalle altre riviste di narrativa, la discriminante è forse il fatto di tenere conto del fenomeno del self-publishing – rivolgendosi proprio a quel serbatoio – che da una parte concede grande libertà e duttilità, dall’altra crea scompiglio in un mondo in cui le strade per arrivare alla pubblicazione, fino a pochi anni fa, erano ben definite.
Con che criterio hai scelto i racconti del primo numero?
Devo dire che si sono scelti da soli. Nel senso che a un certo punto è stato chiaro quali racconti emergevano sugli altri, a prescindere dai gusti personali. Metà dei testi arrivati era abbastanza improponibile, si trattava di racconti molto letterari, o scolastici, con tutti i difetti che chi frequenta i manoscritti conosce bene. Poi c’erano alcuni testi che non erano convincenti ma la cui scrittura mostrava comunque delle qualità: a queste persone ho scritto dicendo di mandarmi altro in futuro. Alla fine sono stati scelti otto racconti. Anche qui non tutto è dello stesso livello, ma risulta evidente che l’approccio di questi autori è scaltro, consapevole, per nulla dilettantistico.
Quanto conta l’esperienza del sito iltuoebook.it nella realizzazione del progetto #self?
Conta perché mi ha permesso di esplorare questo strano universo, di venire a contatto con diversi scrittori indipendenti e con i loro testi, di farmi un’idea generale del materiale che circola, di osservare quali sono i diversi approcci dei self-publisher. Ormai, quando vedo una copertina o leggo una sinossi so già cosa aspettarmi e difficilmente sbaglio. È chiaro che nel magma del self-publishing si riversa tutta una serie di testi di scarsa qualità ma è anche chiaro che non si può ridurre tutto alla trafila editoriale tradizionale con i progetti sempre a lunghissimo termine, il problema della visibilità e della promozione e poi questa modalità ormai preistorica di spostare qua e là migliaia di libri per poi mandarne la maggior parte al macero. Chiaramente il digitale e il self-publishing non sono la risposta a tutto e buttare un libro autopubblicato in mezzo ad altre migliaia significa comunque condannarlo all’anonimato. Però cominciano a esserci anche alcune esperienze interessanti di autopubblicazione, cioè testi validi che sono riusciti a trovare un loro pubblico. Non è tutto oro, ma neanche tutta fuffa.
Che consigli daresti a chi vuole proporre testi per il prossimo numero?
Di mandarli, ovviamente. E magari di leggere i post sul primo numero della rivista e sul progetto in generale per farsi comunque un’idea.
Dove si può trovare #self?
Si può trovare online (scaricabile anche in formato pdf) su Issuu. Poi su Amazon e sui principali store digitali come ad esempio Ultima Books o Bookrepublic. Sempre gratuitamente.
martedì 12 novembre 2013
MONDO PASSWORD
Lista delle password che devo tenermi a mente:
Quella della casella di posta Gmail.
Quella della casella di posta Hotmail.
Quella della casella di posta Yahoo.
Quella della casella di posta Aruba (a nome matteobb)
Quella della casella di posta aAruba (a nome ‘tina)
Quella della casella di posta Libero.
Quella dell’account Facebook.
Quella dell’account Twitter.
Quella dell’account Instagram.
Quella dell’account Pinerest.
Quella dell’account YouTube.
Quella di accesso al sito matteobb.
Quella di accesso al blog matteobblog.
Quella di accesso a un certo Tumblr che gestisco in anonimato.
Quella della casella di posta Gmail (a nome Roland).
Quella della casella di posta Gmail (di Indiana editore).
Quella dell’account Flickr di mia mamma (sì, mia mamma ha una pagina Flickr, che gestisco io ovviamente, lei non saprebbe neanche accedervi).
Quella dell’account iTunes.
Quella dell’account Dropbox.
Quella dell’account Getpocket.
Quella dell’account Evernote.
Quella di una certa chat erotica.
Quello di un’altra certa chat erotica.
Quella per accedere ai servizi della mia banca on line.
Quella per accedere ai servizi della mia compagnia telefonica on line.
Ho tralasciato quelle relative ad account commerciali (negozi on line), che sono almeno altre cinque o sei.
venerdì 8 novembre 2013
DÉPÊCHE FICTION
Vabbé, se lo idolatro ci sarà un motivo.
Da alcuni giorni il mio scrittore preferito (Douglas Coupland, che ve lo dico a fare?) ha dato vita a un nuovo esperimento letterario, il tentativo di trovare una nuova formula di romanzo. La forma in sé non è nuova, anzi: si tratta di un classico ottocentesco (la pubblicazione a puntate su un giornale). La novità consiste nel desiderio di integrare il più possibile la contemporaneità dei fatti dentro la narrazione stessa (un libro influenzato in tempo reale da ciò che accade nel mondo) e dal giornale scelto per l’operazione, “Metro”, il free-press distribuito in metropolitana e nelle stazioni, un quotidiano che milioni di persone nel mondo (Italia inclusa) afferrano e leggono ogni giorno sui mezzi per andare al lavoro.
Ha anche trovato una definizione per questo nuovo tipo di narrativa: “dépêche fiction”.
Ecco come la spiega lui stesso:
Non sono più sicuro che la fiction riesca a tenere il passo della vita, e di come la viviamo. Sono uno sperimentatore nato, e voglio tentare qualcosa di nuovo per cercare di sopperire a questa mancanza. L'ho già detto, e lo ripeto: come specie non siamo mai stati così intelligenti eppure non ci siamo mai sentiti così stupidi. Viviamo in un mondo di dispositivi elettronici e di nuvole informatiche e di bolle economiche. Il romanzo tradizionale sarà sempre fondamentale per la civiltà umana, ma ho l'impressione che sia necessaria una nuova forma di narrazione. La chiamo dépêche fiction: una fiction che cambia rapidamente. (Sì, un po' come i Dépêche Mode, una band che mi piace moltissimo). La dépêche fiction è una botta di caffeina. La dépêche fiction è un video pazzesco girato in Russia con una webcam fissata sul cruscotto della macchina. La dépêche fiction è scritta in modo da accumularsi nel cervello con il passare del tempo, per poi schiudersi, come uova aliene, e far dire al tuo cervello: "Hey! Sento un formicolìo, sento qualcosa di nuovo! E in ogni caso ho colto di sorpresa la tua vita!"
Il romanzo si intitola "Temp" (ossia "Temporaneo"). Trovate qui sul sito di Metro la prima puntata tradotta. Le successive vengono pubblicate a scadenza quotidiana.
mercoledì 29 maggio 2013
TESORI IN RETE
Da diverse settimane non aggiornavo il blog. Per farmi perdonare, vi segnalo una serie di link interessanti che ho scovato in Rete ultimamente. A testimonianza del fatto che non sono stato del tutto inattivo.
La rivista letteraria “Cadillac” ha cambiato faccia. A partire dal numero 5, rilasciato da qualche settimana, si presenta con una nuova veste grafica, nuove rubriche e nuove importanti collaborazioni, come quelle con la rivista inglese “Five dials” e le americane “McSweeney’s” e “n+1”. In pratica, accanto ai racconti di autori italiani esordienti, pubblicherà traduzioni esclusive di testi tratti dalle prestigiose colleghe straniere. Un gran bel risultato per una pubblicazione così giovane. Fra i racconti di questo numero vi suggerisco in particolare “Arboricoltore” dell’irlandese Eimear Ryan, un piccolo gioiello, a mio avviso. Scaricate il nuovo numero qui.
Da un paio d’anni Peter Cameron tiene un blog, ma in segreto. In questi giorni ha deciso finalmente di renderlo pubblico e così siamo venuti a scoprire l’esistenza di questo “Extreme legibility”, blog dal taglio curioso e del tutto personale, nel quale fa l’elenco di tutti i libri che legge “prima di dimenticarsene” (come recita il sottotitolo). Brevi recensioni d’autore, accompagnate talvolta anche da informazioni tecniche (dove ha trovato il volume, in quale edizione, se conosce l’autore...). E’ come sbirciare nel mondo di uno scrittore attraverso le sue letture. Un’idea che sarebbe bello se altri scrittori decidessero di seguire.
A chi non è mai capitato di acquistare un libro usato e trovarci dentro un ricordo involontario del proprietario precedente? Fotografie, cartoline, foglietti di appunti, biglietti di treni, aerei e tram, quasi sempre utilizzati come segnalibro e dimenticati a fine lettura. Il sito letterario italiano Archivio Caltari dedica da tempo una rubrica intitolata “Libri usati con qualcosa dentro”. È bellissima, andateci a curiosare. [Anch’io ho fatto un ritrovamento simile una volta, ne ho parlato qui]
La migliore risorsa in rete per chi è interessato alla letteratura omosessuale americana (o per meglio dire, GLBT) è il blog “Band of Thebes”. Aggiornato quasi quotidianamente, il blog offre recensioni di qualunque romanzo pubblicato sul tema, annuncia premi e riconoscimenti legati al settore, celebra anniversari di scrittori, offre anticipazioni sui libri in uscita. Si sta via, via costituendo come una preziosa enciclopedia on line, accuratissima e in costante ampliamento. Imprescindibile per chi si occupa di queste tematiche.
Nutro da tempo una specie di feticismo per la corrispondenza postale e non potevo non apprezzare i contenuti di “Letters of note”, altro blog americano, che riporta riproduzioni autografe di missive di personaggi celebri, ma anche scambi di lettere fra una bibliotecaria e una casa di produzione cinematografica, una dedica privata di Norman Mailer a Ernest Hemingway, la trascrizione delle lamentele che il pittore H.R. Giger scrisse alla 2oth Century Fox in merito al film “Alien 4”, una lettera dell’attore Sidney Poitier al presidente Roosvelt... Insomma: lettere notevoli, come giustamente il titolo promette.
Lo scrittore e giornalista Alberto Forni, già fondatore dello spettacolare blog “Fascetta nera”, ha da poco dato vita a un sito interamente centrato sull’autopubblicazione digitale, che include interviste, saggi, traduzioni di articoli stranieri e numerose indicazioni pratiche per chi ha un libro nel cassetto e intende esordire sulla rete. Si chiama semplicemente “Il tuo ebook” ed è davvero molto utile.
In cosa si differenzia una casa editrice dedicata ai libri d’arte rispetto a una classica di narrativa? Lo spiega bene l’intervista che il blog della rivista “The believer” ha fatto all’editrice indipendente Lisa Pearson di Siglio Press, che fornisce anche consigli a chi vuole cimentarsi nello stesso campo.
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martedì 5 marzo 2013
LO SCRITTORE E FACEBOOK
Ho da sempre un rapporto contraddittorio con Facebook. So che serve, eppure spesso lo metto in discussione. So che può essere gestito in molti modi e ho sempre l’impressione di farlo nel modo sbagliato. So è funzionale ma a volte vorrei non averne bisogno.
Per il suo utilizzo credo di aver optato verso una forma di socialità ibrida: pubblico commenti su questioni generali, segnalo videoclip e canzoni che mi piacciono, linko i pezzi del mio blog o le interviste che appaiono su altri siti. Per quanto concerne le immagini, non pubblico foto private, ma solo quelle dai contenuti condivisibili senza impegno. Se vado a una festa con decine di persone non ho problema a postarne delle immagini il giorno dopo, se vado a una cena di compleanno con otto amici le tengo per me. Posso pubblicare panorami dalla camera d’albergo delle mie vacanze, ma non certo i ritratti col mio compagno. Opero una separazione, che tuttavia non è netta, ma si situa in una sorta di territorio neutro fra il pubblico e il privato. Credo che questa collocazione nella terra di mezzo tuttavia rispecchi ciò che mi sento, a livello professionale. In quanto scrittore mi percepisco come una figura semi-pubblica. Non sono un cantante pop che viene fermato per strada con richiesta di autografi eppure ogni tanto mi capita di essere riconosciuto dai lettori, nei posti più disparati. Le opinioni che esprimo talvolta vengono riprese e citate altrove. Le recensioni dei libri, le segnalazioni musicali che offro comportano acquisti e commenti. Diversi lettori dicono di fidarsi di me, del mio gusto, e sono pronti a seguirlo. E naturalmente, quando pubblico un nuovo libro, FB è un modo semplice e immediato per informare dell’uscita, annunciare le presentazioni, ricevere pareri e critiche, mantenere un contatto diretto con chi mi legge o mi leggerà. Anche sulle richieste di amicizia cerco di operare un minimo controllo. Avrei superato la soglia dei 5000 “amici” da tempo, ma continuo a rifiutare richieste da profili ambigui (associazioni sconosciute, nickname con immagini di gattini e/o cartoni animati, foto profilo di bellimbusti a torso nudo o gente che, d’istinto, mi appare sospetta). Sbaglierò anche in questo probabilmente. Vedo l’entusiasmo di quelli che vantano i loro numeri di contatti come se fossero personali conquiste. (La pena che mi fa leggere appelli del tono di “Ragazzi, mancano solo dieci amici per arrivare a quota 3o00! Aiutatemi a raggiungermi questo risultato!”).
So che c’è chi opera la scelta dei due profili: uno pubblico e uno privato, con uno pseudonimo rivelato a pochi intimi. Una soluzione che non mi ha mai particolarmente attratto, preferendogli l’ambiguità del mio profilo ibrido e irrisolto.
Qualche giorno fa sull’Huffington Post americano è apparso un articolo intitolato “Gli scrittori hanno davvero bisogno di una pagina Facebook?”. L’autrice, Annie Hill, un’esperta in strategie di comunicazione, ne faceva un’analisi in termini di efficacia, non prendendo considerazione aspetti di ordine personale (in sintesi riteneva che, da un punto di vista promozionale, per un autore fosse più conveniente acquistare pubblicità su FB; un’analisi forse valida per il mercato statunitense, da noi quantomeno azzardata). La lettura dell’articolo più che stimolarmi mi ha deluso. Però il titolo mi ha fatto riflettere e scegliere di scrivere questo post. Non solo: mi ha fatto sorgere la curiosità di chiedere al volo ad alcuni amici scrittori la loro opinione sulla questione.
Ecco alcune delle loro risposte:
Giulio Mozzi: Per quanto mi riguarda, trovo che Facebook sia utile come è utile l'elenco del telefono. Mi fa comodo per il lavoro. Tutto qui.
Antonella Lattanzi: No. Secondo me gli scrittori non hanno bisogno di una pagina Facebook. Di certo avere un sito può essere utile, per esempio per raccogliere rassegna stampa e per segnalare novità, presentazioni, pubblicazioni, o pubblicare articoli e simili. Per chi un sito non ce l'ha - io, per esempio - Facebook può essere utile per le stesse funzioni per cui è utile un sito. Ma, naturalmente, con un bacino d'utenza molto più ristretto.
Ivano Porpora: Intanto la domanda va specificata. In merito alla pagina FB io non ce l’ho – ho un profilo FB, e c’è una profonda differenza. Ho anche una pagina per il libro, ma funziona un po’ come un sito vetrina nel quale metto recensioni, immagini, qualche idea nuova…
Sul profilo ti posso dire che me ne sto chiedendo l’utilità perché da un po’ di tempo a questa parte mi pare che FB stia diventando una sorta di voragine succhia tempo, nella quale ho sempre meno voglia di perdermi io stesso. Non me ne sono cancellato ancora perché mi serve professionalmente – è il modo migliore perché gli interessati possano essere raggiunti da novità in merito a uscite, eventi, presentazioni, eccetera; e perché io stesso possa nel caso essere contattato per proposte di lavoro.
Ma dal punto di vista personale il mio interesse negli ultimi due mesi – forse dovuto anche al fatto che ero impegnato nella stesura di un nuovo romanzo, e che questo mi ha completamente assorbito – si è praticamente ridotto a zero.
Veronica Tomassini: A mio avviso, sotto certi aspetti, non è affatto un vantaggio per lo scrittore detenere un profilo, una pagina (io ne ho addirittura due, per intenderci, non chiedermi la ragione, più il blog eh); malgrado forse lo scrittore (ipotizzo) possa valutare l'esatto contrario: la pagina mi serve, è una specie di curriculum, un promo perenne eccetera. In realtà, a me è capitato di pensare anche questo: che sia intanto l'ennesima lusinga per un ego già abbastanza allenato (prima ovvia osservazione); e soprattutto l'autore rischia di svelarsi come l'uomo potrebbe-dovrebbe, e tuttavia non lo scrittore. Penso ancora: avessi avuto l'opportunità di comunicare con Dostoevskij, chiedergli l'amicizia e poi scoprire che soffriva di meteorismo, che le aveva girate una mattina perché non trovava le pantofole, sai di quegli status domestici che spesso ci troviamo in bacheca, avrebbe sottratto qualcosa finanche all'autore e persino alla mia devota militanza (il mio immaginario, l'idea che ho nutrito e custodito, il tromp l'oeil tra l'uno, lo scrittore, e noi lettori nel qual caso). Facebook, le sue pagine, il sistema (analisi spicciola, perdonami), hanno democratizzato tutto: talento, mistero, elusività esclusiva, tutto. In quel gioco di ombre cinesi che si stabilisce tra autore e testo e lettore infine: il primo ci perde con la sua pagina, la sua frivolezza guadagnata a sua insaputa, il primo, cioè l'autore, ci perde, credendo di guadagnare.
Giorgio Fontana: Secondo me non ne hanno strettamente bisogno, ma può aiutare molto (specie in un momento dove il sostegno editoriale non è più come un tempo e la figura stessa dell'editore è soggetta a un'interessante rivoluzione). In altri termini, è un tassello dell'identità digitale che uno scrittore, al giorno d'oggi, dovrebbe curare: ma non è un obbligo. (Ho tenuto una lezione al riguardo al Festival di Mantova il settembre scorso, qui ci sono le slide: mi rendo conto che sono molto striminzite senza supporto vocale, ma non ne ho mai cavato fuori un pezzo... ). Per quanto mi riguarda Facebook è un ottimo amplificatore dei pezzi che scrivo, e noto che ricevo proposte (es. collaborazioni / presentazioni) direttamente tramite la sua posta interna invece che via email; ma non molto di più.
Paola Soriga: Io non credo che uno scrittore abbia davvero bisogno di una pagina fb, così come non credo che abbia davvero bisogno, per esempio, di andare in televisione. E’ innegabile però che tutto quanto aiuta a far parlare del libro, specie se si tratta di un esordiente, come me. la mia pagina fb, da quando è uscito il romanzo, ha smesso di essere per gli amici, è diventata pubblica, non so chi siano la maggior parte dei miei contatti. Noto anche che a ogni apparizione televisiva aumentano molto le richieste di amicizia. Stessa cosa per Twitter, o Pinterest, hanno aiutato moltissimo, soprattutto i primi mesi, a far comprare “Dove finisce Roma”, parlandone bene o anche male.
Gabriele Dadati: A me viene da dire questo: poiché scrivere è un atto relazionale (si scrive perché qualcuno legga, vicino a noi nello spazio e nel tempo o magari lontanissimo da noi nello spazio e nel tempo, ma sempre quel qualcuno deve essere raggiunto), può essere una forma di gentilezza allestire un luogo in cui chi legge possa trovarci. E la gentilezza è una bella cosa.
Ecco, questa di Gabriele mi è sembrata la risposta più poetica di tutte.
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martedì 16 ottobre 2012
ROMANZIERINI
Il quotidiano inglese The Guardian l’altro giorno ha pubblicato alcuni illustri esempi di “Romanzi in 140 caratteri”, firmati da alcuni noti scrittori anglosassoni (fra i quali David Lodge, A.M. Homes, A.L. Kennedy, Helen Fielding, Geoff Dyer...).
Il più riuscito fra tutti mi è parso quello firmato da Jeffrey Archer (la traduzione è liberamente mia):
“E’ un miracolo che si sia salvato”, disse il medico. “E’ la volontà di Dio” disse la signora Schicklgruber. “Come lo chiamerete?” “Adolf”, rispose.
Trovate tutti gli altri romanzi in formato Twitter qui.
martedì 17 aprile 2012
WEB SCRITTURE 2.0
Perché, diciamocelo, uno lo fa a istinto, ma mica lo sa se va bene o no.
Tipo: aprire un blog, gestirlo nel modo giusto. O il senso preciso di Pinterest.
In questi giorni, navigando in giro, ho trovato tre articoli che mi sono parsi particolarmente interessanti e ve li ripropongo.
Il primo è un saggio di Rob Beschizza, uno degli editor di Boing Boing (il blog più letto al mondo) ed è un discorso che ha tenuto al Washington & Jefferson College su “Come usare un blog”. Pieno di spunti e indicazioni utili. (In inglese)
Il secondo è una “Guida in cinque punti su come usare Tumblr” della giornalista Rachel Fershleiser, semplice ed efficace. (In inglese)
Infine un ottimo saggio del giornalista italiano Fabio Deotto che illustra i motivi del successo esponenziale ottenuto da Pinterest nel giro di poche settimane. Si intitola: “Ecco perché non saremo tutti editori”.
Poi non dite che non vi penso.
venerdì 13 aprile 2012
SOCIALISMO (E BARBARIE)
Ah, non so se ve l'avevo comunicato prima, ma da un po' di tempo (come tutti) anch'io sono su Twitter e su Pinterest.
Mi trovate su Twitter @matteobbianchi e su Pinterest qui.
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