mercoledì 7 maggio 2014

L’INIZIATIVA INDISPENSABILE

Ci sono modi e modi per farsi leggere. In un contesto come quello virtuale, dove ormai l’abbondanza di offerta rasenta il vertiginoso, è sempre più difficile farsi notare e l’iniziativa individuale gioca un ruolo decisivo. 
L’esordiente Simone Tempia ha scelto un modo innovativo e del tutto personale per distribuire i suoi racconti. Con la collaborazione del grafico Giovanni Pallotta, si è inventato una sorta di collana editoriale intitolata “Contemporaneo Indispensabile” (pregasi ammirare la grandeur) e periodicamente, sotto questo marchio, fa uscirei i suoi testi in forma di ebook. La particolarità è che ogni racconto ha una copertina d’autore (Simone ha contattato diversi illustratori chiedendo loro di collaborare e molti hanno accettato) e talvolta anche prefazioni illustri (come quella del fumettista Tito Faraci o del musicista Max Collini degli Offlaga Disco Pax). 
A differenziare ulteriormente il progetto c’è l’idea di non pubblicare on line i testi, né di metterli in vendita nelle librerie virtuali, né di appoggiarsi a siti o riviste letterarie, ma di basarsi sul rapporto diretto: gli ebook sono gratuiti ma per averli bisogna inviare una mail di richiesta all’indirizzo
Sul perché di questa scelta Simone ha una risposta eccellente: “Voglio lettori, non click”. 
Sino a oggi sono usciti cinque volumetti, con un intervallo di circa 4/5 mesi fra un’emissione e l’altra. 
Oggi esce il nuovo numero. Si intitola “La telefonata”. La copertina è firmata da Gianluca Folì e la prefazione è dell’istrionico Antonio Rezza. 
Se volete riceverne una copia, ora sapete come fare.


Ah, quasi dimenticavo: lo segnalo perché i racconti sono belli. Iniziative del genere hanno senso solo se dietro c’è sostanza, se no sarebbero semplici fuochi artificiali. 


martedì 6 maggio 2014

UN CORSIVO

La collana “I corsivi” del Corriere della Sera pubblica in formato ebook una serie di testi che vanno dai saggi di costume alle analisi politiche, dai manuali agli approfondimenti scientifici. C’è anche una sezione dedicata alla narrativa che raccoglie inediti d’autore (come Gianni Biondillo, Aldo Nove, Ivan Cotroneo, Clara Sereni, Alessandro Bertante...). Proprio in questa sezione esce in questi giorni anche un testo firmato da me. Si intitola “Sfondi scrivania” ed è la storia di una sviluppatrice informatica in fuga dalla sua carriera di successo.
Lo trovate cliccando qui.


giovedì 27 febbraio 2014

MUSICA PER ORECCHIE IMPREPARATE

Per alcune settimane ho tenuto sul blog La nottola di Minerva una rubrica intitolata "Dischi che proprio non capite", dedicata a una serie di album di artisti sottovalutati, controversi o semplicemente improponibili. Ecco i link per recuperare tutte le puntate.

KAREN CARPENTER



THE SPARKS



STEPHANIE



YOKO ONO



THOMAS DOLBY









giovedì 20 febbraio 2014

MINIMONDO

Esistono posti al mondo talmente piccoli da sembrare incredibili. Una chiesa che può accogliere un solo fedele per volta, una discoteca per dieci ballerini, un ristorante che può ospitare una sola coppia, un albergo con un solo letto, un’abitazione ricavata dall’intercapedine fra due palazzi... Lo scrittore Valerio Millefoglie per mesi ha girato l’Europa per scoprire e sperimentare di persona questi esempi reali di microscopia, a volte affascinanti, a volte semplicemente assurdi. Queste sue peregrinazioni sono ora raccolte nel saggio “Mondo piccolo” pubblicato da Laterza nella sua celebre collana Contromano.
Valerio però non si è limitato solo a visitare luoghi, ma ha esplorato il concetto di piccolo anche attraverso l’incontro con le persone: per esempio l’unico impiegato di una banca tedesca o lo scultore specializzato in creazioni posizionate dentro la cruna di un ago. Quella del “piccolo” diventa allora una lente nuova attraverso la quale analizzare la realtà, una filosofia di vita.
Una lettura che non può che fare sorgere curiosità turistiche (chi non vorrebbe sperimentare l’albergo da un solo letto?) e anche parecchie interessanti riflessioni. 
Fra le molte pagine notevoli di questo libro mi ha molto colpito un’osservazione che Valerio inserisce nel capitolo riguardante la “Cortomobile”, una macchina trasformata in cinema per due spettatori alla volta: 

C’è un pubblico che questo cinema non riesce proprio a coinvolgere, tira dritto quasi infastidito da ciò che reputa così strambo e inutile. Una signora dice ironica alla figlia piccola, “E io dovrei entrare lì dentro?”. La bambina ride e commenta, “Che stupidata, tanto vale vado al cinema vero”. Mentre le guardo andar via ridendo mi viene da pensare ai cattivi insegnamenti. Ragionando così, mi dico, al mondo non s’inventerebbe più niente. Senza azzardare combinazioni inusuali ci fermeremmo a ciò che già conosciamo. Diventeremmo i nuovi primitivi. Invece c’è bisogno di fare un cinema in una macchina, mettere per terra il segnale Pericolo che però non indica nessun pericolo, sistemare vicino un leggio e chiamarlo Cortomenù, dal quale poter scegliere il cortometraggio o il documentario che si vuol vedere. Un cavatappi dentro una bottiglia potrebbe essere un’altra idea, mi dico. Io di solito non so mai dove ho messo il cavatappi. In quel modo sarei sicuro di trovarlo al posto giusto. Inventare ciò che non serve significa inventare il bello.  

Quanto ha ragione.


PS: Aggiunta personale: una volta mi è capitato di fare un reading nel teatro più piccolo del mondo: anche solo metterci piede dentro è stato emozionante, bellissimo poi esibirsi. 

giovedì 6 febbraio 2014

Il cantico delle Creature

Qualche settimana fa avevo scritto un post su una serata dark milanese e sui ricordi che mi aveva suscitato. Con un tempismo ammirevole un amico mi ha regalato un libro, da poco uscito in libreria, di cui ignoravo l’esistenza e che è perfetto per il mio rinnovato interesse verso il fenomeno: “Creature simili - Il dark a Milano negli anni ottanta”. Immagino che l’idea di un saggio su un tema di nicchia (il fenomeno del dark) con una precisa collocazione geografica (a Milano) potrebbe per far storcere il naso ai più, invece garantisco che si tratta di un’analisi davvero significativa su un periodo storico troppo spesso banalizzato e raramente affrontato con tanta attenzione critica e sociologica.


Pubblicato dalla vivace e assai alternativa casa editrice Agenzia X, il saggio firmato da Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà è una biografia orale, il racconto di un momento preciso della musica, della cultura e della politica italiana attraverso le voci di chi l’ha vissuto (talvolta suo malgrado) in prima linea. Decine di interviste per raccontare cosa significava andarsene in giro vestiti di nero, con i capelli cotonati e il trucco sbavato sulle labbra nell’Italia provinciale e borghesissima degli anni ’80. Una sfida estetica al sistema, ma anche la rivendicazione di una personalità non omologata e certamente disgustata dal proliferare di mode classiste e fascistoidi come quella dei Paninari. Essere “dark” (termine assurdamente usato solo in Italia, mentre nel resto del mondo si utilizzava il più appropriato “gothic”) era una consapevole scelta di campo: a Milano e soprattutto nella sua desolante provincia comportava essere derisi per strada, a volte attaccati e picchiati, senza alcun motivo. Trucco sbavato e capelli sparati in aria venivano percepiti come sinonimo di omosessualità nei maschi e di rifiuto della femminilità nelle donne. Gli stessi coetanei, compagni di scuola o vicini di casa, ne erano sbalorditi e/o disgustati. La polizia compiva raid nelle discoteche e nei ritrovi dark nella vana ricerca di droga, catalogando tutti i presenti, talvolta portandoli in cella (essere arrestati per il proprio look: anche solo per questo motivo le testimonianze raccolte in questo libro meritano di essere lette). 
“Creature simili” ha il pregio di analizzare ogni aspetto del fenomeno: la musica, le band, i locali, le riviste, la moda, l’estetica, le radici culturali, la sessualità, il rapporto col punk e con le altre controculture. Fra gli intervistati compaiono nomi celebri (come il cantautore Garbo e Andy dei Bluvertigo), esponenti di spicco del mondo culturale alternativo (come Angela Valcavi, fondatrice di “Amen”, fanzine diventata vero punto di riferimento dell’epoca, con tirature eccezionali che superavano le 4000 copie) ma anche semplici e anonimi esponenti del movimento. Il risultato è una polifonia di voci in grado di delineare ogni sfumatura, dalle moderate alle più integraliste. È proprio questa varietà di punti di vista che garantisce una lettura affascinante e per niente scontata. 



giovedì 30 gennaio 2014

EDIZIONI FAI-DA-TE

Ieri ho pubblicato sul quotidiano on line Linkiesta una riflessione sui rischi del self-publishing. La riporto anche qui di seguito.

IL RISCHIO DI DIVENTARE EDITORI DI SÉ STESSI

Da tempo mi occupo di esordienti, in qualità di consulente di case editrici e curatore di riviste letterarie, e come tutti seguo con interesse il dibattito sull’evoluzione dell’editoria chiamata a confrontarsi con le nuove prospettive aperte dal digitale. 
Di recente mi è capitato di leggere la significativa testimonianza della blogger Loredana De Michelis, che riesce ad evidenziare in maniera sintetica ed efficace i limiti che il sistema attuale del mercato dell’ebook comporta (classifiche di vendita manipolabili, recensioni fasulle, trucchetti di autopromozione), ma allo stesso tempo bene illustra sia i percorsi che portano un esordiente a scegliere la strada della pubblicazione in digitale, che gli errori che è portato a fare (refusi, scelta casuale della copertina). Interessante è anche la disinvoltura che Loredana evidenzia nella scelta dei materiali da mettere sul mercato (“Scovo una raccolta di lettere che avevo scritto da Londra... Ecco un altro possibile ebook già pronto”): un approccio nei confronti del concetto di “pubblicazione” che fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile. 
Questo articolo mi ha fatto riflettere sulla mia esperienza personale di scouting e su alcuni eventi recenti. Già diverse volte mi è capitato un episodio di questo genere: qualcuno mi manda un testo in lettura, io gli scrivo facendogli le mie osservazioni e come risposta ricevo una mail sulla falsariga di: “Grazie, ma intanto ho deciso di farlo uscire in e-book. Non avevo voglia di aspettare troppo a lungo le risposte degli editori”. In alcuni casi questo scambio avviene nel giro di qualche settimana: l’autore in questione non ha avuto la pazienza di aspettare neanche un mese. 

A me sembra che una scelta come l’autopubblicazione in ebook per un esordiente comporti due conseguenze, diciamo una ‘esterna’ e una ‘interna’. Quella esterna è l’ovvio effetto da intasamento anonimo, l’ennesimo e-book di sconosciuto a 0.99 euro in una marea di prodotti simili indistinguibili fra loro. Ma è sull’effetto interiore che vorrei concentrarmi, quello che riguarda la relazione fra l’autore e la propria opera. Una volta che il testo è stato licenziato, che l’e-book è consegnato nelle mani del pubblico (malgrado poi, nella quasi totalità dei casi, si rivelerà essere composto da qualche decina di persone, conoscenti diretti dello scrittore), la sensazione sarà quella di aver concluso il lavoro e di essere pronti per mettersi all’opera sul romanzo successivo. Il libro è pubblicato, discorso chiuso.
Quello che avveniva prima invece, nel tentativo di ottenere la pubblicazione cartacea tramite un editore, era fatto sì di lunghi mesi di attesa, di frustrazione, di invii a vuoto, ma anche, in diversi casi, di allacciamento di rapporti, di letture critiche, di rifiuti e stroncature, ma anche di osservazioni sul testo, di suggerimenti, di evidenziazione dei punti deboli, di giudizi, forse severi ma professionali. Spesso l’esordiente, sulla base di queste reazioni, era portato a rivedere il suo lavoro, a riscriverlo, a operare dei cambiamenti, anche radicali se necessario, a lavorare a una nuova stesura, oppure a rinunciarvi del tutto, scegliendo di iniziare un nuovo progetto sulla base dell’esperienza fornitagli dagli errori precedenti. 
In sintesi, a me pare che una grave conseguenza dell’immediata uscita in e-book per un principiante sia quella di sottrarsi al rapporto dialogico che la strada tradizionale comporta. Trasformarsi in editori di se stessi significa saltare una serie di passaggi, alcuni anche molto frustranti, questo è fuori dubbio. Ma è davvero salutare evitarli?
Concedetemi delle metafore arbitrarie: lo sportivo che rinuncia agli allenamenti per non dover sopportare i rimproveri del coach, il musicista che salta la gavetta per non subire l’umiliazione di suonare in un bar dove nessuno dei presenti gli presta attenzione, saranno poi in grado di affrontare l’arena con le solide basi che richiede?
Mi spingo ancora oltre: prima, la fame di giudizi che aveva un autore in erba sul proprio manoscritto era tale da spingerlo a sottoporlo alla lettura di amici, insegnanti, fidanzate, colleghi. Anche questa era una minima forma di palestra. Oggi quegli stessi interlocutori sono i suoi lettori potenziali, si rivolge a loro dopo aver pubblicato il testo in forma elettronica, li invita ad acquistarlo. A loro volta questi non gli faranno osservazioni sul testo a cui sta lavorando (e che potrebbe essere spinto a modificare, perfezionare, stravolgere), gli faranno critiche su un’opera a tutti gli effetti conclusa. Il cambio di prospettiva è notevole, direi radicale. 


Prevengo in parte la valanga di critiche che mi verrà rivolta, prima fra tutte farmi notare come nella maggior parte dei casi il dialogo fra autore ed editore a cui faccio riferimento non esista, la protesta di chi si dichiara disposto alla messa in discussione del proprio lavoro ma si trova ad affrontare invece la completa indifferenza. Posto che, in un momento storico nel quale proliferano riviste on line, blog letterari, medie, piccole, microscopiche case editrici, forum di discussione e così via, la mancanza assoluta di responso sui testi mi appare sempre più difficile da credere (in altre parole, siamo sicuri che questi autori abbiano idea di dove andare a cercare un confronto?), quello che voglio mettere in discussione è il processo logico che ne scaturisce: nessuno mi risponde, quindi mi pubblico da solo. A me sembra che in questo passaggio di democratizzazione assoluta (lo scavalcamento del rapporto con un editore consolidato, tutti che diventano editori di se stessi) sia la qualità del testo a farne le spese: non esistono più standard minimi, esiste solo il desiderio di essere sul mercato.


lunedì 27 gennaio 2014

PRIMA CHE ARRIVI ANTONELLA

Giovedì 30 gennaio alle ore 19 alla libreria Gogol & Company in via Savona 101 a Milano, presenterò insieme ad Alcide Pierantozzi, il romanzo “Prima che tu mi tradisca” di Antonella Lattanzi, un libro molto bello, intenso, dalla scrittura eccezionale. Per annunciare l’evento ho voluto fare un’intervista all’autrice: da queste risposte già si può intuire che sarà un incontro interessante. Vi invito a partecipare.



E’ difficile dire esattamente di cosa parli “Prima che tu mi tradisca”: è una storia familiare, è un romanzo di formazione, è un ritratto sociale dell’Italia del sud degli anni ’90, è il rapporto di odio/amore di due sorelle... Tu come lo definiresti?
Per me è tutto questo. Severino Cesari [editor di StileLibero Einaudi, ndr] l’ha definito un “libro mondo”, e per me è la definizione più bella che può essere data a questo libro. A differenza del mio primo romanzo, Devozione, che si reggeva su un tema principe - l'eroina, ma più in generale la dipendenza - attraente e respingente allo stesso tempo, Prima che tu mi tradisca si regge solo sulla scrittura, sulla storia, sui personaggi, sull’atmosfera: se funzionano il libro regge, se no si accartoccia se stesso. Prima che tu mi tradisca è, per me, come la vita: ha tanti temi diversi. Per me i romanzi sono tutti una storia d'amore e un giallo: anche quando nessuno è morto davvero, pure c’è sempre qualcuno che in qualche modo è stato ucciso, e una delle domande principe è sempre chi l’ha ucciso e perché. Lo stesso vale per l’amore. Prima che tu mi tradisca è una storia di amori, di tradimenti, e un giallo, un noir. La storia di due donne, Angela Junior e Michela, che per accidente sono sorelle, e che si spostano tra Bari e Roma, gli anni 90 e i 2000, la realtà, l'irrealtà, il fantastico e la Storia, il razionale e l’irrazionale, nel tentativo di essere felici e di rispondere alla domanda: cos'è accaduto nella loro infanzia di tanto terribile da far deflagrare le loro vite e cambiarne il corso dell'esistenza? Cosa succederà, ora?

E’ un libro tutto al femminile: la relazione difficile della protagonista, Michela, con sua sorella e sua madre (entrambe di nome Angela) e l’ambivalente rapporto con l’amica Silvia. Allo stesso tempo, soprattutto nella prima parte, di femminile c’è ben poco: zuffe, motorini, fughe, sfide. Mi verrebbe da usare una definizione da elementari: Michela è un maschiaccio, no? 
Gli uomini e le donne di questo romanzo hanno personalità molto contraddittorie. Michela aspira a essere una donna seducente e intelligente come sua sorella maggiore Angela Junior, ma è ancora una bambina e, anche quando cresce, non riesce ad assestarsi in un'unica personalità, non riesce a diventare la donna che voleva essere. Non so se è un maschiaccio, ma di sicuro è il prodotto, anche, del quartiere e del tempo in cui vive, dove se non sei violento sei, di sicuro, almeno molto affascinato dal violento. 

Io ho l’impressione che il vero protagonista di questo libro sia la città di Bari, che infatti è continuamente evocata (e in ogni senso: ammirata, insultata, difesa, distrutta, analizzata). Un po’ come a dire che questa stessa storia, senza Bari intorno, non avrebbe mai potuto esistere. Mi sbaglio?
Non ti sbagli per niente. Per me le città sono sempre personaggi attivi e veri dei romanzi. E, più in generale, per me le città, i luoghi, ma anche gli oggetti, sono vivi. Non si vive a Bari come si vive a Milano, né si vive a San Lorenzo come si vive a Prati (sono due quartieri di Roma). Per me, parafrasando quello che diceva Calvino, un romanzo (lui diceva un classico) è quel libro che parla anche di te. È questo che vorrei per i miei libri: che parlassero anche di te. Che raccontando Bari io riuscissi a raccontare tutte le città e le loro zone oscure, ma anche il tuo sud, il tuo “luogo dell'origine”; che raccontando Roma potessi raccontare tutte le metropoli grandi, seducenti, respingenti, ma anche l'idea di diventare grande che s’infrange contro la realtà di diventare grandi. Per me una storia dettagliata, narrativa, piena di immagini e fatti è paradossalmente l'unica in grado - se è riuscita - di raccontare mondi, persone, luoghi molto distanti da sé, mentre una storia generica non può farlo.

In questo senso che rapporto hai con gli altri autori baresi (Gianrico Carofiglio, Nicola Lagioia, Valerio Millefoglie)? Intendo dire, ti sei confrontata con il modo in cui loro hanno descritto Bari nei propri romanzi? (Ricordo che nel suo primo libro anche Millefoglie parlava di topini e di inseguimenti, per esempio...)
Millefoglie non l'ho ancora mai letto, ma sono molto curiosa di farlo. Per quanto riguarda Carofiglio e Lagioia, abbiamo modi molto differenti di raccontare Bari. Così come ci sono tantissimi autori che raccontano Roma, Milano, New York. Penso che ciò che accade per l'amore, per le persone, per il tempo, sia vero anche per i luoghi: ogni volta che qualcuno racconta, che ne so, anche una cosa così apparentemente banale come il cielo lo racconta in modo diverso; o l'amore; lo stesso vale per i luoghi. Lagioia in particolare in una parte di Riportando tutto a casa ha raccontato Japigia. Ed è stato molto affascinante per me vedere come la raccontava lui, che la viveva come il luogo buio della città, il passaggio dalla luce del centro al buio dello spaccio e della periferia violenta, e come invece lo percepivo io, che ci sono nata e cresciuta, e che dunque vivevo Japigia come "casa". 

La differenza sostanziale, a mio avviso, rispetto al tuo primo romanzo, Devozione, è che qui tu dimostri di maneggiare con molta sicurezza la narrazione. Ci sono forti salti temporali (dall’infanzia di Michela alla sua adolescenza sino alla sua vita adulta) e particolari decisivi che scegli di dosare nelle rivelazioni. Ancor di più mi sembri rafforzata nell’uso dei dialoghi, che a volte coinvolgono più persone e che risultano comprensibili al lettore anche se spesso tu non specifichi chi stia parlando. Come sei arrivata a questo risultato? E’ frutto di tante riscritture o di una tua maturazione professionale?
Grazie Matteo, mi fa davvero felice quello che scrivi. In realtà non so dire con certezza, se qualcosa è riuscito nel mio romanzo, perché è riuscito. Io spero che sia per entrambi i motivi: per il lungo lavoro (quattro anni di scrittura e riscrittura, ma in realtà era da sempre che ci pensavo e che studiavo i luoghi, le persone e gli eventi storici che volevo raccontare) e per la maturazione. Devozione era il mio primo romanzo, la prima volta in cui mi cimentavo in una materia così delicata, e dunque ho dovuto lavorarci cinque anni, tra le altre cose anche per capire come si scrive un romanzo. Con Prima che tu mi tradisca non è che sapessi come si scrive un romanzo - questo credo non lo saprò mai, lo dovrò scoprire ogni volta - ma avevo raggiunto delle piccole conquiste. Il mio scopo è veramente tentare sempre di migliorarmi, penso sia uno dei motivi per cui valga sempre la pena di impegnarsi così tanto per la scrittura, per cui quelle conquiste le ho messe da parte e ho tentato di inventare una nuova lingua, un nuovo ritmo, un nuovo modo di scrivere che si confacesse a questo romanzo e a nessun altro. Per me ogni scena, ogni personaggio ha bisogno del suo modo di scrivere, della sua lingua, del suo ritmo narrativo: per questo in Prima che tu mi tradisca si passa spesso dalla prima alla terza persona, e anche la prima persona è di volta in volta lo sguardo di personaggi diversi, Michela, Angela – le due protagoniste del romanzo – ma anche il loro padre o altri personaggi. Per quanto riguarda i dialoghi: io li adoro. Scrivere un dialogo che sia realista non vuol dire scriverne uno verosimigliante, anzi, tutto il contrario. È una bella sfida, ma se ti riesce è molto eccitante. Cerco sempre, in generale, quando scrivo, di uscire dalla mia testa, dal mio corpo, dal mio carattere, dalla mia personalità, dal mio tempo, dai miei luoghi: per calarmi nei luoghi, tempi, corpi, caratteri che voglio raccontare. È una delle possibilità della scrittura che mi affascina e mi seduce di più.

Una caratteristica della tua scrittura è l’ossessività: ci sono scene nelle quali ti immergi per pagine e pagine, quasi dilatando lo spazio e il tempo, sviscerandole fin nel più piccolo dettaglio. Penso per esempio al primo incontro tra Michela e Silvia, il tragitto in motorino fino a casa di Silvia. Piccoli eventi quotidiani che diventano quasi un’epopea che occupa svariati capitoli. Cosa ti affascina di certi episodi al punto da farli diventare così importanti? 
Come dicevo prima, per me ogni scena ha bisogno del suo ritmo, del suo linguaggio; e dunque anche del suo spazio. Quando scrivo, ho sempre, di volta in volta, in testa la scena come fosse realmente accaduta: vedo i rumori, i suoni, i pensieri dei personaggi, gli odori, e anche tutto ciò che di intangibile e irrazionale e super-razionale c’è in ogni scena. Il difficile – anzi, il difficilissimo – è tradurre tutto ciò in parole. Come sempre del resto, quante volte diciamo: non riesco a spiegarti quello che vorrei dirti. Nella vita reale, spesso non riuscire a dire ciò che vorremmo o non riuscire a capire ciò che qualcuno vuole dirci ci fa del male: da ciò nascono incomprensione, solitudine, rancori. Nella scrittura è lo stesso: se non riusciamo a tradurre in parole, in segni, le scene che abbiamo nella testa, è la tragedia. Per me la scrittura narrativa è anche scrittura per azioni, per fatti: cerco il più possibile di raccontare ciò che succede, lasciando che sia il lettore a creare le emozioni, a tirare le somme, a mettere le lacrime o il riso in ciò che scrivo: il lettore creatore insieme allo scrittore, che riempie gli spazi bianchi lasciati dallo scrittore e li anima, è il mio ideale. Ci sono scene, allora, che vanno raccontate in un soffio. Sul finire del primo capitolo, per esempio, racconto decenni in un paragrafo. Altre invece – anche per il tipo di montaggio che uso (flashback, flashforward, inserti temporali, associazioni per analogia, contemporaneità eccetera) – hanno bisogno di più tempo, di più spazio. Mi sembra sempre di star vedendo un film, mentre scrivo: la complessità dunque non è nelle singole scene, che devono essere il più semplice possibile, ma nel loro montaggio. È nel montaggio che sta la narrazione, che sta il ritmo e lo stile di un romanzo. L’ossessività dovrebbe essere dato da questo, come la leggerezza e il comico o l’ironico in altri momenti del romanzo.


Questo non è un libro autobiografico, eppure, come Micky nel romanzo, anche tu hai una sorella e una madre che si chiamano entrambe Angela. Come hanno preso questa coincidenza? Ti parlano ancora?

Non vedevo l’ora di rispondere a questa domanda! Mia madre e mia sorella hanno detto: questa è la cosa meno autobiografica che hai scritto. Considerando che il mio precedente romanzo, Devozione, parla di due eroinomani… Però capisco cosa vogliono dire (o almeno spero!). Per scrivere, in Devozione, di un tema e un mondo così lontano da me, come quello dell’eroina, oltre che studiare tantissimo e calarmi nel mondo che volevo raccontare (mi sono finta tossica per mesi, sono stata a Secondigliano, sono stata nei sert dichiarandomi tossicodipendente eccetera), ho dato a Nikita, la protagonista del romanzo, tanto di me: la passione per la danza e per la scrittura, per esempio, lo studentato di San Lorenzo in cui ho vissuto anche io, alcune caratteristiche del suo fidanzato Pablo (catanzarese come il mio fidanzato del tempo). Mentre con Prima che tu mi tradisca di autobiografico ci sono solo dettagli – per esempio, anche mia sorella e mia madre si chiamano Angela (motivo in più per non parlarmi!), ma questo nome mi piace troppo, non ci potevo rinunciare – o certi luoghi. Per esempio Japigia, quartiere protagonista della prima parte del romanzo, nonché quartiere in cui sono nata e cresciuta, e dove ancora oggi vivo quando vado a Bari a trovare i miei – con molto orgoglio. La storia, invece, la trama, i personaggi sono tutti inventati. Questo perché fare autobiografia non mi è mai piaciuto. È così bello inventare storie. È così bello creare personaggi che diventano persone (o almeno provarci). Poi, però, quando ho finito di scrivere questo romanzo, e ho cominciato a parlarne, ho capito una cosa che non sapevo. Quando avevo diciotto anni, di colpo, mia sorella ha deciso di avere un figlio. Dal giorno alla notte veramente non avevo più una sorella. Io ero ancora una ragazzina e lei era diventata una donna. Se n’è andata di casa. Ha smesso di essere “mia amica”. Ecco, io credo che tra i motori di questo romanzo ci sia proprio questo abbandono – o almeno, è così che l’ho percepito io al tempo: mia sorella non è mai scomparsa, è rimasta sempre a Bari, e ha una vita per fortuna molto più serena di quella di Angela Junior; ma per me è scomparsa, di colpo, un pomeriggio di tanti anni, quando stavo per compiere diciotto anni e la amavo come non ho mai più amato nessuno (e la amo ancora; ma è sempre stato un amore travagliato, doloroso, come tutti i miei grandi amori).