lunedì 4 giugno 2018

QUANDO LE STORIE SONO LIBERE

Sta per partire un nuovo progetto che mi entusiasma in modo particolare. Si chiama “StorieLibere.fm” ed è un portale che raccoglie una serie di podcast originali.


A differenza di altri paesi, dove il formato del podcast ha da tempo raggiunto una sua identità specifica e una diffusione notevole, in Italia il formato è ancora molto poco valorizzato. La quasi totalità dei podcast presenti nel nostro paese non è altro che la replica di trasmissioni radio, ossia di contenuti non ideati per questo formato specifico. Qualcosa però comincia a cambiare anche da noi. Il punto di svolta in questo senso l’ha probabilmente fornito alcuni mesi fa “Veleno”, un’inchiesta giornalistica di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli per Repubblica, che ha dimostrato forse per la prima volta a un pubblico molto vasto (è stato al primo posto nella classifica dei download per settimane) come si possa utilizzare il mezzo del podcast per produrre un contenuto seriale di alta qualità, con caratteristiche proprie e che non ha niente da invidiare a radio e tv. Forse sull’onda di un simile risultato, o forse più semplicemente perché i tempi sono maturi, negli ultimi tempi sono nate diverse nuove produzioni (cito per esempio Postcast de Il post e PodLast, i podcast della Stampa). 
In questo scenario in ebollizione, si colloca anche la nascita di StorieLibere.

Per citare le parole con le quali loro stessi si presentano sul sito: “StorieLibere.fmè un progetto di narrazione e intrattenimento che si propone di ridare centralità alla parola. Una piattaforma di podcast audio affidati a narratori militanti.”
Fra i militanti ho il piacere di esserci anch’io.
I podcast presenti sul sito saranno tutti scaricabili gratuitamente e sono dedicati alle tematiche più diverse: per esempio, “Morgana”, il podcast di Michela Murgia (scritto con Chiara Tagliaferri) è sulle donne controcorrenti (“esagerate e stronze, difficili da collocare”); “Mexico ‘68” dello scrittore Riccardo Gazzaniga, già Premio Calvino, è dedicato alle Olimpiadi che hanno cambiato il mondo; “F***ing genius” del divulgatore scientifico Massimo Temporelli racconta le grandi figure che hanno reso possibile la nostra evoluzione;  “The Owl podcast” del cestista Jacopo Pozzi presenta le storie dei maggiori campioni del nostro sport; “Il gorilla ce l’ha piccolo” del biologo e conduttore Vincenzo Venuto ci illustra i comportamenti sessuali degli animali… 


Il mio programma si chiamerà “Esordienti. Un podcast per chi scrive” ed è una sorta di tutorial vocale per tutti gli scrittori in erba che aspirano alla pubblicazione, con istruzioni pratiche, consigli e interviste ai maggiori esponenti del mondo editoriale. Debutterà il 10 giugno con la prima puntata, alla quale seguiranno altre cinque.
Un’anteprima dei contenuti del sito è stata offerta ai visitatori dell’ultimo Salone del libro di Torino, con un interesse e un gradimento di pubblico davvero inaspettati. 


Ora però il portale è finalmente on line e su storielibere.fm potete già ascoltare i trailer di tutti i podcast presenti e farvene un’idea. 

venerdì 1 giugno 2018

RITORNO AL FUTURA

La newsletter "Futura" del "Corriere della sera" questa settimana ospita un mio breve racconto basato su un ricordo scolastico. Una storia di alunni disagiati e insegnanti capaci.

La potete leggere qui


BADATE ALLA BADANTE

Se in Italia avessimo avuto un gruppo come i Fangoria avrebbe avuto una carriera brevissima. Nacho Canut, un musicista capace di produrre un pop elettronico esuberante al confine con la dance e Alaska, una cantante dall’aspetto eccessivo, con un look da battona, un trucco sempre acceso e un abbigliamento che travalica consapevolmente nel travestitismo. Testi arguti mischiati a musica da ballo e visual che fanno del camp il solo stile di riferimento. La serietà di Canut si scontra con l’esuberanza di Alaska, ex attrice almodovariana (aveva esordito appena diciassettenne in versione punk nell’inarrivabile “Pepi, Lucy, Bom y otras chicas del monton”) e protagonista in anni recenti di un reality show sull’MTV spagnola insieme al marito Mario.



I Fangoria potrebbero essere descritti come un incrocio ideale fra il Rocky Horror Picture Showe i Pet Shop Boys. Ripeto, da noi un disastro annunciato.
In Spagna invece e per fortuna sono da anni un duo di grandioso successo. Ma, sino a ora, inesportabile.



Esce in questi giorni “L’amore è un algoritmo borghese”, il primo album de La Badante. Si tratta di un misterioso progetto dietro il quale si nasconde un cantante (o una band) che ha scelto di proporre otto brani dal repertorio di Fangoria tradotti in italiano. Il nome ironico del progetto porta a pensare che non sui tratti di un gruppo di ragazzini, ma maturi professionisti lanciati nell’impresa eroica di portare un’eco di quell’universo camp iberico anche da noi. E basterebbe il titolo dell’album per capire che non ci troviamo in territori concettuali da Alessandra Amoroso o Giorgia. 
La scelta dell’anonimato è confermata dai tre videoclip dai primi singoli tratti dal disco. 
Il primo “Parole d’amore” (adattamento italiano del grande singolo “Retorciendo palabras”) vede nientemeno che lo scrittore Aldo Busi in veste di “ragazzo” immagine che presta il proprio volto all’operazione musicale (esibendosi in un perfetto lipsync, gli va riconosciuto).



Il secondo clip, “Praticamente incosciente” (dal singolo spagnolo “Eternamente innocente”), è un’opera del videoartista Genny Ferlopez, che ha condensato in tre frenetici minuti “Grey Gardens”, lo storico documentario HBO sulla zia e la cugina pazze di Jackie Kennedy, un cult assoluto in ambito camp. 



L’ultimo in ordine di uscita è “Geometria polisentimentale” (dall’omonimo singolo spagnolo), accompagnato da immagini omoerotiche tratte da video ginnici americani degli ‘40/’50, i cosiddetti “Beefcake”, perfetto esempio di sublimazione artistica, riviste e filmati rivolti a un pubblico omosessuale che mostravano culturisti in slip che si esibivano in scene di lotta: quanto di più vicino possibile a un amplesso fra uomini senza cadere nell’illegalità.



La Bandante dunque si diletta ad aggiungere una ridda di riferimenti culturali ed estetici a una base già di per sé ridondante di significati e provocazioni.

Se dovessi ipotizzare le reazioni del pubblico italiano di fronte a un simile progetto direi che si dividerà in due: quelli che ameranno La Badante e quelli che, semplicemente, non la capiranno. 

venerdì 25 maggio 2018

ORFANI DI SHEELA


Ogni tanto succede che un libro, un film o una serie tv suscitino un dibattito che ha l’aria di essere onnipresente e collettivo (all’improvviso ti sembra che ne parlino tutti e ovunque). In questi ultimi mesi è il caso senza dubbio di “Wild wild country”, documentario in sei puntate di Netflix legato alla fondazione di Rajneeshpram, la gigantesca comune che i discepoli di Bhagwan Shree Rajneesh, meglio noto come Osho, avevano aperto nel 1981 in Oregon. La serie tv, più appassionante e imprevedibile di una fiction, benché basata unicamente su materiali di repertorio e interviste, metteva in luce soprattutto il ruolo centrale giocato da Ma Anad Sheela, la segretaria personale di Osho e vero motore primo dell’intera vicenda Rajneeshapuram, dalla sua nascita alla sua distruzione. Sfrontata, magnetica, arguta, inattaccabile, al contempo diabolica e angelica, Sheela è un personaggio degno di Dostoevskji, che esce dallo schermo per imprimersi a fuoco nella memoria dello spettatore 
Il documentario racconta in maniera egregia una storia che però è talmente surreale e sbalorditiva da lasciare nel pubblico una scia di curiosità e domande. Al termine della visione quelle sei ore appaiono persino poche, ne vorremmo altre due, quattro, dieci. Vorremmo saperne di più sulle tante questioni che solleva, sulla fine che hanno fatto i vari protagonisti e, soprattutto, inutile dirlo, sulla figura enigmatica e meravigliosa di Sheela.
Quasi rispondendo in maniera subliminale a questo desiderio collettivo, la giornalista Roberta Lippi ha fatto ciò che quasi tutti noi orfani della serie speravamo che qualcuno facesse: ha letto articoli, libri, interviste, ha visto video e documenti presenti on line, alla ricerca di queste risposte. L’ha fatto per quella che considerava un’ossessione personale, ma che in seguito ha scoperto essere ampiamente condivisa. Così ha deciso di trasformare la sua indagine privata in un documento pubblico, realizzando un e-book che è la manna dal cielo per tutti coloro che vogliono saperne ancora. Intitolato “Wild Wild Sheela” il libro raccoglie in 100 punti gran parte delle domande che sono rimaste inevase nel documentario. 
Una lettura compulsiva che ha tutto il sapore del perfetto guilty pleasure e che permette di chiudere il capitolo su Rajneeshpuram con qualche certezza in più. Lo trovate su IBS.




sabato 14 aprile 2018

SOLO A NOLO


Il quartiere dove vivo a Milano da un paio d'anni è stato ribattezzato NoLo (North of Loreto), una sorta di scherzo linguistico che però ha coinciso con la rinascita sociale del quartiere stesso: l'apertura di nuovi locali, la nascita di gruppi e associazioni, il lancio di una web-radio e così via. Vivere oggi in queste strade non assomiglia affatto a com'era solo tre o quattro anni fa. Tra le varie iniziative c'è anche quella di un festival musicale "semi-serio" chiamato San Nolo, che si è svolto in questi giorni. Nella serata finale del festival sono salito sul palco a leggere un ritratto altrettanto "semi-serio" del quartiere. Lo ripropongo qui.  




Solo A Nolo cinque anni fa le case te le tiravano dietro e oggi costano come a San Babila.

Solo a Nolo abbiamo l’arroganza di avere il capolinea di un tram e ovviamente è l’1!

Solo a Nolo possiamo considerare biciclette e piante un accostamento commerciale sensato nello stesso negozio.

Solo a Nolo possiamo pensare che una macelleria sia il luogo adatto per un aperitivo.

Solo a Nolo possiamo pensare che “Ghe pensi mi” sia un nome adatto a un bar hipster.

Solo a Nolo possiamo pensare che “Noloso” sia un nome adatto a un bar gay.

Solo a Nolo possiamo pensare che “Salumeria del design” sia un nome adatto a… qualunque cosa facciano alla Salumeria del design, che io non l’ho mai capito.

Solo a Nolo se accendi Grinder ti segnala 5 persone a zero metri (cioè nel tuo palazzo). 

Solo a Nolo trovi la “Chiesa cristiana dello spirito santo” nella vetrina adiacente al sexy shop. Peccato e assoluzione in un’unica soluzione. 

Solo a Nolo può aprire una pizzeria che sia chiama Randez-vouzscritto Randevu

E Solo a Nolo hanno il buon cuore di farglielo notare, coì sei mesi dopo c’è la scritta giusta. 

Solo a Nolo i barbieri scrivono in vetrina “Orario continuato dalle 9 alle 12.30 e dalle 15 alle 19.30”.

Solo a Nolo ritengono sensato dedicare una piazzetta al “governo provvisorio”. (Mi chiedo perché non una, che ne so, al crollo in borsa o allo sciopero dei mezzi). 

Solo a Nolo sono convinti che ogni iniziativa debba necessariamente avere il nome del quartiere nel titolo: il coro Cornolo, le visite guidate Giranolo, il gruppo lavoro a maglia Lanolo, il gruppo di fotografia Photonolo e (che Dante abbia pietà di noi) il giorNolo radio. 

Solo a Nolo non hanno capito che ci sarà un motivo se negli altri quartieri non utilizzano nomi tipo il Giracorvetto, il GiornIsola Radio, il Bicocca di mamma (gruppo di babysitter), il Non Mi Niguarda (gruppo di isolazionisti) o il Gratosoglio pontificio (gruppo di preghiera).  

Scommetto che Solo a Nolo c’è pure gente convinta che uno sciroppo per la tosse sia dedicato al quartiere. Invece vi assicuro che esisteva da molto prima il Bronchenolo. 

In questo delirio linguistico Solo a Nolo non esiste l’unica attività che lo giustificherebbe nel titolo: tipo un noleggio di biciclette, “Bici a Nolo”. Quello no, non ci piace. Troppo ovvio. 

Solo a Nolo non puoi organizzare un gay pride, per il rischio che tutti siano nel corteo e non ci sia nessuno ai lati della strada ad applaudire.

Solo a Nolo possiamo avere un cinema di quartiere che alle tre di pomeriggio proietta film ucraini in lingua originale e noi andiamo a vederli

Solo a Nolo si può essere convinti che quella di Morbegno sia una piazza (è una rotatoria amici, riconoscetelo). 

Solo a Nolo puoi incontrare la ristoratrice cinese Kiji che va in giro per via Venini con una maschera in faccia (perché lei è un artista). 

Solo a Nolo ogni venerdì e sabato notte, quando chiude la discoteca latina Bahia, via Popoli Uniti si trasforma nello stadio Maracanà quando il Brasile ha vinto i mondiali.. 

Solo a Nolo puoi lanciare dal palco l’iniziativa di un bando senza specificare a cosa sia dedicato e al pubblico sembra sensato.  

Però ammettiamolo: Solo a Nolo abbiamo saputo inventarci un nome per il quartiere e poi farlo esistere realmente. Siamo stati bravi. 

martedì 27 febbraio 2018

DIVENTARE LETTORI DEL MONDO



Fra Stati Uniti e Regno Unito circolano decine di splendide riviste letterarie (“McSweeney’s”, “GRANTA”, “The New Yorker”, “The Paris Review”,…), che la quasi totalità del pubblico italiano ignora perché già è poco avvezzo al mondo delle riviste di narrativa, figuriamoci poi se sono in lingua. Per sopperire in parte a questa lacuna ogni tanto vengono pubblicate da noi delle raccolte che ne offrono il “best of”, ma ovviamente un’antologia compilativa non offre la stessa esperienza dei numeri originali.
Per questo sono rimasto sbalordito quando ho saputo che una piccola casa editrice italiana ha scelto di tradurre per intero un numero della rivista letteraria “Freeman’s”. Il merito va alla toscana Black Coffee (il cui giovane catalogo già comprende romanzi davvero interessanti), che non solo l’ha pubblicato ma lo distribuisce in libreria al prezzo contenuto di soli 12 euro col titolo di “Freeman’s – Scrittori dal futuro”.
Come il nome dichiara esplicitamente, si tratta della creatura dell’editor John Freeman, che dopo essere stato per anni a capo di un’altra rivista inglese (la storica “GRANTA”), ha deciso di aprire la propria testata personale. In genere le riviste hanno un focus locale, presentando i nomi più interessanti del proprio paese. Lo sguardo di Freeman invece è aperto verso l’intero pianeta, grazie anche alla collaborazione e alla segnalazione di operatori dell’editoria incontrati in giro per fiere e manifestazioni a ogni latitudine. Il risultato è una raccolta davvero variegata, con racconti provenienti tanto dall’Inghilterra o dagli Usa, quanto dalla Turchia, dalla Norvegia, dalla Cina o dall’India.
L’intento del curatore è proprio quello di spingere il lettore a diventare cosmopolita. E per spiegare cosa intenda nell’introduzione al libro cita una conferenza della scrittrice Aminatta Forma tenutasi a Georgetown, durante la quale l’autrice ha detto: “Cosmopolita è chi possiede, o si è creato, più di un modo di vedere le cose, qualcuno la cui prospettiva non sia circoscritta ai confini dati dai valori di un’unica cultura nazionale. Cosmopoliti si può nascere, diventare o essere costretti a essere”. E Freeman aggiunge: “Pensateci: il migrante è cosmopolita, il rifugiato è cosmopolita, chiunque viva fra due o più luoghi, e quindi comprenda la complessa situazione in cui costoro si trovano, è cosmopolita. Che splendido concetto, specialmente in un’epoca in cui i governi basano la propria politica sulla crudeltà costituzionale e sull’assunto per cui alcuni individui in sostanza valgono più degli altri”. Poi, poche righe più sotto: “È possibile combattere attraverso le nostre scelte di lettura? A mio parere sì, e possiamo farlo senza perdere il gusto di leggere. È sufficiente tornare a considerarla come un’esperienza più ampia, quella da cui in così tanti siamo partiti: la lettura come viatico per la sorpresa, per la gioia, la complessità e la meraviglia, non come mappa immaginaria di ciò che sappiamo già”.
Riscoprire la lettura come atto politico, di presa di consapevolezza e di maturazione personale, mi pare già un motivo più che esaltante per avvicinarsi a questa rivista (l’entusiasmo e la chiarezza di visione che emergono da questa introduzione la rendono una delle più incisive che abbia trovato in un’antologia). 
Nelle raccolte è normale trovare pezzi più convincenti (o più vicini al nostro gusto) di altri, ma una cosa appare evidente leggendo la trentina di testi raccolti in “Freeman’s – Scrittori dal futuro”: che il livello letterario è mediamente notevole.
Da parte mia non posso fare a meno di segnalare almeno due fenomenali racconti.
“Un uomo sfortunato” dell’argentina Samanta Schweblin, una storia che si muove nel delicatissimo confine fra attenzione verso i bambini e pedofilia, dove è difficile stabilire se la morbosità risieda negli occhi del lettore o nell’ambiguo personaggio del titolo. Un equilibrio narrativo magistrale. (Il racconto è valso all’autrice un prestigioso premio letterario in patria ed è facile capirne perché).
“Il liberatore” dell’americana Tania James è forse il racconto migliore che abbia letto negli ultimi cinque anni: un testo nel quale il punto di vista muta di continuo, facendo dipanare la vicenda secondo prospettive sempre diverse, mostrando al lettore come ognuno dei personaggi coinvolti nella storia l’abbia vissuta in modo differente. Una vicenda che inizia banale, diventa tragica, poi compassionevole, attraversando lo spettro delle emozioni umane di chi viene toccato. 
Un racconto assolutamente perfetto.  


N.B. Il magazine on line “Il tascabile” proprio questa settimana ha pubblicato l’introduzione integrale di John Freeman. Se volete leggerla la trovate qui








giovedì 21 dicembre 2017

COSA LEGGO IN QUESTE VACANZE?

Durante tutto l’anno ho consigliato i libri che ho trovato più interessanti fra quelli che ho letto. Lo faccio anche in occasione delle imminenti vacanze natalizie, anche se i testi che consiglio di natalizio hanno ben poco. In coda a questi suggerimenti trovate anche il link a quelli che ho già consigliato in precedenza. Auguri e buone letture!



James St. James - Party monster
(Trad. di Sara Sedehi)
Baldini & Castoldi, euro 19

Ormai avevo perso le speranze, invece dopo quasi vent’anni dalla sua pubblicazione originale (negli USA è uscito nel 1999), arriva finalmente anche da noi questo libro incredibile, che si legge come un romanzo di humor nero ma che è una storia del tutto reale.
James St. James insieme a Michael Alig formava il nucleo dei “Club Kidz”, gruppo di ragazzi che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 erano i protagonisti (e in seguito anche gli organizzatori) dei party più folli e leggendari delle discoteche di Manhattan. Vere e proprie star della scena dance newyorchese, i due vivevano una vita di eccessi e sregolatezze culminate in un tragico evento quando Alig, completamente strafatto, ha ucciso l’amico e pusher “Angel” Melendez, gettandone poi il cadavere nel fiume Hudson. 
Uscito originariamente col titolo “Disco bloodbath” (mattanza in discoteca), il libro (che ha avuto un grande successo e svariate ristampe in America) è stato poi intitolato “Party moster” come il film che ne è stato tratto con Marilyn Manson, Cloë Savigny e un emaciatissimo e spiritato Macauley Culkin nel ruolo di Alig. 
Un libro furibondo, di una cattiveria spesso esilarante, un sulfureo mix di camp e noir, scatenato e fuori dai binari esattamente come le feste che racconta. 
Strepitoso. 



Colson Whitehead - “La ferrovia sotterranea”
(Trad. di Martina Testa)
Edizioni SUR, 20 euro

È il romanzo che quest’anno si è aggiudicato sia il premio Pulitzer che il National Book Award, ossia i due principali premi letterari statunitensi, e la traduzione di Martina Testa è stata recentemente citata dal Corriere della sera come la migliore dell’anno in Italia. Direi che sono già elementi sufficienti per consigliarne la lettura. 
Il libro ripercorre il periodo più cupo e violento della schiavitù in America. Ambientato nella Georgia dei primi ‘800, racconta le vicende di Cora, una giovane schiava che nel corso della sua vita subisce ogni forma di angheria e assiste a scene di una ferocia inaudita nei confronti di familiari e conoscenti. Sebbene le condizioni nelle quali erano costretti a vivere gli schiavi sono raccontate con dovizia di particolari spesso agghiaccianti, il libro si fonda su un’invenzione letteraria fantastica: l’esistenza di una rete ferroviaria segreta e sotterranea attraverso la quale i neri venivano trasportati in stati dove la schiavitù era stata abolita e resi di nuovo liberi. Nella realtà, la “ferrovia sotterranea” era la rete segreta di abolizionisti che aiutavano gli schiavi a fuggire e che solo in alcuni tratti utilizzava i binari ferroviari. Mischiando la verità storica più cruda e la finzione letteraria più poetica Whitethead ha scritto un libro appassionante e carico di umanità.  



Nadja Spiegelman - “Dovrei proteggerti da tutto questo”
(Trad. di Tiziana Lo Porto)
Edizioni Clichy, 17 euro

Anche chi frequenta poco il mondo dei fumetti avrà comunque sfogliato o sentito parlare di “Maus” di Art Spiegelman, ormai un classico della letteratura contemporanea, una storia ambientata in un lager nazista nella quale i protagonisti hanno sembianze animali (gli ebrei sono rappresentati in forma di topi, da qui il titolo del graphic novel).  
Nadja è la figlia di Art, ma in questo suo romanzo autobiografico il padre è quasi assente: il libro è totalmente incentrato sul rapporto della ragazza con la madre e la nonna. E si tratta di una relazione assai complessa e stratificata. 
La madre, Francoise Mouly, è una donna elegante, anticonformista, volitiva e capace tanto di clamorosi gesti d’affetto quanto di dimostrazioni di freddezza assoluta. Direttrice di una casa editrice di libri per bambini e storica curatrice delle copertine del New Yorker, è per Nadja sia un modello da ammirare che una sfinge con la quale scontrarsi di continuo. 
Il progetto di Nadja di scrivere un libro su di lei e su Josée, sua madre, è un modo per avvicinarla e arrivare a scoprirla nei suoi lati più intimi. 
L’autrice ripercorre sia la propria adolescenza che quella di Francoise e Josée, alternandole nella narrazione e costruendo un affresco intergenerazionale di grande efficacia. 
Uno dei memoir più interessanti apparso negli ultimi anni. 



Chris Offutt - “Nelle terre di nessuno”
(Trad. di Roberto Serrai)
minimm fax, 17 euro

Questa è una interpretazione del tutto personale e non ho trovato riferimenti simili in nessuna recensione, però leggendo questo bel libro di racconti di Chris Offutt ho avuto la netta sensazione che fosse un perfetto contraltare alle storie di Kent Haruff. Mi spiego: se Haruff racconta la vita della provincia rurale americana in una chiave pacata e lirica, nella quale i rapporti e i sentimenti si rivelano nelle sfumature, Offutt parla di una provincia ancora più remota e selvaggia (il Kentuky del nord), dove l’isolamento geografico e il predominio della natura rendono le figure e le azioni assai più aspre e violente. In questi nove racconti, che rappresentano il debutto dell’autore (di cui minimum fax si appresta a pubblicare anche il resto della produzione letteraria), i protagonisti devono affrontare varie forme di brutalità: da quella psicologica (la pressione sociale che deve subire un giovane solo perché ha il desiderio di studiare) a quella fisica (la caccia e lo scontro con un orso selvaggio che ha assalito una madre, uccidendone l’infante che portava in spalla). Offutt mette in scena istantanee di vita che (come nel caso di Haruff appunto) finiscono per disegnare l’affresco di un’intera comunità, ruvida e remota, raccontata con una partecipazione e una comprensione ammirevoli. 



Amy Fusselman - “Il medico della nave / 8”
(Trad. di Leonardo Taiuti)
Black Coffee edizioni, euro 13

Da alcuni anni chi segue le mie recensioni lo sa, ho sviluppato una vera e propria passione per i libri composti da frammenti. Non poteva quindi sfuggirmi l’uscita in Italia di questa curiosa e personalissima opera di Amy Fusselman, autrice americana nota per i suoi testi apparsi su McSweeney’s e altre celebri riviste.
Si tratta di due testi brevi riuniti in un unico volume. Difficile però definirne il genere: memoir? saggio? racconto autobiografico? Per rendervi l’idea dirò che sono libere riflessioni dell’autrice su due temi forti e di natura intima.
Il primo si intitola “Il medico della nave” e riguarda un momento particolare della vita della Fusselman, ossia la scomparsa del padre avvenuta in concomitanza alla sua scoperta di essere incinta. Morte e nascita arrivano dunque a coincidere e sovrapporsi, spingendo la scrittrice ad analizzare i propri sentimenti verso il genitore perduto e verso il bambino che tiene in grembo. Alternate alle sue riflessioni ci sono stralci del diario del padre, un medico che durante la seconda guerra mondiale prestava servizio su una nave militare. Passato, presente e futuro arrivano a sfiorarsi e confondersi in un unico, rigoglioso flusso.
Il secondo testo, “8”, riguarda una tematica ancora più intima e delicata, gli abusi che l’autrice ha subito da bambina da parte di un vicino di casa, amico dei genitori, del tutto inconsapevoli dei suoi comportamenti in loro assenza. Fusselman cerco di capire quanto questo trauma abbia segnato la sua vita adulta, mettendolo in relazione con gli aspetti quotidiani della sua esistenza: incontrare una celebre popstar per strada, educare il suo bambino a dormire da solo, prendere lezioni per imparare a guidare una moto, collaborare alla messa in scena di un testo teatrale e cosi via.
Fusselman ha una scrittura limpida e lieve, molto affettuosa (nei confronti del padre, del marito, del figlio e, quando serve, anche verso se stessa), non di rado umoristica. Uno stile misurato e assai contemporaneo, verrebbe da dire, malgrado la gravita dei temi trattati.

Il libro è pubblicato dalla giovane casa editrice Black Coffee, interamente gestita da una coppia di giovani appassionati fiorentini, un altro validissimo motivo per consigliare questo testo.

Di altri libri usciti nel 2017 ho parlato qui:

http://matteobblog.blogspot.it/2017/10/3-libri-italiani.html

http://matteobblog.blogspot.it/2017/07/cosa-leggo-questestate.html

http://matteobblog.blogspot.it/2017/04/la-rockstar-paziente.html

http://matteobblog.blogspot.it/2017/03/libri-da-leggere-2-khemiri.html

http://matteobblog.blogspot.it/2017/03/libri-da-leggere-1-ciabatti.html

http://matteobblog.blogspot.it/2017/01/una-lettura-non-come-tante.html