martedì 11 luglio 2017

McSWEENEY’S BIG MISTERY

Chi segue questo blog sa bene quanto sia appassionato (ok, usiamo pure l’espressione fanatico) di riviste letterarie. Ne parlo di continuo, tanto on line quanto negli incontri in libreria o nelle lezioni nelle scuole di scrittura creativa che mi capita di tenere. Le illustro, promuovo, le esalto. Fra le innumerevoli riviste letterarie presenti sul mercato mondiale non ho mai fatto mistero di quanto la mia preferita sia “McSweeney’s”, fondata a San Francisco nel 1998 dallo scrittore Dave Eggers. È l’unica rivista della quale possieda l’intera collezione, dal numero 1 all’ultimo, orgogliosamente esposti nella mia libreria, come testimonia questa foto. 



Il nome per esteso della rivista in origine era “Timothy McSweeney’s Quarterly Concern”, ossia “Le preoccupazioni quadrimestrali di Timothy McSweeney”. Un titolo assurdo, che si rifaceva alla figura di un presunto corteggiatore della madre di Eggers che per anni ha scritto lettere affettuose alla donna prima di scomparire, rimanendo però una sorta di nome mitologico per i membri della famiglia. 
Come il suo ispiratore col tempo anche i riferimenti a Timothy McSweeney scomparvero dalla rivista, universalmente conosciuta ormai col semplice nome di “McSweeney’s”. 
Le caratteristiche principali del periodico sono due: da un lato la qualità altissima dei contenuti (le firme più illustri della narrativa americana hanno pubblicato inediti sulle sue pagine, dove hanno esordito anche alcuni degli autori emergenti più interessanti), dall’altro la creatività massima dei suoi formati. Alternando in genere un’uscita in versione libro tradizionale con un’altra dall’aspetto imprevedibile, nel corso del tempo McSweeney’s ha prodotto (fra gli altri) numeri in forma di quotidiano, di contenitore di quaderni, di finto beauty-case, di quadro da appendere alla parete, di cubo tridimensionale e di pacco di posta (con racconti inseriti in finti cataloghi o dentro buste da lettera).
Motivi per adorarlo dunque da parte dei lettori ce ne sono parecchi. 
Malgrado si definisca quadrimestrale, McSweeney’s col tempo ha abituato i suoi lettori a subire diversi ritardi. Chiunque si occupi di riviste indipendenti sa bene come sia difficile rispettare i tempi prefissati, soprattutto per una pubblicazione composta interamente di racconti e che quindi deve sottostare alle promesse di consegna (raramente mantenute) degli scrittori coinvolti. Lo slittamento di un paio di mesi o più presto diventa la norma. Eppure tre anni fa è successo qualcosa di più grave e misterioso. Dopo la pubblicazione del numero 48 (nell’agosto del 2014), la redazione ha cominciato ad anticipare che erano in già corso i lavori per il numero che avrebbe segnato una tappa storica per la rivista, il numero 50. Il comunicato non forniva molti elementi ma lasciava intuire che stavano pensando in grande. Per i lettori più fedeli, abituati a ogni forma di follia cartotecnica, era logico attendersi un’edizione spettacolare. Contestualmente la redazione annunciava anche i contenuti dell’imminente nuovo numero, il 49. Sarebbe stato un volume interamente dedicato al concetto di “cover”: gli scrittori coinvolti avrebbero riscritto a modo loro alcuni racconti celebri e a il numero avrebbe avuto l’aspetto di un vinile a 33 giri. Veniva addirittura anticipata la copertina del disco, nel tipico formato quadrato degli LP. 

Poi, il nulla.

Di mesi ne passano quattro, sei, otto, intanto, per la prima volta nella storia della rivista, appare una raccolta fondi attraverso il portale Kickstarter per finanziarne la stampa. I  lettori più affezionati partecipano felici, ma col passare dei mesi cominciano a lasciare commenti di protesta: l’attesa non è più di mesi, stanno passando anni. Nessuno si premura di dare risposte o spiegazioni. 
Il numero, di solito acquistabile on line anche sui abituali canali di vendita libri tipo Amazon, passa da “prenotabile” a “non prenotabile al momento”. 
Sul sito di McSweeney’s non compare una riga a riguardo. Facendo ricerche su Google non si trova praticamente niente. Un caso di omertà digitale senza precedenti. 
Trascorrono quasi tre anni. 

Ad aprile l’amico libraio dal quale solitamente acquisto il numero d’importazione mi chiama per avvisarmi che all’improvviso il volume risulta in consegna. Siamo entrambi perplessi, invece un paio di giorni dopo arriva per davvero. 
Si tratta del tanto atteso numero 49, però ci sono dei però. 
La copertina è rimasta invariata, il formato è quadrato, ma non ha le dimensioni di un LP quanto piuttosto quelle di un 45 giri. Nell’introduzione (firmata in forma generica da “I redattori”) si presentano con toni di grande entusiasmo i contenuti letterari del numero. Non un accenno al clamoroso ritardo nella pubblicazione, non un riferimento al cambio di formato e, soprattutto, nessuna anticipazione o promessa riguardo all’ormai prossimo numero 50. 
Rimane dunque un mistero insondabile.
Perché tanto ritardo? Che è successo? Che sta succedendo? Ci sarà un numero 50? Ci stanno ancora lavorando? Se si, quando uscirà? 
Domande che al momento restano prive di risposta. (Se qualcuno fra voi ha notizie al riguardo me le riferisca, grazie). 



Detto tutto ciò, il numero 49, da un punto di vista strettamente letterario, è splendido. Il concetto di cover applicato alla narrativa produce esperimenti di alto livello e di grandissimo piacere. Lo scrittore Jess Walter trasforma il celebre racconto “I morti” di James Joyce nella caduta in disgrazia di uno sceneggiatore di serie televisive a Los Angeles, la scrittrice Lauren Groff racconta da un’altra prospettiva le protagoniste del racconto “Desideri” di Grace Paley e la celebre autrice Meg Wolizter riscrive il capolavoro “Un giorno ideale per i pescibanana” di J.D. Salinger dal punto di vista di una baby-sitter. E questi sono solo alcuni esempi. 
Un numero memorabile, che se amate la letteratura e ve la cavate con l’inglese non dovreste proprio perdervi. 

Anche perché chi ci assicura che ci sarà mai un prossimo numero?

martedì 6 giugno 2017

I PROSSIMI INCONTRI

Alcuni nuovi appuntamenti questa settimana. 

In occasione del Pavia Pride mercoledì 7 giugno alle ore 18 in Aula Scarpa all'Università di Pavia presenterò "Generations of love - Extensions". In pratica torno nei luoghi dove il libro è ambientato. :-)

Giovedì e venerdì sarò a Palermo in occasione del festival "Una marina di libri". 
Giovedì 8 alle 19 presenterò il romanzo "Maria accanto" alla Serra Carolina, con Alessio Cuffaro e Filippa Dolce. 
Venerdì 9 alle 12 alla Sala Lanza terrò la lezione "Esordienti: errori da non fare" alla Sala Lanza. 

Sabato e domenica sarò invece a Urbino per il festival "Le città del libro".
Sabato 10 alle ore 20 sarò al caffè del Sole per la lezione "Esordienti". 
Domenica 11 alle ore 10 nel cortile del Colleggio Raffaele per presentare "Maria accanto" con Roberto Danese.

Vi ricordo che l'incontro sugli esordienti è è una vera lezione, ma dal taglio ironico e aperta a tutti, perché oltre a dare consigli pratici agli scrittori in erba leggerò anche le mail deliranti che mi hanno mandato nel corso degli anni. 

Vi aspetto!


venerdì 12 maggio 2017

MARIA ACCANTO A TE!


Ecco l’elenco completo delle prime apparizioni di “Maria accanto” previste per maggio (mese mariano per eccellenza).



18 maggio, ore 19 - Libreria VERSO (Milano) Corso di porta Ticinese 40 - con Federico Baccomo

21 maggio ore 13.30 - Salone del libro (Torino) Caffè Letterario - con Mara Maionchi

24 maggio ore 19 - IGOR (Bologna) via Santa Croce, 10 - con il collettivo Libertango

26 maggio  ore 21- KINO (Roma) via Perugia, 34 (Pigneto) - con Ivan Cotroneo

27 maggio - ore 17 Festival CUBO (Ronciglione - VT) - Chiesa della provvidenza - Borgo di sotto


28 maggio ore 11 - IBS-LIBRACCIO (Mantova) via Verdi, 50 - Rassegna “Colazione con l’autore”

mercoledì 10 maggio 2017

L'AVVENTO DI MARIA

Il mio nuovo romanzo si intitola "Maria accanto" e uscirà in libreria fra una settimana, il 18 maggio, pubblicato da Fandango. Racconta la storia di una ragazza come tante alla quale però comincia ad apparire la Madonna, apparentemente senza alcun motivo. 
La frase di lancio che ho scelto per il retro della copertina è questa:

"Siamo tutte ragazze qualsiasi. Sono le esperienze a renderci speciali".




giovedì 27 aprile 2017

LA ROCKSTAR PAZIENTE


Negli ultimi anni ho sviluppato una vera passione per le autobiografie di popstar. Ne leggo di ogni tipo, dalla reginetta del pop anni ’80 al musicista rock di nicchia. Il piacere è sempre alto, i risultati spesso alterni: ci sono testimonianze vibranti e di grande valore (“Just kids” di Patti Smith è bellissimo), resoconti di ottima qualità letteraria (“Girl in a band” di Kim Gordon si avvicina alla prosa di certe narratrici americane contemporanee), esempi di eccessiva autoindulgenza (“I’ll never write my memoirs” di Grace Jones, scritto con Paul Morley, qua e là presenta delle cadute notevoli di tono) e clamorose delusioni (“Porcelain” di Moby rasenta l’imbarazzante). 
Nessuna autobiografia però è paragonabile a quella scritta da Ben Watt, membro insieme alla compagna Tracey Thorn del celebre duo inglese Everything but the girl, noto in Italia soprattutto per il brano “Missing”, di enorme successo radiofonico e commerciale.
Il libro di Watt non assomiglia a nessuna altro memoir di star musicale per il semplice motivo che la sua vicenda è  del tutto atipica e lontana anni luce dagli stereotipi sesso, droga e rock’n’roll che caratterizzano il genere. 
Alla giovane età di 29 anni Watt ha cominciato a sperimentare una serie di difficoltà fisiche, quali affanno, dolori al petto, difficoltà di respirazione, stanchezza continua: non era ancora trentenne e provava i disturbi di un anziano. Questi sintomi dapprima gli hanno reso difficile l’attività professionale (quasi impossibile affrontare un tour in quelle condizioni), poi si sono fatte tanto gravi da impedirgli una vita normale. Visite specialistiche ed esami non indicavano niente di anomalo, ma la situazione continuava a peggiorare, finché un attacco cardiaco l’ha costretto a una corsa al pronto soccorso e al ricovero immediato. Col tempo ha scoperto di soffrire di una sindrome rara, quella di Churg Strauss, che l’ha costretto a una degenza lunga e dolorosa. 
Watt ha raccontato la sua personale odissea nel memoriale intitolato “Un paziente”, nel quale rivela possedere le qualità di un vero narratore: il testo è appassionante e onesto, quasi alla stregua di un romanzo. L’autore non nasconde la rabbia e la frustrazione che la malattia gli procura, ma riesce anche a cogliere motivi di speranza e di ironia nel microcosmo che lo circonda, fra malati, medici, infermiere e familiari in visita. La prospettiva ribaltata di un artista che passa dalle luci del palcoscenico ai freddi neon di una corsia d’ospedale rende ancora più singolare la sua testimonianza. Tra le difficoltà che si trova ad affrontare c’è anche quella di chi, sapendolo un musicista famoso, attribuisce il suo stato di prostrazione alla vita di eccessi tipica delle rockstar. Anche un cugino lo chiama in ospedale per invitarlo con tono condiscendente a mettere la testa a posto e a smetterla con “questo modo di vivere privo di senso”, dando quasi per scontato che se si trova ricoverato è per un abuso di droghe o alcol. Un paradosso che rende la sua condizione di malato ancora più fastidiosa da sopportare. 
Avevo letto il testo all’epoca della sua pubblicazione in inglese e per qualche tempo avevo anche cercato invano di proporne la pubblicazione in Italia agli editori coi quali collaboravo all’epoca. Oggi scopro che finalmente è stato tradotto, grazie a una nuova casa editrice di nome Carbonio. Ne sono davvero felice e mi fa molto piacere segnalarne l’uscita. 
Raccontare la gravità della malattia senza cadere nel patetico o nel tragico è sempre difficile: Ben Watt ce l’ha fatta. 
Time Out l’ha definito addirittura “il miglior libro scritto da una popstar”. Forse non arriverei a tanto, ma è senza dubbio uno dei più meritevoli di essere letto. 

E se l’editore Carbonio volesse proseguire la benemerita opera di divulgazione letteraria della famiglia Watt, mi sentirei di consigliare con totale entusiasmo la traduzione anche della recente autobiografia della compagna di una vita di Ben, Tracey Thorn: “Bedsit disco queen” (più o meno “La regina della musica disco da cameretta”) è un piccolo gioiello, la storia di come una ragazzina timida che canta in casa di nascosto quando i genitori non ci sono perché si vergogna finisce per diventare quasi controvoglia una star del pop. E quando gli U2 offrono a lei e Watt di accompagnarli in una tourné mondiale, lei chiaramente rifiuta. 

In sintesi, gli Everything but the girl sono una coppia felice da oltre trent’anni, sono entrambi musicisti di chiaro talento e grande successo, si sono pure rivelati scrittori notevoli. Forse dovremmo cominciare a odiarli. 



Ben Watt
UN PAZIENTE
Storia vera di una malattia rara
(Traduzione di Nicola Manuppelli)
Carbonio editore

Pagg. 206, Euro 17,50

giovedì 16 marzo 2017

LIBRI DA LEGGERE 2 - KHEMIRI

Jonas Hassen Khemiri
TUTTO QUELLO CHE NON RICORDO
(Traduzione di Alessandro Bassini)
Iperborea, 17,50 euro


Il protagonista di questo libro è il suo più grande assente: si chiama Samuel ed è morto in un incidente stradale. L’autore, che l’aveva incontrato solo una volta per un pochi minuti, decide però di voler ricostruire il suo ultimo giorno di vita e comincia a intervistare tutti quelli che l’hanno conosciuto: il migliore amico, l’ex-ragazza, il vicino di casa, la madre, l’amica trasferita all’estero, la nonna... Ciascuno offre un ritratto soggettivo del ragazzo e non potrebbe essere altrimenti. Samuel ci appare così a volte un entusiasta, altre un ingenuo, altre un idealista, per alcuni era generoso, per altri un tirchio, le testimonianze di uno contraddicono quelle di altri, gli stessi eventi assumono significati diversi da chi li racconta. 
C’è una domanda alla quale lo scrittore cerca di dare una risposta per tutto il libro: Samuel si è suicidato andando a sbattere a tutta velocità contro un albero o è uscito di strada per un tragico errore?
Questo dubbio ne sottintende un altro per il lettore: perché l’autore sta cercando di ricostruire la personalità di uno sconosciuto? Dove vuole arrivare?
Khemiri ha condensato in questo libro le sue diverse abilità (in Svezia, sua terra d’origine, è noto sia come romanziere che come drammaturgo): la struttura polifonica sembra presa in prestito dal teatro, il respiro della narrazione è quello di un romanzo. Ma l’autore mischia anche altri piani: l’auto-fiction, l’indagine giornalistica e la denuncia sociale (sia Samuel che la sua ex, Laide, lavorano con i migranti e si occupano di assistenza a casi difficili, loro stessi sono immigrati di seconda generazione e subiscono in prima persona forme di pregiudizio e razzismo). 
La struttura del libro è atipica e può disorientare all’inizio: in ogni capitolo si alternano due voci e non è mai esplicitato a chi appartengano, ma basta addentrarsi nel volume per capire che si tratta in realtà di uno schema ripetuto: la prima voce varia da capitolo a capitolo e appartiene ogni volta a un personaggio diverso (il vicino, l’amica di Berlino, la madre...), la seconda voce rimane costante per tutto il romanzo ed è quella di Vandad, il miglior amico di Samuel, vera traccia portante di questa staffetta narrativa. 
“Tutto quello che non ricordo” è una lettura appassionante, il tentativo di dare un senso alla vita di un ragazzo qualunque attraverso la voce di chi l’ha frequentato e amato. 
La scrittrice Joyce Carrol Oates, che non è esattamente di gusti facili, l’ha definito uno dei suoi libri preferiti dell’anno.

Sul sito della casa editrice Iperborea è possibile scaricare gratuitamente il primo capitolo per farsene un’idea (trovate il link qui). A me sono bastate queste pagine per desiderare subito di leggere il resto. 

lunedì 6 marzo 2017

LIBRI DA LEGGERE 1 - CIABATTI

Teresa Ciabatti
LA PIU’ AMATA
Mondadori 
Pagg. 218, 18 euro



Teresa Ciabatti è irrisolta, anaffettiva, inadeguata, sciatta, grassa, fallita. Lo dice lei stessa in “La più amata”, romanzo autobiografico strutturato come una suite in tre movimenti e un conciso finale, dal quale tutti i protagonisti, e in primo luogo l’autrice, escono a pezzi. 
Di questo libro si è già detto molto, subito. A una settimana dalla pubblicazione tutti i principali quotidiani ne hanno parlato in termini più che elogiativi e ancora a lungo se ne parlerà, perché si fanno insistenti le voci di una prossima candidatura allo Strega. In questo momento forse c’è ancora spazio per fare alcune considerazioni personali e quindi le  condivido prima che arrivi la valanga di tutte le altre.
La storia della famiglia Ciabatti è raccontata in tre fasi: la prima segue l’ascesa (inarrestabile) del padre Lorenzo (famiglia benestante, svariate proprietà immobiliari, studi negli Stati Uniti, nomina immediata al ruolo di primario a Orbetello). Per gli abitanti della zona il Professore è una figura mitologica che incute timore e rispetto. E la villa miliardaria con piscina che fa costruire ne è l’emblema più radioso.  
La seconda parte narra l’infanzia di Teresa trascorsa nel lusso assoluto, fino al confronto con le coetanee a scuola, quando da ragazzina si accorge che l’avvenenza fisica di alcune compagne è una forma di sicurezza e successo che a lei non è stata fornita. Ecco allora che sfoderare il proprio status sociale, la propria ricchezza, è il solo modo per riconquistare il ruolo di centralità che sente spettarle di diritto.
La terza parte è dedicata alla madre Francesca e al tracollo sociale che deriva dalla sua decisione di separarsi dal marito. 
“La più amata” è la storia di un’ossessione, quella di una figlia che ha perduto tutto (i genitori, la ricchezza, la sicurezza, l’autostima) e che vaga disperata fra le stanze del suo passato alla ricerca di una spiegazione: davvero il padre (fascista, faccendiere, amico di Licio Gelli, amante di molte donne o forse frocio) era stato travolto dai debiti e aveva dovuto vendere tutto? Davvero i conti all’estero sono stati prosciugati? O era vendicativo al punto da far sparire tutto pur di non lasciarlo alla moglie che aveva avuto l’ardire di abbandonarlo? E quindi far ricadere la colpa di lei su quella dei suoi stessi figli? O forse ancora ha voluto proteggerli dal rischio di chissà quali ritorsioni?
“La più amata” è una favola al contrario, è la trama di un arazzo vista dal retro: lo splendore del disegno è scomparso, restano fili e trame che rivelano solo il complesso intreccio. La bella vita era una promessa radiosa, la realtà ordinaria è uno schiaffo dal quale l’autrice non ha saputo riprendersi. 
Dico l’autrice per convenzione.
Quello che le recensioni che ho letto sinora hanno trascurato è che questo romanzo è una sorta di precipitato del discorso che Teresa Ciabatti da anni sta portando avanti sulla rete, attraverso la sua pagina Facebook e il blog “Persona cattiva” tenuto per diversi mesi sul sito di iodonna.it. La riflessioni sulla sua infanzia perduta, sulla sfacciata superiorità fisica mostrata dalle compagne ai tempi di scuola, sull’incapacità di accudire la propria figlia e la necessità di affidarla alle cure della tata moldava sono ben note a coloro che la seguono on line. Tempo fa, con un tono tra il surreale e l’accorato, la Ciabatti invitava gli amici virtuali a fare una colletta per raccogliere i 3 milioni di euro necessari per ricompare la villa della sua infanzia (“Possiamo farcela! Forza ragazzi!”). In una vertigine auto-fictional che non mi sembra abbia equivalenti nel nostro paese, la Teresa Ciabatti in rete era già (ed è ancora) la Teresa Ciabatti protagonista di questo libro, una figura letteraria ipertrofica che trasforma ogni aspetto della sua vita (l’assenza temporanea della tata, le difficoltà con il gestore telefonico, i rapporti a scuola con gli altri genitori) in momenti epici, fonti d’indignazione e di autoesaltazione. (Nel post di rientro dalle vacanze estive scriveva: “Sono tornata. Applausi”). 
In “La più amata” ritroviamo questa stessa figura che irride i compagni di classe  (“Mai mi era capitato di vedere tanti poveri tutti insieme. Questa è una scuola di poveri”), che si lamenta disperata per l’impossibilità di ottenere quello che desidera (“Una liposuzione, via il grasso, mi addormento cicciona, e mi risveglio magra e invece non si può, perché, dimmi perché”), che pensa a se stessa come autrice in termini fallimentari (“Riscopritemi postuma”). 

Non solo i confini tra autobiografia e fiction sono sfumati, ma anche tra materiali narrativi ed extra-narrativi, fra ciò che è dentro questo libro e ciò che è stato seminato fuori. Ed è questa intuizione meta-letteraria che mi fa pensare due cose: che Teresa Ciabatti in realtà non esista e che sia bravissima.