lunedì 10 giugno 2013

PAROLE SENZA CONFINI


Words without borders” è una lodevole rivista di letteratura on line che pubblica ogni mese racconti e saggi di scrittori provenienti da tutto il mondo, traducendoli in inglese e rendendoli disponibili a tutti i lettori anglofoni (e dunque, di fatto, a mezzo mondo). Navigare nel suo ampio archivio può dare le vertigini, per la quantità di materiale interessante che vi si può trovare. Ogni numero è monotematico, può essere dedicato a una nazione o a un tema sociale. Fra i più recenti possiamo citare uno speciale sui grandi scrittori spagnoli ancora non tradotti in inglese, una raccolta di testimonianze da Haiti, una selezione delle migliori graphic novels mondiali, un approfondimento sull’Iraq di oggi. 
Questa settimana è stato rilasciato il nuovo numero: rispettando una tradizione che ormai prosegue da quattro anni, si tratta dell’annuale special sulla tematica GLBT, una raccolta di articoli internazionali che fotografano la realtà gay, lesbica e trans in diverse parti del pianeta. Tra i vari contenuti (che comprendono saggi, racconti e memoir) possiamo citare: la testimonianza del poeta russo Dmitri Kuzmin sull’importanza di dichiarare la propria sessualità in un luogo come la Russia, dove l’opposizione contro i movimenti gay è ancora fortissima; un estratto dal romanzo “The Amman bride” dello scrittore giordano Fadi Zaghmout, che racconta dei raid della polizia egiziana nei locali frequentati da giovani gay; il racconto “Letters without envelopes” della scrittrice Suzana Tranick, su una giovane donna dalmata che teme (ironicamente) di essere “l’unica lesbica dell’intera Yugoslavia”. Il numero comprende anche testi di autori austriaci, cubani, svedesi, cinesi, francesi. 
Trovate qui l’introduzione al numero e tutti i link ai contributi presenti.



giovedì 6 giugno 2013

FERMATE INCONTROLLABILI


Sono reduce da un lungo tratto in metropolitana. Seduta accanto a me per tutto il tempo ho avuto una donna sui 35 anni, non bella ma estremamente curata, truccata e vestita come se dovesse andare a un appuntamento galante e non al lavoro (erano le nove e mezza di mattina). Quando mi sono accomodato a suo fianco era già impegnata in una conversazione al cellulare. Per il resto del viaggio non ha fatto altro che chiamate: appena terminava una telefonata ne iniziava un’altra (tra i vari interlocutori ho capito esserci state la madre e una sorella). Essendo a pochi centimetri da lei non potevo far altro che ascoltare i suoi discorsi, anche se parlava con un tono di voce regolare, non urlato come spesso accade di sentire sui mezzi pubblici. 
La cosa curiosa in tutto questo era che la donna annunciava a chi stava all’altro capo del telefono le fermate in cui si trovava. (“Palestro!”, “San Babila!”, “Duomo!”). La prima volta ho immaginato che rispondesse alla domanda del suo interlocutore (“Muoviti sei in ritardo! Dove ti trovi adesso?”). Poi, quando ha continuato a farlo nelle chiamate successive, ho capito che non c’era alcuna richiesta. Lo faceva e basta, come un tic linguistico, l’impulso incontrollabile di condividere il suo percorso.
Mi sono chiesto se si tratti di una qualche forma di patologia del tutto contemporanea: l’ossessione della tracciabilità, di essere raggiungibili ovunque, di far sapere ogni proprio piccolo spostamento. Una conseguenza alla troppa esposizione ai social network?  Il terrore di sparire durante il percorso? Boh.
Comunque ho pensato che sarebbe una caratteristica pazzesca per un personaggio. Dovrei infilarlo in un racconto o in un prossimo romanzo. Non serve neppure che me lo inventi: l’ho appena incontrato. 



mercoledì 29 maggio 2013

TESORI IN RETE


Da diverse settimane non aggiornavo il blog. Per farmi perdonare, vi segnalo una serie di link interessanti che ho scovato in Rete ultimamente. A testimonianza del fatto che non sono stato del tutto inattivo. 

La rivista letteraria “Cadillac” ha cambiato faccia. A partire dal numero 5, rilasciato da qualche settimana, si presenta con una nuova veste grafica, nuove rubriche e nuove importanti collaborazioni, come quelle con la rivista inglese “Five dials” e le americane “McSweeney’s” e “n+1”. In pratica, accanto ai racconti di autori italiani esordienti, pubblicherà traduzioni esclusive di testi tratti dalle prestigiose colleghe straniere. Un gran bel risultato per una pubblicazione così giovane. Fra i racconti di questo numero vi suggerisco in particolare “Arboricoltore” dell’irlandese Eimear Ryan, un piccolo gioiello, a mio avviso. Scaricate il nuovo numero qui.

Da un paio d’anni Peter Cameron tiene un blog, ma in segreto. In questi giorni ha deciso finalmente di renderlo pubblico e così siamo venuti a scoprire l’esistenza di questo “Extreme legibility”, blog dal taglio curioso e del tutto personale, nel quale fa l’elenco di tutti i libri che legge “prima di dimenticarsene” (come recita il sottotitolo). Brevi recensioni d’autore, accompagnate talvolta anche da informazioni tecniche (dove ha trovato il volume, in quale edizione, se conosce l’autore...). E’ come sbirciare nel mondo di uno scrittore attraverso le sue letture. Un’idea che sarebbe bello se altri scrittori decidessero di seguire. 

A chi non è mai capitato di acquistare un libro usato e trovarci dentro un ricordo involontario del proprietario precedente? Fotografie, cartoline, foglietti di appunti, biglietti di treni, aerei e tram, quasi sempre utilizzati come segnalibro e dimenticati a fine lettura. Il sito letterario italiano Archivio Caltari dedica da tempo una rubrica intitolata “Libri usati con qualcosa dentro”. È bellissima, andateci a curiosare. [Anch’io ho fatto un ritrovamento simile una volta, ne ho parlato qui]

La migliore risorsa in rete per chi è interessato alla letteratura omosessuale americana (o per meglio dire, GLBT) è il blog “Band of Thebes”. Aggiornato quasi quotidianamente, il blog offre recensioni di qualunque romanzo pubblicato sul tema, annuncia premi e riconoscimenti legati al settore, celebra anniversari di scrittori, offre anticipazioni sui libri in uscita. Si sta via, via costituendo come una preziosa enciclopedia on line, accuratissima e in costante ampliamento. Imprescindibile per chi si occupa di queste tematiche. 

Nutro da tempo una specie di feticismo per la corrispondenza postale e non potevo non apprezzare i contenuti di “Letters of note”, altro blog americano, che riporta riproduzioni autografe di missive di personaggi celebri, ma anche scambi di lettere fra una bibliotecaria e una casa di produzione cinematografica, una dedica privata di Norman Mailer a Ernest Hemingway, la trascrizione delle lamentele che il pittore H.R. Giger scrisse alla 2oth Century Fox in merito al film “Alien 4”, una lettera dell’attore Sidney Poitier al presidente Roosvelt... Insomma: lettere notevoli, come giustamente il titolo promette. 

Lo scrittore e giornalista Alberto Forni, già fondatore dello spettacolare blog “Fascetta nera”, ha da poco dato vita a un sito interamente centrato sull’autopubblicazione digitale, che include interviste, saggi, traduzioni di articoli stranieri e numerose indicazioni pratiche per chi ha un libro nel cassetto e intende esordire sulla rete. Si chiama semplicemente “Il tuo ebook” ed è davvero molto utile. 

In cosa si differenzia una casa editrice dedicata ai libri d’arte rispetto a una classica di narrativa? Lo spiega bene l’intervista che il blog della rivista “The believer” ha fatto all’editrice indipendente Lisa Pearson di Siglio Press, che fornisce anche consigli a chi vuole cimentarsi nello stesso campo.



martedì 28 maggio 2013

'tina biricchina


Ci sono stati un po’ di problemi tecnici sull’ultimo numero di ‘tina. Prima un racconto di Roberto Pusiol era misteriosamente sparito dalla versione on line (presto corretta e sostituita), poi un file corrotto ha più volte impedito l’impaginazione esatta del racconto di Eleonora C. Caruso (un inconveniente segnalato da più lettori e che per ben due volte è stato sistemato, ma continuava a presentare problemi). Dopo una completa rimpaginazione (grazie al nostro art-director Riccardo Barbazza per lo sbattimento!) oggi ‘tina 28 è di nuovo on line e in versione definitiva. Finalmente. Riscaricate fiduciosi qui


martedì 23 aprile 2013

‘tina 2013


Rieccoci: ‘tina, la rivistina di narrativa più pigra d’Italia, ma anche una delle più longeve (siamo al... diciottesimo anno, fa impressione!), torna sul web con un numero nuovo e ricco di contenuti spettacolari. Stavolta tiriamo fuori l’artiglieria: un racconto comico da lacrime agli occhi, tre testi brevi di un arzillo settantaduenne, un inedito di un vincitore del premio Calvino, una nuova storia di una esordiente-rivelazione degli ultimi mesi e un capitolo inedito (e altresì erotico) di un candidato al premio Strega di quest’anno. Come sempre, tutto gratis, da scaricare subito qui. Ta-taaam!


mercoledì 17 aprile 2013

LA PASSIVITÀ DELL’ESORDIENTE


Tempo fa ho letto in rete la lamentazione di uno scrittore che ironizzava sugli alunni, talvolta tremendi, che si ritrovava nei corsi di scrittura. Il suo sfogo ha subito scatenato una levata di commenti dilapidatori, che in buona sostanza si potevano sintetizzare in un unico affondo: “Tu, scrittore affermato e pubblicato (e dunque privilegiato) ti prendi gioco di poveri aspiranti scrittori che il mondo dell’editoria (cieco, gretto e insensibile) non riconosce, azzerando crudelmente i loro sogni. Come ti permetti?”. 
Questa posizione critica è ovviamente del tutto contestabile: intanto perché la letteratura è piena di romanzi nei quali gli autori prendono di mira il contesto lavorativo dal quale provengono (quanti libri satirici abbiamo letto sui colleghi d’ufficio, i capoccia dei call-center, i manager in carriera?), quindi non si capisce perché proprio un insegnante di scrittura non avrebbe il diritto di scriverne. In secondo luogo perché l’ambizione a ottenere qualcosa non è ragione sufficiente per essere legittimati. Anch’io posso aspirare a diventare un cantante pop, ma se poi sono stonato non è il crudele mondo della discografia a distruggere i miei sogni quanto la mia mancanza di talento. 
Mi è capitato più volte di fare lezioni in scuole di scrittura e ho avuto la fortuna di avere spesso classi attente, reattive e stimolanti. Anche a me però è successo di trovarmi davanti alunni in grado di generare solo sconforto. Si trattava di individui comunque ammirevoli e intoccabili perché mossi dal sacro fuoco della scrittura? Ma manco per idea. Ogni tanto anche fra gli scrittori in erba ci sono gli ignoranti arroganti e non si può pretendere da me che non li cataloghi come tali. 
Chi insegna in queste scuole sa inoltre che una certa percentuale di iscritti non arriva con l’intenzione reale di apprendere tecniche. In realtà, ha già pronto il proprio romanzo e attraverso il corso spera in qualche modo di ottenere il metodo per estrarlo dal cassetto e farselo pubblicare.  
A questo proposito c’è un aspetto che mi sembra venga messo poco in evidenza da coloro che si occupano di aspiranti scrittori: il problema della loro passività totale, assoluta. A volte ho l’impressione che l’esordiente assuma una posizione che lo esautori da ogni attività altra: ha scritto, il suo compito è terminato, ha già fatto a sufficienza. Tutto il resto (essere scoperto, letto, editato, pubblicato) tocca ad altri. 
Per esperienza personale in anni di lezioni e incontri posso dire che statisticamente nessuno conosca, o abbia sentito nominare, le riviste di narrativa. Il che mi è sempre sembrato un paradosso ingiustificabile: ignorare il primo canale che permette un confronto diretto (redattori disposti a leggere i tuoi racconti) e indiretto (leggere racconti di altri esordienti come te), nonché la prima possibilità di pubblicazione (uscire su una rivista è più facile che trovare un editore per il primo romanzo) e al contempo ottenere un minimo biglietto da visita col quale presentarsi a eventuali editori (non sono un esordiente assoluto, i miei testi sono già stati selezionati da questa e questa rivista). 
Inoltre ho verificato che esiste una formula esoterica in grado di riaccendere all’istante un’intera sala di ascoltatori disinteressati e sonnecchianti, più efficace e immediata di una botta di cocaina: “Ora vi fornirò un elenco di case editrici che pubblicano esordienti”. Ecco che tutte le nuche si rialzano, gli occhi si accendono, le orecchie si spalancano, le penne poggiano tremanti sul foglio pronte a trascrivere ogni parola. La famosa chiave d’accesso al mondo dorato: ve la sto svelando. 
Dalle continue richieste (scusi può ripetere?) mi rendo conto che si tratta di case editrici da loro mai sentite nominare prima, ma questo non sembra rappresentare un problema: è importante capire bene il nome dell’editore, non conoscere il suo catalogo. Raramente avviene che, dopo questo elenco magico, qualcuno mi faccia domande su che tipo di libri pubblica questa o quell’altra casa, che voglia indagare l’ambito narrativo dell’editore per capire se il proprio testo possa essere adatto. 
Pubblicano esordienti? Allora vanno bene. Tutte.  
(A una veloce indagine risulta poi che di case editrici conoscono giusto Mondadori, Einaudi e Rizzoli, che la frequentazione delle librerie è rara, che ignorano i piccoli editori e che l’idea di scoprire e approfondire queste realtà indipendenti non viene minimamente percepita come loro dovere o interesse). 
Gli esempi di passività non sono prerogativa esclusiva di qualche pessimo alunno, ma si manifestano ripetutamente anche attraverso i contatti telematici. 
Talvolta ricevo mail di autori che si premurano di specificare: “Confesso di non averla mai sentita nominare prima, ma ho saputo che collabora con diverse case editrici, quindi le mando questo manoscritto nella speranza che susciti il suo interesse...”. Un altro esempio di passività spettacolare: non hanno la più vaga idea di chi sia colui a cui si stanno rivolgendo, ma la sua prossimità al mondo editoriale è tale che non importa. Ancora una volta l’ambizione alla pubblicazione trascende ogni altro aspetto. Uno sconosciuto ti chiede di dedicargli ore nella lettura di un suo testo, mentre lui si è guardato bene dallo sprecare quei dieci secondi che gli sarebbero serviti per digitare il tuo nome su Google. 
Alcuni estendono il proprio grado di passività persino sulla produzione letteraria che mi sottopongono: “Ho scritto solo questo racconto, non so se valga qualcosa, vedi tu se vuoi pubblicarlo da qualche parte”. Oppure: “Non mi considero uno scrittore, però anni fa ho scritto questo romanzo che è rimasto nel cassetto, ho pensato di mandartelo così mi dici cosa farne”. Non sono neanche in grado di giudicare se stessi (la propria opera, le proprie aspirazioni), demandano anche questo a un osservatore esterno. 
Una formula di genericità più recente riguarda i blog: “Ciao da qualche mese pubblico i miei racconti su un blog. Vedi se ce n’è qualcuno che ti piace da pubblicare sulla tua rivista...”. Non si preoccupano di selezionare i racconti da inviarmi, presumono che sia io a doverlo fare, leggendomeli tutti. Qualcuno si spinge anche oltre:  “Questo è il mio blog. Dicono tutti che scrivo molto bene. Leggilo e dimmi se secondo te ho delle qualità. Mi piacerebbe scrivere un libro, ma sai, sono un po’ insicuro...”. Siamo arrivati al punto che non devo giudicare un romanzo, ma la sua potenzialità: il testo non esiste ancora, certo l’autore non si prende la briga di investire tempo ed energie nella stesura di un romanzo: tocca a me dargli la rassicurazione preventiva che lo spinga a farlo. 
Infine, il vertice della passività estrema: c’è anche chi non si premura di specificare alcuna richiesta. Mi inviano un link del blog e basta

Viene da chiedersi: è cambiato/cambierà qualcosa con l’avvento dell’ebook e dell’autopubblicazione digitale? 
Teoricamente dovrebbero esserci dei mutamenti: l’autore che produce da sé il proprio libro elettronico non solo deve scriverlo, ma anche impaginarlo, editarlo, promuoverlo. Non c’è più spazio per la passività precedente. Occorre fare, investire tempo, energia. 
Tuttavia ho il sospetto che per il momento le cose non siano mutate molto: da ciò che vedo e leggo, pubblicare il proprio ebook funge da contentino temporaneo. La maggior parte degli autori aspira all’uscita cartacea presso una casa editrice reale e considera il libro elettronico alla stregua di un veicolo autopromozionale (intanto esco così, speriamo che qualcuno mi noti). 
L’ansia promozionale si manifesta anche nelle richieste esplicite che ognuno di noi riceve via mail o sulle bacheche Facebook (“Ho pubblicato il mio primo ebook, hai voglia di leggerlo? Costa solo 6.99”). Non sempre sono moduli generici, ma messaggi personali (“Ciao, so che ti occupi di autori esordienti e volevo annunciarti la vendita del mio...”): anche gli eventuali talent-scout sono percepiti come possibili acquirenti. Sul selvaggio mercato digitale tutto fa brodo. 

In conclusione: perché ho scritto questo articolo? Perché amo la scrittura. Perché ho aiutato diversi autori in erba a esordire (il momento, bellissimo e irripetibile, quando chiami qualcuno per annunciargli che il suo primo libro verrà pubblicato). Perché ho avuto la fortuna di incontrare alcuni alunni strepitosi nelle scuole di scrittura e con alcuni di loro (a volte intere classi) ho mantenuto rapporti di amicizia che si sono protratti negli anni. Perché continuo a passare parte del mio tempo libero a leggere testi di sconosciuti totali che richiedono attenzione e consigli. Insomma perché mi sento legittimato a dire che no, la bella e nobile intenzione di voler diventare scrittore non ti rende migliore e non giustifica l’aria offesa che assumi se qualcuno fa ironia su di te.
Scendi dal piedistallo: anzi, mi duole fartelo notare ma, in effetti, non ci sei mai salito. 



martedì 9 aprile 2013

TELEVASIONE


Da diversi anni ormai mi capita occasionalmente di assistere a un fastidioso fenomeno sociale. 
Sono a una festa, o a una cena o a un incontro alla presenza di sconosciuti. Quando il discorso cade sulle reciproche professioni e rispondo “Faccio l’autore televisivo” capita che qualche interlocutore si affretti a dichiarare “Scusa, non ho la televisione”. 
La reazione mi sorprende sempre. In primo luogo perché non capisco il bisogno di giustificarsi: se qualcuno dice che fa il meccanico nessuno risponde “Scusa, la mia macchina funziona benissimo”, se si presenta una maestra d’asilo nessuno si premura di replicare “Scusa, non ho figli al di sotto dei sei anni”. Il fatto che io lavori in tv non implica che tu debba possedere l’apparecchio o usufruirne. Anzi, sinceramente, chissenefrega. Per quanto mi riguarda puoi anche non avere caloriferi o fare il bagno solo nel latte di capra. Però è chiaro che il sottotesto qui sia un altro: dichiarare di non possedere il televisore significa tracciare un confine, sottolineare una diversità di vedute. Chiedono scusa, ma il tono è quello di chi si vanta. Il significato reale della frase sembra essere: “Io con quella roba non voglio averci niente a che fare”. E la prova di questo talibanesimo è che la giustificazione precede sempre la specifica riguardante i programmi per cui lavoro. Potrei essere autore di “Report” o “La prova del cuoco”, per loro sarebbe uguale. Vogliono sottolineare che rifiutano lo strumento in toto, al di là dei suoi contenuti. Ci tengono a farlo. 
Talvolta la faccenda finisce misericordiosamente lì (sono a una festa per svagarmi, l’ultima cosa di cui vorrei parlare è il lavoro, come tutti immagino). Spesso però avviene il contrario: basta che la sillaba “tv” venga evocata perché lo sconosciuto si senta in dovere di aggiungere, a riprova del proprio disprezzo, anche un commento sulla scena penosa avvenuta l’altro giorno in quel talk show pomeridiano o nel tale programma del sabato sera, che certamente lui non ha visto, ma ne ha letto sul giornale e ne ha trovato spezzoni su internet. (Non so cosa si aspetti da me, in questo caso: che difenda la categoria dei lavoratori dello spettacolo in generale? Che giustifichi comportamenti di personaggi che magari io stesso detesto, avvenuti in programmi che non guardo? Che mostri di avere notizie specifiche e di prima mano sullo svolgimento dell’episodio in questione? Boh). 
Altrettanto di frequente avviene che la mia professione venga presa come metro di giudizio nei miei confronti per qualunque cosa: se non sono a conoscenza di un fatto di cronaca (“Mi meraviglia che proprio tu che lavori in televisione...”), se non rido a una battuta (“Certo che per essere un autore tv non sei così ironico...”), se ignoro l’identità di certi personaggi (“Ma come? Tu che frequenti questo ambiente...”). Lavorare in tv ai loro occhi significa evidentemente essere al centro del mondo e della conoscenza, mi rende onnisciente e mondano. Mio malgrado. 
Ormai temo la situazione. Un paio di volte, in occasioni sociali, mi sono trovato a mentire: “Faccio ricerche marketing per prodotti industriali”. La noia negli sguardi degli astanti come salvezza per la mia serata.