lunedì 2 luglio 2012

F.A.Q. ME


Da quando faccio lo scrittore la domanda che mi viene posta più spesso è “Per cosa sta la B. di Matteo B. Bianchi?”. A questa ho già dato risposta decine di volte (- E’ inventata, l’ho inserita fra nome e cognome per evitare casi di omonimia. Gli artisti spesso hanno un nome d’arte, io ho una sola lettera d’arte -). Ma nell’ipotetica classifica delle domande più frequenti, al secondo posto probabilmente si classificherebbe quest’altra: “Ma tu sei (ti consideri) uno scrittore gay?”. 
Non ho mai saputo dare una risposta decente e significativa a questa questione, perché non credo ci sia. Cosa dovrei dire? Sono uno scrittore e sono gay. Le due cose sono separate? Sono separabili? Ho scritto libri nei quali l’omosessualità aveva un ruolo centrale, altri in cui era quasi assente. Questo mi rende alternativamente scrittore gay e scrittore non sessualmente classificato? E soprattutto, è utile saperlo?
Una volta ho provato a fare un esperimento: ho risposto un sì convinto nel corso di un incontro e un no altrettanto convinto nel successivo. Le reazioni sono state le stesse (speculari e opposte): c’è chi mi ha contestato di lasciarmi condizionare dalla mia sessualità e chi mi ha contestato di rinnegarla. E comunque tutti hanno messo in discussione la mia risposta, nessuno la legittimità della domanda.

Il caso ovviamente non riguarda solo me ma centinaia di autori. Se ne parlo è perché l’altro giorno ho letto sull’Huffington Post un interessante articolo nel quale lo scrittore americano (a me sconosciuto) Ryan Quinn pone interessanti spunti di riflessione. Vi invito a ritrovarlo qui
Riassumendo, Quinn ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, "The fall", che ha per protagonisti due atleti, un ragazzo (gay) e una ragazza (etero). Il libro, a sorpresa, si è classificato al primo posto della classifica di Amazon “Best-selling gay & lesbian fiction”. Superata la soddisfazione di essersi ritrovato da esordiente in testa a una classifica, l’autore (non senza una certa ironia) ha cominciato a farsi delle domande: perché il mio libro viene classificato come gay? Il romanzo segue le vicende sportive e private di entrambi: perché la parte riguardante il ragazzo risulta più significativa dell’altra?
Il libro si è classificato secondo anche nella lista della “Best-selling sport fiction”, dopo John Grisham. Quinn si chiede: se Grisham oggi scrivesse un libro con un protagonista gay finirebbe nella classifica della gay & lesbian fiction? No perché l’autore non è gay? No perché finora non ne ha mai scritto? 
Ryan Quinn, che ha un passato da sportivo, aggiunge anche di aver accettato per anni l’etichetta di “atleta gay”, in quanto gli sembrava significativo in ambito sportivo non nascondersi dietro false facciate e lo rendeva speciale. Allo stesso tempo, quando gli capitava di sentirsi dire dai compagni: - Tu non sembri affatto gay -, non sapeva come reagire all’osservazione (era un complimento? doveva ringraziare? doveva infastidirsi?).

Gestire le etichette non è mai facile. A volte, essere identificato in un genere, in una specifica corrente, ha i suoi vantaggi. Sarei un idiota se non riconoscessi come, al mio esordio, poter contare su una rete di associazioni, manifestazioni, librerie, rassegne legate alla comunità omosessuale mi abbia fornito un notevole sostegno e un veicolo importante per farmi conoscere dal pubblico. Altre volte la stessa etichetta però si è rivelata una pesante zavorra: ogni volta che vengo invitato da una trasmissione radio o da un festival letterario a commentare tematiche legate al mondo gay mi verrebbe da sottolineare che sono e resto comunque uno scrittore italiano, in grado di esprimere giudizi anche su altri temi e partecipare anche alle altre tavole rotonde a cui sono invitati gli scrittori presenti. Non è che io mi esaurisca nell’essere gay. 

Anni fa ho letto un bellissimo racconto di Elena Stancanelli nell’antologia “Bloody Europe” (Playground) in cui raccontava della sua partecipazione a un festival londinese nel quale tutti, ossessivamente, prima o poi le rivolgevano la domanda Sei lesbica?, come se questo avesse una rilevanza nel giudicare il film che era andata a presentare. 

Ma il punto di vista di Ryan Quinn sposta ancora più in là il discorso: nel suo caso, un romanzo di ambientazione universitaria e sportiva catalogato come “gay fiction” sembra promettere contenuti che non sono presenti (come l’omoerotismo negli spogliatoi, per dire). Allora, conclude l’autore, se l’etichetta è inevitabile, forse è il caso di cominciare a capire che la “letteratura gay” non è tutta omogenea, che esistono differenze al suo interno, a volte anche molto profonde.

Mi sembra una posizione interessante sulla quale ragionare. 


15 commenti:

Stefano vr ha detto...

E' un tema senza dubbio interessante e complesso. Un tempo alla Fnac c'era uno scaffale titolato "letteratura omosessuale"; la cosa mi ha sempre infastidito a tal punto che ho polemizzato con un commesso (da un po' di tempo non esiste più). Concordo con tutto ciò che hai scritto ma...ma, se tanti anni fa non avessi letto una tal rivista gay e non avessi visto la recensione del tuo primo romanzo....avrei ritardato la tua conoscenza...o forse no, chissà.

Stefano vr ha detto...

scusate, volevo precisare...da un po' di tempo non esiste più lo scaffale di letteratura omosessuale....il commesso c'è ancora ed è diventato un caro amico.

Ren ha detto...

Adoro l'innuendo F.A.Q. me.

Sei proprio sprecato per la nostra Italietta, Matte'.

Ren (quello che ti contatto' chiedendoti una copia di 'Tradire Britney')

Summ3rw1nd ha detto...

A me suona un po' come il vecchio bisogno di categorizzare e chiudere in schemi, per facilitarci la vita.

Sono etichette, la cui utilità è solo quella di facilitare la ricerca, ma che raccontano ben poco di quello che c'è dietro.

Sei uno scrittore, ma sei tante altre cose.

Anonimo ha detto...

io la porrei in questi termini.
se il lettore non viene legittimato , non lo sei nemmeno tu come scrittore. nel senso la questione viene ribaltata e dipende da come consideri i lettori.

vinz ha detto...

Dico una banalita'? La dico:
quando esser gay sara' visto alla stregua di essere rosci, spariranno gli scaffali di letteratura omosessuale.

Anonimo ha detto...

Io anonimo, sono curioso di sapere quanto è alto Matteo. Nelle foto con gli amici sembra sempre "piccoletto" e mi ha preso questa fissa.

Maria Rita ha detto...

... a me interesserebbe sapere cosa mangia invece per capire 'come scrive cosa' e 'perchè'!!! C'è una bella differenza nello scrivere a seconda della dieta che si segue...mah... cccavoli di domande...

jfmastinu ha detto...

Non mi sarei mai aspettato di approdare qui e leggere un post del genere. Sarà che si tratta di un argomento sul quale mi interrogo da parecchio, con tutti i pro e i contro del caso. Ancora oggi si fatica a entrare nella dimensione secondo la quale non dovrebbero esistere delle etichette: LGBT non è un genere, i generi sono altri, ma è anche vero che la cultura Queer è un patrimonio variegato, che per quanto ha delle sue specificità non deve diventare un ghetto ma nel contempo non dovrebbe nemmeno rimanere anonima. Detto ciò, scrivere significa forse poter dire qualcosa, a prescindere dal fatto che a dirla sia un protagonista omo o etero. Ma è vero: di fatto ho sempre più l'impressione che scrivere tematiche LGBT in qualche modo, agli occhi degli altri, ponga un'etichetta, invisibile, che a volte si fatica a estirpare. Sarebbe un sogno riuscire a infrangerlo questo muro.

Amedeo ha detto...

Ti ringrazio dello spunto. Il tema è interessante, importante, e mi sta molto a cuore.
Una soluzione definitiva non ce l'ho, ma di sicuro diffido della volontà di neutralizzare: sono piuttosto convinto che la mia personale biografia e il mio personale sviluppo storico e identitario sia (stato) notevolmente segnato e influenzato dal fatto di essere gay. Cambia il posizionamento. Come essere donne o uomini.
Bada bene: non condivido affatto, ad esempio, i valori di un certo femminismo della differenza, ma credo nella potenza e potenzialità di queste. Di tutte le differenze.
Quindi sì, l'obiettivo è non trovare più la sezioncina LGBT separata nelle librerie per una questione di immaginario. Ma neanche troppo da quello della
storia delle identità :-)

Tuttavia, trovo stupenda la tua frase "non mi esaurisco in".

Amedeo ha detto...

Mi viene in mente un'altra cosa. Non è possibile che questo correre a mettere l'etichetta gay - non so con quante altre categorie succeda, in effetti - evidenzi un grande bisogno delle persone di ritrovarsi, di ritrovarsi rappresentate? Toh, guarda, lì esisto!

Matteo B. Bianchi ha detto...

Amdeo, anche quello della rappresentatività è un aspetto problematico. Ogni tanto ricevo mail piccate da gente che ha letto uno dei miei libri e "non si sente rappresentata" in quello che scrivo. Ma io non rappresento nessuno. Non sono un politico, sono un autore. Se qualcuno si identifica nei miei personaggi mi fa piacere, ma è evidente che non possa aspirare a tracciare figure che siano rappresentative di un'intera comunità. Non mi interessa neanche farlo, appunto perché scrivo storie non proposte di legge. Tuttavia anche questo è un concetto che a volte è difficile da far accettare.

Amedeo ha detto...

Capisco, e sono d'accordo.
Tuttavia, non mi stupisce che persone, comunità o minoranze, nel nostro paese rappresentate meno che altrove, abbiano la tendenza a ritrovarsi in un punto, che sia narrativa, politica o everyday life.

Ma capisco il tuo bisogno di chiarire che questyo PUò succede, non DEVE succede per definizione. e immagino la difficoltà di spiegare il concetto.

simone PARKLAD valtulina ha detto...

però alla fnac c'è l'angolo DVD a tematica gay. e ci ho trovato i promessi sposi. un errore? mah

simone PARKLAD valtulina ha detto...

però alla fnac c'è l'angolo DVD a tematica gay. e ci ho trovato i promessi sposi. un errore? mah