mercoledì 17 aprile 2013

LA PASSIVITÀ DELL’ESORDIENTE


Tempo fa ho letto in rete la lamentazione di uno scrittore che ironizzava sugli alunni, talvolta tremendi, che si ritrovava nei corsi di scrittura. Il suo sfogo ha subito scatenato una levata di commenti dilapidatori, che in buona sostanza si potevano sintetizzare in un unico affondo: “Tu, scrittore affermato e pubblicato (e dunque privilegiato) ti prendi gioco di poveri aspiranti scrittori che il mondo dell’editoria (cieco, gretto e insensibile) non riconosce, azzerando crudelmente i loro sogni. Come ti permetti?”. 
Questa posizione critica è ovviamente del tutto contestabile: intanto perché la letteratura è piena di romanzi nei quali gli autori prendono di mira il contesto lavorativo dal quale provengono (quanti libri satirici abbiamo letto sui colleghi d’ufficio, i capoccia dei call-center, i manager in carriera?), quindi non si capisce perché proprio un insegnante di scrittura non avrebbe il diritto di scriverne. In secondo luogo perché l’ambizione a ottenere qualcosa non è ragione sufficiente per essere legittimati. Anch’io posso aspirare a diventare un cantante pop, ma se poi sono stonato non è il crudele mondo della discografia a distruggere i miei sogni quanto la mia mancanza di talento. 
Mi è capitato più volte di fare lezioni in scuole di scrittura e ho avuto la fortuna di avere spesso classi attente, reattive e stimolanti. Anche a me però è successo di trovarmi davanti alunni in grado di generare solo sconforto. Si trattava di individui comunque ammirevoli e intoccabili perché mossi dal sacro fuoco della scrittura? Ma manco per idea. Ogni tanto anche fra gli scrittori in erba ci sono gli ignoranti arroganti e non si può pretendere da me che non li cataloghi come tali. 
Chi insegna in queste scuole sa inoltre che una certa percentuale di iscritti non arriva con l’intenzione reale di apprendere tecniche. In realtà, ha già pronto il proprio romanzo e attraverso il corso spera in qualche modo di ottenere il metodo per estrarlo dal cassetto e farselo pubblicare.  
A questo proposito c’è un aspetto che mi sembra venga messo poco in evidenza da coloro che si occupano di aspiranti scrittori: il problema della loro passività totale, assoluta. A volte ho l’impressione che l’esordiente assuma una posizione che lo esautori da ogni attività altra: ha scritto, il suo compito è terminato, ha già fatto a sufficienza. Tutto il resto (essere scoperto, letto, editato, pubblicato) tocca ad altri. 
Per esperienza personale in anni di lezioni e incontri posso dire che statisticamente nessuno conosca, o abbia sentito nominare, le riviste di narrativa. Il che mi è sempre sembrato un paradosso ingiustificabile: ignorare il primo canale che permette un confronto diretto (redattori disposti a leggere i tuoi racconti) e indiretto (leggere racconti di altri esordienti come te), nonché la prima possibilità di pubblicazione (uscire su una rivista è più facile che trovare un editore per il primo romanzo) e al contempo ottenere un minimo biglietto da visita col quale presentarsi a eventuali editori (non sono un esordiente assoluto, i miei testi sono già stati selezionati da questa e questa rivista). 
Inoltre ho verificato che esiste una formula esoterica in grado di riaccendere all’istante un’intera sala di ascoltatori disinteressati e sonnecchianti, più efficace e immediata di una botta di cocaina: “Ora vi fornirò un elenco di case editrici che pubblicano esordienti”. Ecco che tutte le nuche si rialzano, gli occhi si accendono, le orecchie si spalancano, le penne poggiano tremanti sul foglio pronte a trascrivere ogni parola. La famosa chiave d’accesso al mondo dorato: ve la sto svelando. 
Dalle continue richieste (scusi può ripetere?) mi rendo conto che si tratta di case editrici da loro mai sentite nominare prima, ma questo non sembra rappresentare un problema: è importante capire bene il nome dell’editore, non conoscere il suo catalogo. Raramente avviene che, dopo questo elenco magico, qualcuno mi faccia domande su che tipo di libri pubblica questa o quell’altra casa, che voglia indagare l’ambito narrativo dell’editore per capire se il proprio testo possa essere adatto. 
Pubblicano esordienti? Allora vanno bene. Tutte.  
(A una veloce indagine risulta poi che di case editrici conoscono giusto Mondadori, Einaudi e Rizzoli, che la frequentazione delle librerie è rara, che ignorano i piccoli editori e che l’idea di scoprire e approfondire queste realtà indipendenti non viene minimamente percepita come loro dovere o interesse). 
Gli esempi di passività non sono prerogativa esclusiva di qualche pessimo alunno, ma si manifestano ripetutamente anche attraverso i contatti telematici. 
Talvolta ricevo mail di autori che si premurano di specificare: “Confesso di non averla mai sentita nominare prima, ma ho saputo che collabora con diverse case editrici, quindi le mando questo manoscritto nella speranza che susciti il suo interesse...”. Un altro esempio di passività spettacolare: non hanno la più vaga idea di chi sia colui a cui si stanno rivolgendo, ma la sua prossimità al mondo editoriale è tale che non importa. Ancora una volta l’ambizione alla pubblicazione trascende ogni altro aspetto. Uno sconosciuto ti chiede di dedicargli ore nella lettura di un suo testo, mentre lui si è guardato bene dallo sprecare quei dieci secondi che gli sarebbero serviti per digitare il tuo nome su Google. 
Alcuni estendono il proprio grado di passività persino sulla produzione letteraria che mi sottopongono: “Ho scritto solo questo racconto, non so se valga qualcosa, vedi tu se vuoi pubblicarlo da qualche parte”. Oppure: “Non mi considero uno scrittore, però anni fa ho scritto questo romanzo che è rimasto nel cassetto, ho pensato di mandartelo così mi dici cosa farne”. Non sono neanche in grado di giudicare se stessi (la propria opera, le proprie aspirazioni), demandano anche questo a un osservatore esterno. 
Una formula di genericità più recente riguarda i blog: “Ciao da qualche mese pubblico i miei racconti su un blog. Vedi se ce n’è qualcuno che ti piace da pubblicare sulla tua rivista...”. Non si preoccupano di selezionare i racconti da inviarmi, presumono che sia io a doverlo fare, leggendomeli tutti. Qualcuno si spinge anche oltre:  “Questo è il mio blog. Dicono tutti che scrivo molto bene. Leggilo e dimmi se secondo te ho delle qualità. Mi piacerebbe scrivere un libro, ma sai, sono un po’ insicuro...”. Siamo arrivati al punto che non devo giudicare un romanzo, ma la sua potenzialità: il testo non esiste ancora, certo l’autore non si prende la briga di investire tempo ed energie nella stesura di un romanzo: tocca a me dargli la rassicurazione preventiva che lo spinga a farlo. 
Infine, il vertice della passività estrema: c’è anche chi non si premura di specificare alcuna richiesta. Mi inviano un link del blog e basta

Viene da chiedersi: è cambiato/cambierà qualcosa con l’avvento dell’ebook e dell’autopubblicazione digitale? 
Teoricamente dovrebbero esserci dei mutamenti: l’autore che produce da sé il proprio libro elettronico non solo deve scriverlo, ma anche impaginarlo, editarlo, promuoverlo. Non c’è più spazio per la passività precedente. Occorre fare, investire tempo, energia. 
Tuttavia ho il sospetto che per il momento le cose non siano mutate molto: da ciò che vedo e leggo, pubblicare il proprio ebook funge da contentino temporaneo. La maggior parte degli autori aspira all’uscita cartacea presso una casa editrice reale e considera il libro elettronico alla stregua di un veicolo autopromozionale (intanto esco così, speriamo che qualcuno mi noti). 
L’ansia promozionale si manifesta anche nelle richieste esplicite che ognuno di noi riceve via mail o sulle bacheche Facebook (“Ho pubblicato il mio primo ebook, hai voglia di leggerlo? Costa solo 6.99”). Non sempre sono moduli generici, ma messaggi personali (“Ciao, so che ti occupi di autori esordienti e volevo annunciarti la vendita del mio...”): anche gli eventuali talent-scout sono percepiti come possibili acquirenti. Sul selvaggio mercato digitale tutto fa brodo. 

In conclusione: perché ho scritto questo articolo? Perché amo la scrittura. Perché ho aiutato diversi autori in erba a esordire (il momento, bellissimo e irripetibile, quando chiami qualcuno per annunciargli che il suo primo libro verrà pubblicato). Perché ho avuto la fortuna di incontrare alcuni alunni strepitosi nelle scuole di scrittura e con alcuni di loro (a volte intere classi) ho mantenuto rapporti di amicizia che si sono protratti negli anni. Perché continuo a passare parte del mio tempo libero a leggere testi di sconosciuti totali che richiedono attenzione e consigli. Insomma perché mi sento legittimato a dire che no, la bella e nobile intenzione di voler diventare scrittore non ti rende migliore e non giustifica l’aria offesa che assumi se qualcuno fa ironia su di te.
Scendi dal piedistallo: anzi, mi duole fartelo notare ma, in effetti, non ci sei mai salito. 



31 commenti:

Lucio Angelini ha detto...

Certo, tutto condivisibile. Resta il fatto che in editoria ci sono più santi che nicchie e che spesso non sono esattamente i migliori autori a occupare queste ultime. Visto il ciarpame che si pubblica, pare anzi che la scrittura di qualità sia quasi considerata un handicap alla pubblicazione. Per molti editori va benissimo il musicarello (libro scritto da un cantante), il televisarello (libro scritto da un personaggio televisivo), lo sportarello (libro scritto da un atleta), il libro di ricette e via discorrendo...

il guardiano dello zoo ha detto...

lo zoo apprezza!
arf arf bau miao blub blub groaaar.

Veronica Tomassini ha detto...

Peraltro aggiungo, da ex esordiente, o da perenne esordita (fase due): che non è mai facile, nemmeno o soprattutto dopo, non ho l’ansia da prestazione, che è superata, nel mio caso, scrivo per mestiere da vent’anni, è proprio che la strada è in salita, che esordire fa parte di un viaggio ed è un viaggio che non finisce certo con la prima pubblicazione e che comprende un mucchio di passaggi. E nessuno mai è al sicuro.

virginialess ha detto...

C'è parecchio di vero in quest'analisi un po' sconfortata.
Semiesordiente anch'io, per giunta attempata, valuto talvolta manoscritti e, nello scambio di mail, sono colpita dalla disinformazione di molti e dalla scarsa volontà di porvi rimedio.
Manca spesso anche quella di migliorare la scrittura, partendo dai fondamentali.
Un tale, che massacrava i verbi, ma presumeva di aver scritto qualcosa di apprezzabile mi ha detto: "Ci penserà l'editor, quando sarò pubblicato. Non è il suo mestiere?"

Giovanni ha detto...

È vero, purtroppo, che spesso chi vorrebbe pubblicare non ha alcuna cognizione della realtà editoriale e, talvolta, nemmeno di quella letteraria… Occorre invece leggere, curiosare e dedicare agli altri la stessa attenzione che si esige per sé. Grazie Matteo per questo post.

Anonimo ha detto...

esordire è un po' come perdere la verginità: si pensa che cambi la vita per poi accorgersi che non è cambiato nulla

Giovanni ha detto...

P.S. alcune riflessioni sono in parte analoghe: http://giovannituri.wordpress.com/2012/02/20/lettera-agli-aspiranti-scrittori/

Siska Editore ha detto...

@Virginia, quello che dici purtroppo spesso è vero ed è anche una delle cose con cui combatto sempre più. L'autore deve saper scrivere, deve saper migliorare...
Matteo, bellissimo post. Grazie.

(Annalisa Uccheddu)

Federica Gnomo Twins ha detto...

Concordo! C'è tanta poca volontà di conoscere il mondo dove si vuole entrare, eppure basterebbe veramente poco tempo al giorno per girare in internet e fare esperienza, segnarsi a uno o più forum di autori e lettori, iniziare a mettersi in gioco, imparare le leggi dell'editoria, qualcosa sui contratti, leggere gli altri ed essere molto umili.

chiara moltoni ha detto...

Ciao,
esordiente non sono, qualcosa ho pubblicato, ma anche se, nonostante lo speri col cuore, non dovessi più pubblicare, credo non mi farei grossi problemi. Nel senso: scrivere e leggere fanno parte di me e della mia quotidianità, al punto da divorare queste due fette di torta sempre e comunque, qualsiasi cosa succeda, tanto col sole che con la pioggia. È un po' come il cucinare: lo faccio da tempo, per obbligo e diletto, senza aver mai pregato di alzarmi una bella mattina e scoprire allo specchio di essere diventata uguale a quella benedetta Parodi. Quindi, se uno ama cucinare e intasa google cercando ricette, chi ama scrivere segue, naturalmente, un percorso simile: in solitudine, nel bel pieno dell'anonimato, sognando parole perfette invece di uno status e divertendosi un sacco a farlo, nonostante fatiche e frustrazioni. Perché alla fine è l'intero percorso quello che piace e, se poi a lato della strada, ogni tanto, si ha la fortuna trovare un chioschetto dove regalano piccoli bicchieri di fresca soddisfazione, beh, allora, forse qualcosa di carino lo si è anche scritto. Ma questa, è tutta un'altra storia.

P.S. Ho speso un minutino per cercarti su google e non ne sono uscita nemmeno invidiosa. Ammetto di non aver mai letto nulla scritto da te, ma non si sa mai, tante volte capitando per caso su un blog e leggendo un post che trasmette qualcosa, ci si ritrova anche a sentirsi in dovere di ringraziare pubblicamente facebook.

È stato un piacere
Chiara

julka75 ha detto...

Post condiviso con gente che ne ha molto bisogno. Spero che si sia lavata bene le orecchie.

Anonimo ha detto...

matteo potresti scriverci un raccontino.....le agomentazioni non ti mancano, pure il cipiglio è peperino. semplicemente sarebbe un'ottimo biglietto da visita per che scambiano il piedistallo per 2cm di tacco!titta

carlo deffenu ha detto...

Anche io scrivo. Scrivo come moltissimi italiani. Tutti vogliamo vedere il nostro libro sugli scaffali di una libreria, come se questo fosse il fine ultimo di un viaggio bellissimo. In realtà, quando succede, è solo il primo passo di un viaggio molto più lungo... o brevissimo. Sono pigro, lo confesso, e scrivo seguendo i miei ritmi e i miei tempi. Ho partecipato a diversi concorsi, leggo diversi blog (compreso il tuo)dove trovo notizie, curiosità e informazioni, ho spedito qualche racconto senza grande fortuna ad alcune riviste online, ho frequentato un corso sull'editoria per capire meglio certi meccanismi, leggo moltissimo (il mio libraio mi adora) e continuo a scrivere... ma senza frenesia e solo per la mia gioia. Confrontandomi con alcuni - molti - aspiranti scrittori, ho notato poca disponibilità al dialogo e al confronto. Ti fanno leggere le loro cose e se solo osi criticare qualcosa che per te non funziona... rischi di passare per un cretino che non capisce niente. E io non sono nessuno. Immagino cosa può succedere quando si riveste un ruolo nel mondo editoriale. Orde di esordienti in cerca della gloria. Possibilmente non postuma. Paura.
P.S.- mi scuso personalmente per averti molestato con due racconti. :-)

Anonimo ha detto...

L'arroganza e il narcisismo, unite al desiderio di ottenere successo e visibilità a buon mercato, sono attitudini molto diffuse nella società contemporanea. Tutti sono convinti di avere qualcosa da dire, si sentono dotati di voce e di talento, rigettano totalmente l'idea di essere mediocri e la necessità di mettersi continuamente in discussione.

Molti aspiranti scrittori dichiarano amore per la letteratura, ma la verità è che amano solo se stessi e vedono nella scrittura un mezzo(tra i tanti)per affermarsi. Come se fosse sufficiente riempire 200 pagine di parole e opinioni arbitrarie sull'esistenza per produrre, non dico un capolavoro, ma almeno un testo in grado di cosituirsi come un'esperienza di pensiero o una forma d'intrattenimento. La passività si riscontra già in questo esercizio dell'ego: mi siedo davanti al pc e riverso sulla pagina bianca quello che mi passa per la mente. E' il frutto del mio sguardo, della mia sensibilità, della mia storia, ha un valore immenso e il mondo intero lo dovrà per forza riconoscere. Lettura, studio, ricerca, linguaggio, struttura, ristesure, originalità, coerenza, senso di responsabilità, umiltà, tutte stronzate. E da questa sfrontata presunzione nasce anche la passività successiva alla scrittura: ho regalato all'umanità le mie parole, il mio compito termina qui, ora devo solo attendere che il mio genio sia riconosciuto e celebrato.

Certo, ci sono anche esempi di autori che con questo approccio hanno scritto libri capitali, ma stiamo parlando di un numero di casi estremamente ridotto, perchè richiedono una rarissima combinazione di talento, intelligenza, sensibilità e, non di rado, una biografia straordinaria.

Per tutti gli altri, oltre a una minima quota di talento, servono disciplina, abnegazione e umiltà.
Oltre, ovviamente, all'amore autentico per le storie e le parole.

Saluti

Stefano

Casa Editrice Gigante ha detto...

Noi, da qui, diciamo soltanto:
vivano le riviste!

(cioè compratele quando le incontrate!)

Anonimo ha detto...

Ma per quelli che sanno leggere cosa bisogna fare? ho seguito due corsi di scrittura all'università, me la sono cavata bene ma me la sono cavata meglio nella correzione. la domanda è: per assestare il tiro alle nuove pubblicazioni bisogna essere scrittori?
perchè io non so scrivere ma so leggere e continuo a correggere quello che leggo. potrei finirla qui ma oggi voglio essere anch'io una giovane pretenziosa esordiente!
baci. sara.

Matteo B. Bianchi ha detto...

Sara, se tu hai questo talento dovresti lavorare per una casa editrice (come lettrice, redattrice, correttrice di bozze, ecc). Ci sono anche dei corsi specifici per formare redattori (credo che mimunum fax a Roma e Marcos Y Marcos a Milano ne gestiscano uno).

Anonimo ha detto...

grazie mille! buona giornata e buon lavoro
sara

Eireen ha detto...

Salve, sono capitata su questo blog attraverso il blog "Cronache dalla Libreria". Il post mi ha affascinata e mi ha insegnato diverse cose che - lo confesso - non sapevo. Mi vergogno a dire che, pur amando leggere e scrivere, non conosco le riviste letterarie. Ammetto di non averle mai prese in considerazione, pur avendole viste sugli scaffali delle librerie.
Sulle case editrici: personalmente quando ne sento nominare una, controllo subito se è una di quelle a pagamento oppure no. Leggo continuamente blog di vario genere e qualche volta incappo in blogger che hanno pubblicato libri. Ma a volte, guardando meglio, si scopre che l'editore che ha "selezionato" l'opera è a pagamento. Allora dove sta il valore dell'essere stato pubblicato da loro?
Infine, leggendo il tuo post si deduce che la vecchia via di scrivere un romanzo e poi mandarlo ad un editore è ancora valida. È così? Confesso che a me era parso di capire che gli editori siano praticamente ingolfati di scritti di aspiranti scrittori e non abbiano il tempo di valutarli con calma. Quindi se non si ha un agente letterario che faccia da intermediario con la casa editrice, ci si può scordare di essere letti.
Ultima cosa: avrei un blog, se tu lo volessi leggere... Ahahahahhaahha! Ciao, complimenti per il post! E.

Stefania ha detto...

Vi lascio questa PERLA scritta da un "aspirante" esordiente che, manco a dirlo, si è ridotto all'autopubblicazione. Leggetela e capirete ilperché. Divertitevi!

Questo tizio ha autopubblicato il suo libro, ma dice di aver deciso di intraprendere questa strada dopo rifiutato un'offerta di pubblicazione da parte di alcuni editori e agenzie letterarie. Ecco i motivi:

"Alcuni editori avevano come valutato non colpleta una storia in cui non si descrivono i protagonisti, io invece la volevo proprio così, volevo che il lettore sentisse sé stesso come protagonista motivo per cui ho evitato di descrivere Alfio ed Anna. A a quegli editori dico che avevano torto.Diverse agenzie mi avevano chiesto di potermi rappresentare presso degli editori a condizione però che io avessi rivisto i tempi, mi dicevano che non andava bene la consecutio temporum, io ho risposto loro che era da me voluto in questo modo perché volevo un racconto emozionale e le emozioni si sa non stanno a seguire tempi e tecnicismi, le emozioni mischiano il sangue figuriamoci i tempi nella scrittura.Ora a tutti dico che io non ho problemi nel farmi pubblicare da chicchessia ma senza pretese di stravolgere il mio modo di essere. Io rispetto il lavoro degli altri, figuriamoci, ma anche chi scrive deve essere rispettato nella sua natura. Capisco bene che oggi agenzie ed editori sono invasi da proposte banali, mediocri, capisco bene che possono essere anche un poì stanchi, ma ciò non toglie che devono per forza proporre al lettore sempre le stesse cose, il lettore alla fine si annoia se non vede delle nuove proposte che siano veramente nuove, nuove anche nello stile. Avoja a fare presentazioni nei pub mentre si prendono aperiviti:al vero lettore interessano solo i libri e sono loro e solo loro che poi decidono se né è valuta la pena o meno leggerli."

Da notare gli errori, fra cui spicca un bel "VALUTA" anziché VALSA! TERRIBILE!

Il tizio farà certamente molta strada. Speriamo solo che il luogo in cui è diretto sia molto lontano, ben isolato e al buio...

behemot/ m.c.comparato ha detto...

Come non essere d'accordo! Però aggiungo, a difesa degli esordienti, che spesso mancano anche maestri validi, non solo nel senso di "bravi", ma anche capaci di fare critiche giuste, di dare giudizi obiettivi; certo è che l'arroganza è il primo alimento di molti, esordienti e non, e nessuno è abituato ad accettare consigli.
Detto ciò, pensavo di scrivere un romanzo, hai un'idea di dove piazzarlo? :D

(ah, a me anche è capitato, con tutto che non sono assolutamente nessuno: una ragazza che scrive non meglio identificate frasi -non aforismi, ma "frasi"-, mi ha detto che ha iniziato due libri e che vuole pubblicare; al mio "magari se li finisci li mandi a qualche editore" lei mi ha detto "vabè, io però voglio pubblicare e ho i contatti giusti!". ecco, credo di comprendere questo post).

Carlo ha detto...

Bisognerebbe riuscire a far arrivare questo post a tutti coloro in Italia che pensano di essere scrittori solo perché sanno utilizzare Word e hanno l'ossessione della pubblicazione, e scatenare un dibattito. Girando per quello che viene chiamato "il mondo della Rete" è piuttosto diffusa la convinzione del "diritto alla pubblicazione"; e se il tuo "capolavoro" non viene pubblicato è solamente perché le case editrici pubblicano solo spazzatura e il tuo, appunto, è un capolavoro.
Secondario naturalmente se poi questi aspiranti esordienti non hanno letto nessun libro non scritto da loro, se non hanno conoscenze adeguate di grammatica e di sintassi, se si pongono rispetto alla pubblicazione di un libro come andrebbero a fare un provino, ovvero: piacerò? Comunque me la tento.
Scrivere è lavoro e richiede professionalità e impegno. La professionalità va creata con duro lavoro, con la lettura "da scrittore", ovvero da tecnico, con la scrittura vera e propria. Soprattutto, però, alla base di tutto ci deve essere l'umiltà. Senza di quella non si riuscirà mai a prendere in mano il proprio lavoro, a riguardarlo con occhio critico, a migliorarlo raggiungendo il proprio massimo, che può essere sufficiente a essere pubblicati o no, questo è un altro discorso. E' come se un velocista dicesse: "Non è che ho tempi da far schifo sui 100, è che il mondo dell'atletica è corrotto, non capiscono niente. Correre i 100 m in 20 secondi è solo un altro modo di essere campioni, basta che loro dicano che con quel tempo sei il campione italiano". Scusate lo sfogo, ma sono un lettore appassionato innanzitutto, oltre che essere un uomo che scrive, e vedo in questa smania velleitaria e presuntuosa della pubblicazione a tutti i costi una delle maggiori cause di scadimento della nostra produzione editoriale e della difficoltà in Italia di vendere libri di qualità. Ciao.

Anonimo ha detto...

dilapidatori? e cosa dilapidano nei commenti? forse forse intendevi lapidari?
Francesca

Danilo Giannelli ha detto...

Sono un esordiente ed ho pensato anche io di dare troppe cose per scontate e di impegnarmi poco per cercare un editore. E tutto ciò continuando a sbattermi per anni in un modo che un poco mi ha esaurito. Ho quindi capito che non importa la determinazione che si ha nè quanto si è social nè tantomeno e soprattutto cosa si scrive. Chi vorrà leggermi si renderà conto di come e cosa scrivo io e senza falsa modestia devo dirlo: un editore non interessato al sottoscritto o non vuole guadagnare o non è vendendo libri che fa i suoi profitti. Resta vero che scrivendo di corna e ragazzine si hanno più possibilità che cercando di dare una scossa alla letteratura italiana, ma ciò non toglie che quando un esordiente si rivolge ad un editore fa lo stesso che se proponesse pesce ad un ortolano.

Silvia Schwa ha detto...

Da accanita lettrice condivido tutto!
Un esordiente deve innanzitutto essere in grado e avere voglia di usare google (non solo yahoo answer!).
Deve avere voglia di impegnarsi e deve imparare la grammatica italiana, altrimenti col cavolo che ti leggo..

FABIO GALETTO ha detto...

Ciao a tutti,
ho pubblicato tre manuali sulla crescita caratteriale e quest'anno il primo romanzo thriller. Naturalmente è autoprodotto perchè le case editrici valutano i manoscritti riservandosi dei tempi biblici.
L'ostacolo più alto da superare è l'ingordigia della nostra società. Siamo circondati ovunque dalla voglia di STRAguadagnare. In quest'ottica esasperata è ovvio che sia preferibile pubblicare un libro scritto da un personaggio televisivo.
Eppure io consiglio di andare avanti per la propria strada senza cedere alla frustrazione. E impegnarsi per migliorare. Lo stesso Dan Brown ha sfondato dopo parecchie pubblicazioni. Il successo può arrivare in qualsiasi momento, inoltre scrivere in preda allo sconforto è un freno alla nostra creatività!

FABIO GALETTO

worldofdarkwing.com ha detto...

Bell'articolo, intelligente e spiritoso :)
Condivido la tua riflessione, purtroppo oggi in Italia si è affermata una cultura con cui i ragazzi sono cresciuti, secondo la quale è tutto dovuto e si può avere successo senza doversi fare il mazzo perché tanto siamo tutti geni e non abbiamo niente da imparare, è solo il mondo che deve spicciarsi a riconoscerlo.
Personalmente sono convinto del contrario e per arrivare a pubblicare mi sono consumato scarpe, mani, soldi e anima, se poi riesco a ottenere quei due grammi di successo almeno posso dire di essermeli guadagnati.
Ti segnalo questo articolo sul mio blog che forse può interessarti: http://worldofdarkwing.com/2013/08/24/la-lettera-scarlatta/
Un saluto

Anonimo ha detto...

Aspiro a fare l'idraulico. Molti mi dicono che non capisco un tubo e lo prendo come incoraggiamento.
Ho da poco sentito nominare la cosiddetta "chiave inglese" e mi piacerebbe usarla, ma tu sai bene come questo mondo è dominato dalla Kasta degli artigiani già famosi (con il loro furgoncino, il loro attestato di apprendistato svolto ecc.).
La signora del terzo piano aveva un rubinetto che perdeva e ha chiamato uno di questi privilegiati anziché rivolgersi a me. Ha detto che non sapeva nemmeno che io fossi idraulico: solo perché non c'è nessuno che mi paga la pubblicità sulle Pagine Gialle!
Vedo la mia situazione simile a quella degli scrittori che tu stigmatizzi e quindi, anche se non capisco molto bene cosa faccia esattamente uno scrittore, esprimo solidarietà con loro.
Ignorati ignoranti (scusa il bisticcio di parole) di tutte le categorie uniamoci! Purtroppo non sarà dei nostri alcun autoqualificato domatore di tigri poiché sono stati tutti sbranati.

Ah Bbomba ha detto...
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Ah Bbomba ha detto...

Non ho ancora capito cosa si intende per "esordiente", si tratta di una persona che non ha mai pubblicato o che è alla sua prima esperienza? Io non so come definirmi. Due anni fa ho iniziato per caso un corso di scrittura, che frequento attualmente. Siamo un gruppetto bene affiatato e nessuno con arie da grande diva. Il dibattito tra noi è all'ordine del giorno, ogni scusa è buona per confrontare esercizi ed improvvisazioni. Il nostro capo Cantiere (come lui scherzosamente si definisce), ha fatto leggere i nostri racconti ad una casa editrice esordiente. Sono piaciuti e ci è stata fatta la proposta di pubblicazione, una raccolta di racconti appunto. Abbiamo pagato 20 euro a testa per l'editing e la stampa. Il libro è stato distribuito e ha il suo codice, noi stessi ci attiviamo per mandarlo avanti e farlo conoscere attraverso diversi canali e la cosa sta funzionando. Quindi magari esistono anche realtà diverse, nessuno ci ha lodato e/o illuso, anzi le condizioni sono state chiare da subito e alcuni non volevano pubblicare i propri racconti perche sembrava di mettere in piazza il proprio mondo interiore. Concordo con il fatto che non ci si debba mai sentire arrivati, ma questo è insito in ogni professione o passatempo che si coltiva perchè la tecnica si migliora sempre. Partecipo ai concorsi in cui non mi chiedono soldi, certe volte sono arrivata tra i finalisti e altre volte non mi hanno filato, succede ma penso che siano queste le cose che aiutano a crescere :-)

Anonimo ha detto...

Bell'articolo. Sono d'accordo su tutto. Sarebbe ora di rispolverare un bel po' di umiltà!