Un fenomeno che mi piace molto osservare è la solidarietà che si crea fra sconosciuti in biblioteca. L’atto di fiducia che si mostra più di frequente riguarda le proprietà informatiche. Qualcuno che si alza per andare a fare una telefonata, prendere un caffè, sgranchirsi le gambe, fumare una sigaretta, quindi si volta verso il proprio vicino di posto e chiede: - Mi puoi dare un’occhiata al computer? -. E’ una richiesta fondata sulla fiducia dettata dalla semplice prossimità: non mi fido dei restanti occupanti sconosciuti che mi circondando, ma mi fido di te vicino di sedia altrettanto sconosciuto. Come a dire, noi che abbiamo condiviso quest’ultima ora (o due) seduti accanto non possiamo tradirci, no? E’ un meccanismo illogico. Eppure succede di continuo e, immancabilmente, funziona. Io stesso lo sperimento: esco tranquillo a prendere una bottiglietta d’acqua al distributore nell’atrio, sul laptop da 1100 euro che contiene tutto il mio lavoro degli ultimi due anni c’è il mio vicino, estraneo e affidabilissimo, che vigila per me.
martedì 9 luglio 2013
sabato 6 luglio 2013
SINTESI DI ROMANZO
Domani sull'inserto "La lettura" del Corriere della Sera apparirà un mio testo nella rubrica "L'inedito - Un romanzo in cento parole". Si intitola "Nella cattiva sorte" ed è composto da cento parole esatte. Me l'ha confidato il conteggio parole di Word, quindi ci credo.
mercoledì 3 luglio 2013
IL LADRO RITROVATO
Domenica su L'Unità è uscito questo mio articolo. Lo ripropongo qui.
Eccolo dunque il figlio negletto, l’ultimo della lista, il rinnegato. Ora che è uscito in italiano non posso continuare a fare finta, devo affrontarlo. Sì perché questo “Il ladro di gomme” (ISBN, 17,50 euro) rappresenta per il suo autore un punto oscuro, almeno per quanto concerne il suo percorso italiano. Va detto che la vicenda editoriale di Coupland nel nostro paese è stata accidentata come poche. Un po’ come la bella del liceo, che è stata a letto con tutti ma nessuno ha voluto sposare, l’autore canadese è stato pubblicato da una miriade di case grande e piccole: Leonardo, Marco Tropea, Mondadori, Feltrinelli, Frassinelli, fino ad avere trovato (finalmente) una collocazione stabile da alcuni anni presso ISBN. E forse non è un caso che uno scrittore così anomalo, che parla di sensitive e regine di bellezza, di carneficine nei licei e della vita fra gli impiegati della Microsoft, di apocalissi nei bar degli aeroporti e di ragazze cadute in coma giusto lo spazio di un decennio, si sia sistemato con la casa editrice italiana più attenta ai fenomeni culturali alternativi, quella che pubblica saggi di Thurston Moore degli Sonic Youth sul fascino delle audiocassette o una confessione di Martin Amis sulla propria dipendenza da videogiochi. Tornando però al tortuoso percorso italiano del nostro autore, malgrado le etichette con cui i suoi romanzi venivano editati cambiavano di continuo, la sua intera produzione è sempre arrivata più o meno puntuale sugli scaffali delle librerie. Almeno fino a questo “The gum thief”, uscito in America nel 2007, i cui diritti, all’epoca, non erano stati comprati da nessuno.
Perché?
Difficile dirlo in un contesto così confuso, ma certo alcune tiepide recensioni straniere e i commenti in rete di scarso entusiasmo non offrivano lo stimolo ideale perché un nuovo editore se ne innamorasse. L’idea che nessuno si azzardasse a pubblicarlo però faceva paura. Gli stessi aficionados di Coupland (il sottoscritto, in primis) provavano un sentimento di reticenza nei suoi confronti, mossi dallo spettro della delusione. In sintesi: ho comprato l’edizione americana ma non ho mai avuto il coraggio di leggerla.
Ora però che la traduzione (firmata da Tiziana Lo Porto) è disponibile, scopro che quei timori erano del tutto infondati.
Cominciamo dall’impianto narrativo: “Il ladro di gomme” è un piccolo campionario di scritture possibili. Contiene lettere, appunti, pagine di diario, capitoli di romanzo (nel senso di un altro romanzo), abbozzi di racconti, note. L’escamotage è il seguente: i protagonisti, Roger e Bethany, parlano fra loro scambiandosi messaggi, dapprima scrivendo sullo stesso diario, poi Roger mostra a Brittany gli estratti di un libro che sta tentando di scrivere, poi la madre di Brittany si intromette inviando una lettera... poco a poco il lettore entra in questo gioco di scambi e parte del piacere sta anche nello scoprire con quale mezzo i personaggi comunicheranno nel capitolo successivo. Strutturalmente un azzardo, anche per un autore abituato a sperimentare (resta magistrale in questo senso il pastiche fra il Decamerone contemporaneo e un dizionario del futuro che era il suo esordio “Generazione X”, tanto riuscito da marchiare a fuoco un’intera generazione sino a quel momento priva d’identità). Un coro polifonico di cui Coupland riesce benissimo a dosare le parti e, malgrado la varietà di materiali messi in gioco, il meccanismo scatta con precisione tale da non trarre mai in difficoltà.
In questo senso, “Lo stagno del guanto”, il romanzo dentro il romanzo, di cui il lettore segue la cui progressione parallelamente alle vicende del libro, rappresenta un trucco pienamente riuscito: al termine si ha l’impressione di aver letto in contemporanea due romanzi (cosa che, in fondo, è davvero avvenuta).
Se la forma è quella di una combinazione a orologeria, il contenuto è una rappresentazione del tipico mondo-Coupland, sin dal luogo dove si svolge, un anonimo (e pressoché) inutile grande magazzino di articoli da cartoleria nel quale si intrecciano le vite e i dialoghi pungenti di vittime sacrificali della società contemporanea: la ragazzina che veste dark per camuffare il suo senso di inadeguatezza, il quarantenne che si sente già ampiamente fallito e non ha alcuna prospettiva di fronte a sé se non quella di tenersi stretto il posto da commesso, la madre incapace di rappresentare un modello positivo per la figlia, i colleghi meschini e invidiosi... Qui, più che in altri suoi libri, però l’autore sembra lasciarsi andare a una dose maggiore di pessimismo, o meglio, di sfrontatezza nei confronti della sofferenza: non si limita a fotografarla con qualche immagine di desolazione pop illuminata al neon e accompagnata da battutine acide. Vi si immerge proprio, la chiama col suo nome, sceglie di raccontarla. Del resto Roger non ha solo un matrimonio fallito alle spalle, ma anche un figlio piccolo morto in un incidente stradale, il suo essere costantemente sul punto del crollo emotivo è comprensibile, e profondamente umano.
Ecco allora che l’intero romanzo si rivela essere un duplice omaggio alla scrittura: attraverso le sue forme e attraverso il suo potenziale. Se si intravede nel finale una timida possibilità di riscatto è perché la lunga corrispondenza fra i protagonisti li ha aiutati a comprendersi e sostenersi a vicenda, così come il manoscritto che Roger tira fuori dal cassetto e riesce a proseguire è forse il primo segnale concreto di una sua rinascita. Scrivere come atto salvifico. Scrivere a mano, addirittura. Lettere, addirittura. Quasi una svolta per un autore quale Coupland, paladino dell’innovazione tecnologica come nessun altro.
Ma se è vero che la grandezza sta nei particolari, allora lasciamo perdere le considerazioni generiche e concentriamoci sui dettagli. Prendiamo per esempio il terzo capitolo, con la voce narrante di Roger, ed estrapoliamolo come se fosse un racconto (si può fare perfettamente). Ci colpisce subito, a partire dal potente incipit: “Dolore! Il dolore è in ogni dove - un livido che non si fa mai giallo e non sbiadisce, un’erbaccia che uccide il raccolto. Il dolore è una persona anziana, che è morta sola in una stanzetta di merda. Il dolore è vivo, è nelle strade e nei centri commerciali. Il dolore è nelle stazioni spaziali e nei parchi a tema. Nel Cyberspazio, nelle Montagne Rocciose, nella Fossa delle Marianne. C’è così tanto dolore”. E prosegue col resoconto di come il protagonista abbia incontrato quella che diventerà la sua compagna e la madre dei suoi figli, nello studio di una chiromante che invece di predirgli il futuro ha sezionato brutalmente il suo passato, rimproverandolo per il suo pessimo carattere, causa principe dei suoi errori. La donna che si innamorerà di lui lo conosce così, un concentrato di debolezze, e il capitolo si chiude con due righe che sintetizzano tanto il presente di Roger, quanto le reali capacità di preveggenza della sensitiva.
E’ un racconto perfetto e da solo cancella per sempre - almeno per me - il marchio d’infamia con cui troppo a lungo, e ingiustamente, questo romanzo è stato bollato.
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domenica 30 giugno 2013
SPIARE CON MIRANDA
Lo so che mettere un post la domenica pomeriggio d’estate è come buttarlo via, ma che ci posso fare se ho appena scoperto una cosa interessante e la scadenza è oggi?
Miranda July è un’artista multimediale che le ha un po’ tutte, pure troppo. Ha diretto interpretato e diretto film e cortometraggi notevoli (ricordate il delizioso “You and me and everyone we know”?), ha inciso dei dischi di rock indipendente, ha scritto un ottimo libro di racconti (“Tu più di chiunque altro”, Feltrinelli), ha esposto opere in musei e luoghi pubblici, ha concepito svariati progetti artistici in collaborazione con pubblico e lettori (il più noto è “Learning to love you more”).
La sua nuova opera, intitolata “We think alone” e commissionata dal museo svedese Magasin 3, è un interessante lavoro che interseca l’arte, l’analisi del fenomeno della celebrità, l’uso dei mezzi telematici e il puro e semplice voyeurismo. Miranda ha chiesto a una serie di famosi artisti e personaggi pubblici di condividere alcune delle loro email private. In seguito le ha raccolte per aree tematiche e con scadenze regolari le invierà a tutti coloro che si iscriveranno alla mailing list di “We think alone”. Gli iscritti potranno gettare uno sguardo nella vicende private e nei pensieri dei vip, infrangendo il muro di privacy che di solito li circonda.
Le celebrità selezionate sono le attrici Kirsten Dunst e Lena Dunham (quella di “Girls”), gli scrittori Etgar Keret e Sheila Heti, le stiliste Kate e Laura Mulleavy (del marchio Rodarte), la fotografa Chaterine Opie, il fisico Lee Smolin, l’artista concettuale Danh Vo e il campione di basket Kareem Abdul-Jabbar.
L’invio delle mail comincerà domani 1 luglio (anche se le iscrizioni continueranno a essere aperte).
(Ma certo che mi sono iscritto, che domande).
venerdì 28 giugno 2013
DIALOGO FRA SCRITTORI
- Cos'hai fatto stamattina? -
- Ho scritto -
- Ah, bravo, sei produttivo -
- Insomma. Una mattina intera e avrò scritto sì e no due pagine -
- Ma due pagine è tanto! -
- Ho scritto -
- Ah, bravo, sei produttivo -
- Insomma. Una mattina intera e avrò scritto sì e no due pagine -
- Ma due pagine è tanto! -
lunedì 10 giugno 2013
PAROLE SENZA CONFINI
“Words without borders” è una lodevole rivista di letteratura on line che pubblica ogni mese racconti e saggi di scrittori provenienti da tutto il mondo, traducendoli in inglese e rendendoli disponibili a tutti i lettori anglofoni (e dunque, di fatto, a mezzo mondo). Navigare nel suo ampio archivio può dare le vertigini, per la quantità di materiale interessante che vi si può trovare. Ogni numero è monotematico, può essere dedicato a una nazione o a un tema sociale. Fra i più recenti possiamo citare uno speciale sui grandi scrittori spagnoli ancora non tradotti in inglese, una raccolta di testimonianze da Haiti, una selezione delle migliori graphic novels mondiali, un approfondimento sull’Iraq di oggi.
Questa settimana è stato rilasciato il nuovo numero: rispettando una tradizione che ormai prosegue da quattro anni, si tratta dell’annuale special sulla tematica GLBT, una raccolta di articoli internazionali che fotografano la realtà gay, lesbica e trans in diverse parti del pianeta. Tra i vari contenuti (che comprendono saggi, racconti e memoir) possiamo citare: la testimonianza del poeta russo Dmitri Kuzmin sull’importanza di dichiarare la propria sessualità in un luogo come la Russia, dove l’opposizione contro i movimenti gay è ancora fortissima; un estratto dal romanzo “The Amman bride” dello scrittore giordano Fadi Zaghmout, che racconta dei raid della polizia egiziana nei locali frequentati da giovani gay; il racconto “Letters without envelopes” della scrittrice Suzana Tranick, su una giovane donna dalmata che teme (ironicamente) di essere “l’unica lesbica dell’intera Yugoslavia”. Il numero comprende anche testi di autori austriaci, cubani, svedesi, cinesi, francesi.
Trovate qui l’introduzione al numero e tutti i link ai contributi presenti.
giovedì 6 giugno 2013
FERMATE INCONTROLLABILI
Sono reduce da un lungo tratto in metropolitana. Seduta accanto a me per tutto il tempo ho avuto una donna sui 35 anni, non bella ma estremamente curata, truccata e vestita come se dovesse andare a un appuntamento galante e non al lavoro (erano le nove e mezza di mattina). Quando mi sono accomodato a suo fianco era già impegnata in una conversazione al cellulare. Per il resto del viaggio non ha fatto altro che chiamate: appena terminava una telefonata ne iniziava un’altra (tra i vari interlocutori ho capito esserci state la madre e una sorella). Essendo a pochi centimetri da lei non potevo far altro che ascoltare i suoi discorsi, anche se parlava con un tono di voce regolare, non urlato come spesso accade di sentire sui mezzi pubblici.
La cosa curiosa in tutto questo era che la donna annunciava a chi stava all’altro capo del telefono le fermate in cui si trovava. (“Palestro!”, “San Babila!”, “Duomo!”). La prima volta ho immaginato che rispondesse alla domanda del suo interlocutore (“Muoviti sei in ritardo! Dove ti trovi adesso?”). Poi, quando ha continuato a farlo nelle chiamate successive, ho capito che non c’era alcuna richiesta. Lo faceva e basta, come un tic linguistico, l’impulso incontrollabile di condividere il suo percorso.
Mi sono chiesto se si tratti di una qualche forma di patologia del tutto contemporanea: l’ossessione della tracciabilità, di essere raggiungibili ovunque, di far sapere ogni proprio piccolo spostamento. Una conseguenza alla troppa esposizione ai social network? Il terrore di sparire durante il percorso? Boh.
Comunque ho pensato che sarebbe una caratteristica pazzesca per un personaggio. Dovrei infilarlo in un racconto o in un prossimo romanzo. Non serve neppure che me lo inventi: l’ho appena incontrato.
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