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martedì 31 luglio 2018

E DI NUOVO CAMBIO CASA




Contrario a ogni regola di logica e fidelizzazione, questo blog cambia indirizzo per la TERZA volta. Ma stavolta dovrebbe essere quella definitiva. 
Ho aperto un nuovo sito www.matteobb.com che finalmente raccoglie in un unico indirizzo tutti i vari contenuti che mi riguardano: blog, 'tina, podcast, libri e social. 
Una casa unica per tutto. Era ora.
Ci vediamo di là (spero). 

sabato 27 dicembre 2014

“COME LEGGONO GLI SCRITTORI” (1)

Da alcune settimane sul blog della rivista americana "The believer è in corso un’indagine sulle abitudini di lettura degli scrittori curata dalla poetessa Elisa Gabbert. L’autrice ha dato vita a questa iniziativa perché periodicamente è affetta da “blocco della lettura”, ossia dall’incapacità totale di leggere. Ha quindi voluto indagare quali fossero le metodologie di lettura dei suoi colleghi, per vedere se condividessero o meno questo tipo di inibizioni. 
Prendendo in esempio il modello, ho deciso di porre le stesse domande a un gruppo di scrittori italiani. Nei prossimi giorni pubblicherò le risposte di coloro che vorranno rispondermi. Intanto, per dare il buon esempio, comincio io.


1 - Tutti soffrono del “blocco dello scrittore” prima o poi, ma ti è mai capitato il “blocco del lettore”? Se accade come ti comporti? Ti “abbassi” leggere qualcosa di più “leggero” o non leggi affatto?
Mai capitato. Certo, ci sono periodi in cui sono un lettore vorace e altri in cui sono meno compulsivo, ma non credo mi sia mai successo di arrivare a smettere del tutto. 

2 - Che genere leggi di più (narrativa, saggistica, poesia)? Di solito leggi libri del genere che tu stesso scrivi? In cosa è differente la tua esperienza di lettura quando leggi qualcosa al di fuori del genere che scrivi?
Per la maggior parte leggo narrativa. Sulla saggistica tendo a essere specifico (leggo molto di musica, per esempio). Non leggo poesia.  
Quando leggo qualcosa di affine a quello che scrivo credo di essere più ricettivo da un punto di vista autorale: non solo apprezzo la scrittura, ma sono attento alle soluzioni narrative, alla struttura del romanzo, al tipo di dialoghi. Leggo con occhio più tecnico. Quando invece leggo qualcosa di molto distante da me mi lascio trasportare più liberamente (anche se è più difficile il coinvolgimento emotivo, magari). 

3 - Dove leggi di solito? A letto? In treno?
Ovunque. A letto non molto perché tendo ad addormentarmi, mentre quando viaggio leggo sempre. Mi è inconcepibile partire per una qualsiasi destinazione senza avere uno o più libri con me. Leggere in treno durante un lungo viaggio è uno dei piaceri della vita, per quanto mi riguarda. 

4 - Leggi mai per “piacere proibito”?
Certo: autobiografie di soubrette televisive, romanzetti simil-porno, i testi commentati degli ABBA... Solo che nel mio caso non sono mai un piacere proibito, me ne vanto. 

5 - Leggi narrativa per ragazzi (Young Adult)? Leggi narrativa di genere?
Poca narrativa per ragazzi, e solo nel caso qualcuno mi segnali libri interessanti. Leggo abbastanza gialli, nulla di sentimentale o rosa (niente zuccheri, cannella, chocolat o aquiloni, per intenderci) e poca fantascienza. Nei primi anni ’90 avevo avuto una passione per il cyberpunk, poi defunta insieme al genere stesso. 

6 - Tendi a leggere libri più brevi o lunghi?
Non faccio una particolare distinzione in base alla lunghezza del libro. L’unica differenza casomai sta nel fatto che se sono a metà di un libro di 140 pagine e non mi convince del tutto tendo comunque a finirlo; se sono a pagina 80 e me ne mancano ancora 500 lo mollo lì. 

7 - Quando finisci un libro quanto aspetti prima di cominciarne un altro?
Non mi sono mai posto il problema di dover aspettare fra una lettura e un’altra.

8 - Leggi più libri contemporaneamente?
Sempre e da sempre.

9 - Leggi con una matita in mano (cioè, prendi appunti a margine delle pagine o da qualche parte)? È importante se lo stai leggendo per recensirlo?
Ho matite sparse per casa (e in borsa) per questo scopo. Rarissimamente prendo appunti, più spesso sottolineo. Diciamo che ci sono libri che chiamano l’uso della matita, mi suscitano il bisogno di sottolineare certi passaggi che in futuro avrei bisogno di ritrovare. Una volta tendevo a sottolineare le belle frasi, quelle che mi colpivano per la stesura, oggi invece sottolineo i concetti, le idee narrative. 
C’è poi una cosa che faccio con tutti i libri di racconti che leggo (e certe riviste di narrativa): metto delle X accanto ai titoli dei racconti che mi sono piaciuti di più. Ho una mia scala di valori: X - interessante, XX - bello, XXX - ottimo, XXXX - capolavoro. (L’ultimo racconto a essersi guadagnato un XXXX è “Ricucire le tigri” di Aimee Bender dalla raccolta “La maestra dei colori”). 

10 - Se scrivi recensioni/sei un critico leggi il volume più volte prima di sottoporre la recensione? Cominci a scriverla prima di aver finito il libro?
Non rileggo mai un libro, perlomeno non interamente. Quando scrivo una recensione vado a ricontrollare certi passaggi, ma non sono un critico, quindi scrivo recensioni più emotive, basate sulla passione per ciò che leggo. A volte mi capita di iniziare a scriverne in fase di lettura, ma di solito, e ovviamente, ne scrivo solo dopo averlo terminato e assimilato.

11 - Come decidi cosa leggere dopo? Tieni conto del fattore diversità quando scegli che libro leggere? (es. cerchi di non leggere solo libri scritti da maschi bianchi?)
Sì, la diversità è un fattore importante. Leggendo più libri nello stesso momento mi aiuta molto il fatto che siano differenti fra loro. Per dire, non leggerei mai un romanzo di Jonathan Franzen in contemporanea con uno di Michael Chabon o di Donna Tartt, invece mi può capitare di leggere un romanzo di un autore italiano, una raccolta di short-stories americana, la biografia di un cantante, un saggio sulla scrittura creativa o un graphic-novel: sono sapori del tutto distinti che mi piace alternare a seconda del momento. 

12 - Quanto è importante per te leggere i libri che sembra che tutti stiano leggendo (il primo in classifica, il vincitore dell’ultimo premio, ecc.)? Leggi libri recenti o più spesso libri vecchi?
Leggo moltissime novità, ma per interesse personale, non per risultati nelle vendite. Ho molta curiosità verso gli esordienti, ne leggo numerosi e a volte fra loro ci sono anche futuri autori di best-seller, ma appunto io li intercetto prima del fenomeno (Paolo Giordano mi ha detto che sono stato il primo in assoluto a recensire sul mio blog “La solitudine dei numeri primi”, settimane prima che esplodesse). Poche volte mi sono sentito spinto alla lettura sulla base dell’eco mediatica di un libro. Mi è successo col “Codice Da Vinci” per esempio e l’ho trovato agghiacciante. 
Mi capita lo stesso anche col cinema: ci sono film famosissimi che non solo non ho mai visto, ma non mi frega niente vedere neanche nelle continue repliche tv. (Adoro gli occhi sgranati della gente quando mi chiede: “Non hai mai visto Flashdance?!?”)

13 - Cosa stai leggendo in questo momento? Qual è il tuo libro preferito fra quelli che hai letto ultimamente?
Sto leggendo un saggio di Douglas Coupland sulle industrie Alcatel-Lucent, il romanzo di Fabio Deotto “Condominio R39” e l’ultimo numero della rivista letteraria “McSweeney’s”. 

Il mio libro preferito degli ultimi cinque anni è “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan, che probabilmente è anche uno dei preferiti della vita. 


martedì 19 novembre 2013

DISCHI PER TESTONI

Il sito letterario “La Nottola di Minerva”, diretto dallo scrittore Ivano Porpora, mi ha chiesto di tenere una rubrica musicale per il proprio blog. Dopo aver valutato e scartato diverse ipotesi, ho deciso che l’argomento che mi premeva di più affrontare era quello degli album che io ritengo essenziali e che nella quasi totalità dei casi il resto del mondo considera marginali e trascurabili. Poiché è evidente che sia io ad avere ragione e gli altri torto marcio, ho così dato il via a una serie intitolata “Dischi che proprio non capite” (sottotitolo: "Una rubrica antipatica di Matteo B. Bianchi). 
La prima puntata è dedicata al mito di Karen Carpenter.
(Karen chi?!? Appunto).

La trovate qui.


mercoledì 25 settembre 2013

LE PAROLE PER DIRLO

Minima & moralia, il blog di minimum fax, oggi ospita un mio intervento (grazie per l'ospitalità).
Lo riporto anche qui di seguito:


I miei genitori non sanno più nominare i programmi che vedono. Sanno descriverli: – Quello della ragazza che dipinge i mobili – (“Paint your life”), – La serie ambientata durante il Proibizionismo – (“Boardwalk Empire”), – Quella della cupola – (“Under the dome”). I miei genitori sono due pensionati che non sanno l’inglese, ma vivono in Italia e guardano i programmi che la tv italiana trasmette. La verità è che un numero elevatissimo di trasmissioni ormai conserva il titolo originale americano. Ancora più assurdamente, il titolo in inglese è usato anche per programmi originali di produzione nazionale. In alcuni casi i miei non riescono neppure a pronunciarlo (“Extreme makeover home edition”), in tutti gli altri non capiscono perché tenere a mente un’accozzaglia di parole straniere per indicare cosa stanno guardando.
La domanda che pongo è: sono loro ad avere torto?
Dovrebbe far riflettere che l’abitudine diffusissima e forse inarrestabile di lasciare i titoli originali si colloca in un contesto nel quale i medesimi programmi sono interamente doppiati. A parte il nome dunque, tutto il resto è in rigoroso italiano.
Basta scorrere i palinsesti, in particolare quelli dei canali digitali o satellitari dedicati ai telefilm, per rendersene conto. Viene da chiedersi però fino a che punto questa uniformità abbia un senso.
Perché “The bridge” non si chiama “Il ponte”? Perché “The following” non è “La setta”? Perché “Homeland” non è “Patria”? Perché “The good wife” non è “La brava moglie”? Si vuole a tutti i costi mantenere l’originale? Bene. Per quale motivo allora non c’è un semplice sottotitolo sotto con la traduzione letterale? Dalla sigla in poi, tutto il resto verrà tradotto. Perché proprio il titolo, elemento fondante di una serie, no?
La conservazione dell’originale comporta la perdita di diverse sfumature di significato. Gli studenti di medicina italiani studiano sul testo classico “L’anatomia del Grey”. Perché non tenerne conto quando si ha una serie che come “Grey’s anatomy”, che proprio da quel testo prende lo spunto?
Torniamo a casa mia. Mia madre e le sue amiche non sono in grado di pronunciare “Desperate housewifes”, ma fra di loro ne parlano, sensatamente, chiamandole “le casalinghe disperate”. Nel caso specifico nel nostro paese si è giunti al paradosso. Non solo è stato scelto di rinunciare a titolo efficacissimo e molto azzeccato come “Casalinghe disperate”, ma si sono peggiorate le cose accostandovi un sottotitolo fuorviante, “I misteri di Wisteria Lane”, che oltre ad alludere a un contenuto giallo che era solo vagamente presente nella prima stagione, aggiunge altri termini inglesi.
La questione non si limita all’ambito televisivo. Al cinema è anche peggio. E’ sufficiente scorrere la lista dei film in sala in questo momento e di quelli in uscita. Fa impressione: “Royal affair”, “In another country”, “Monster University”, “The spirit of ’45”, “The grandmaster”, “Rush”, “You’re next”, “The bling ring”, “Gravity”, “Love Marylin” “Before midnight”, “The frozen ground”, “White House down”, “The chronicles of Riddick”, “The fifth estate”, “The seventh son”… E questo elenco si limita al periodo fra qui e ottobre. Talvolta il mantenimento del titolo originario avviene a completo discapito della sua comunicabilità (in quanti riferendosi al thriller con Denzel Washington “Death at 3600” avranno chiamato gli amici per proporre: – Andiamo al cinema a vedere “Death at three thousand six hundred” -?). Altre volte ignora del tutto il problema della sua comprensibilità (trovatemi almeno uno spettatore in grado di tradurre “Quantum of solace”, titolo del penultimo 007).
Non posso fare a meno di notare anche che questo istinto alla conservazione si limita ai materiali di provenienza americana. I titoli di film francesi, spagnoli, tedeschi vengono sempre tradotti. Sono rarissime le eccezioni (a me è venuto in mente solo “La mala educatiòn” di Almodovar, ma ce ne saranno anche altri immagino). In sintesi, il tutto mi puzza di provincialismo del più becero. Tu vo’ fà…
Quando pongo la questione in una discussione fra amici di solito c’è qualcuno che la giustifica in questi termini: meglio conservare il titolo originale piuttosto che subire quegli obbrobri a cui arriva la distribuzione italiana. A supporto del ragionamento vengono citati esempi eloquenti quali “Eternal sunshine of the spotless mind”, da noi uscito come “Se mi lasci ti cancello”. Trovo questa obiezione risibile: fra una titolazione che offende l’intelligenza dello spettatore e il mantenimento dell’originale ci potrà essere una terza via, no? Intendo un lavoro serio e intelligente che si sforzi di produrre un titolo fedele e significativo. Come già dovrebbe avvenire, senza che ci sia l’esigenza di richiederlo.
Neanche l’editoria è immune al fenomeno. Certo, in maniera molto minore, ma anche qui non mancano i casi ingiustificabili. Prendiamo per esempio la bibliografia italiana di Chuck Palahniuk e chiediamoci perché i suoi libri da noi si chiamino “Invisible monsters”, “Guinea pig”, “Survivor” e (il più patetico di tutti) “Diary”. Pareva brutto dare a un romanzo in forma di annotazioni giornaliere il titolo di “Diario”? A quanto pare sì.
Intendiamoci, non sono contrario all’uso dell’inglese in sé. Io stesso ho usato una canzone inglese come titolo per un romanzo, e non avrebbe avuto alcun senso tradurla. Quello che contesto è il dilagare incontrastato del fenomeno, l’idea che i titoli inglesi in un paese che doppia tutto diventino una semplice abitudine senza che nessuno la metta in discussione, che il provincialismo l’abbia vinta sull’esigenza (legittima) della decodificabilità.
Ci sono contesti nei quali la diffusione della terminologia inglese avrebbe un senso molto maggiore. Chiunque abbia viaggiato in luoghi come i paesi scandinavi avrà notato quanto l’uso dell’inglese sia diffuso. Anche la signora con le borse della spesa incontrata per strada in un villaggio di provincia è in grado di dare indicazioni allo straniero che si è perduto. In queste regioni la convivenza fra la lingua nazionale e una internazionale è un dato di fatto (basti pensare alle decine di gruppi pop che il cui intero repertorio è stato pensato e realizzato sin da subito in inglese, dagli Abba agli A-ha, dai Knife ai Roxette). Distribuire materiale in lingua anglosassone qui sarebbe funzionale, se non addirittura naturale.
In Italia, a giudicare dai manifesti dei film o persino dagli slogan pubblicitari, un turista sarebbe portato a credere che l’inglese sia di dominio pubblico: niente di più lontano dalla realtà. Gli andrà di lusso se l’autista dell’autobus saprà dire “Ticket”, indicando con un gesto della mano dove acquistarlo.
L’imbarbarimento linguistico nella comunicazione rivolta ai giovani (la hit più cool momento, l’action-video in esclusiva sul tuo digital store, il beach party più hot dell’estate) fa sempre parte di questa tendenza all’approssimazione totale.
La dicotomia fra la presunta padronanza di una lingua straniera e la sua effettiva (scarsissima) diffusione presso la massa è dolorosamente evidente e rischia di essere  deleteria: invece di trasmettere un sapere ci si accontenta di frammenti casuali e superficiali, che forse in pochi capiscono, ma comunque fa figo citare e riportare.
Appunto, ancora: provincialismo puro.
Ne faccio una questione culturale a partire da una frustrazione squisitamente personale. Perché non so cosa avvenga coi vostri genitori, ma quando io vado a cena dai miei e impieghiamo minuti per spiegare a vicenda gli spettacoli che stiamo seguendo, come stranieri che fanno fatica a comprendersi, ecco, a me viene una certa tristezza.


mercoledì 29 maggio 2013

TESORI IN RETE


Da diverse settimane non aggiornavo il blog. Per farmi perdonare, vi segnalo una serie di link interessanti che ho scovato in Rete ultimamente. A testimonianza del fatto che non sono stato del tutto inattivo. 

La rivista letteraria “Cadillac” ha cambiato faccia. A partire dal numero 5, rilasciato da qualche settimana, si presenta con una nuova veste grafica, nuove rubriche e nuove importanti collaborazioni, come quelle con la rivista inglese “Five dials” e le americane “McSweeney’s” e “n+1”. In pratica, accanto ai racconti di autori italiani esordienti, pubblicherà traduzioni esclusive di testi tratti dalle prestigiose colleghe straniere. Un gran bel risultato per una pubblicazione così giovane. Fra i racconti di questo numero vi suggerisco in particolare “Arboricoltore” dell’irlandese Eimear Ryan, un piccolo gioiello, a mio avviso. Scaricate il nuovo numero qui.

Da un paio d’anni Peter Cameron tiene un blog, ma in segreto. In questi giorni ha deciso finalmente di renderlo pubblico e così siamo venuti a scoprire l’esistenza di questo “Extreme legibility”, blog dal taglio curioso e del tutto personale, nel quale fa l’elenco di tutti i libri che legge “prima di dimenticarsene” (come recita il sottotitolo). Brevi recensioni d’autore, accompagnate talvolta anche da informazioni tecniche (dove ha trovato il volume, in quale edizione, se conosce l’autore...). E’ come sbirciare nel mondo di uno scrittore attraverso le sue letture. Un’idea che sarebbe bello se altri scrittori decidessero di seguire. 

A chi non è mai capitato di acquistare un libro usato e trovarci dentro un ricordo involontario del proprietario precedente? Fotografie, cartoline, foglietti di appunti, biglietti di treni, aerei e tram, quasi sempre utilizzati come segnalibro e dimenticati a fine lettura. Il sito letterario italiano Archivio Caltari dedica da tempo una rubrica intitolata “Libri usati con qualcosa dentro”. È bellissima, andateci a curiosare. [Anch’io ho fatto un ritrovamento simile una volta, ne ho parlato qui]

La migliore risorsa in rete per chi è interessato alla letteratura omosessuale americana (o per meglio dire, GLBT) è il blog “Band of Thebes”. Aggiornato quasi quotidianamente, il blog offre recensioni di qualunque romanzo pubblicato sul tema, annuncia premi e riconoscimenti legati al settore, celebra anniversari di scrittori, offre anticipazioni sui libri in uscita. Si sta via, via costituendo come una preziosa enciclopedia on line, accuratissima e in costante ampliamento. Imprescindibile per chi si occupa di queste tematiche. 

Nutro da tempo una specie di feticismo per la corrispondenza postale e non potevo non apprezzare i contenuti di “Letters of note”, altro blog americano, che riporta riproduzioni autografe di missive di personaggi celebri, ma anche scambi di lettere fra una bibliotecaria e una casa di produzione cinematografica, una dedica privata di Norman Mailer a Ernest Hemingway, la trascrizione delle lamentele che il pittore H.R. Giger scrisse alla 2oth Century Fox in merito al film “Alien 4”, una lettera dell’attore Sidney Poitier al presidente Roosvelt... Insomma: lettere notevoli, come giustamente il titolo promette. 

Lo scrittore e giornalista Alberto Forni, già fondatore dello spettacolare blog “Fascetta nera”, ha da poco dato vita a un sito interamente centrato sull’autopubblicazione digitale, che include interviste, saggi, traduzioni di articoli stranieri e numerose indicazioni pratiche per chi ha un libro nel cassetto e intende esordire sulla rete. Si chiama semplicemente “Il tuo ebook” ed è davvero molto utile. 

In cosa si differenzia una casa editrice dedicata ai libri d’arte rispetto a una classica di narrativa? Lo spiega bene l’intervista che il blog della rivista “The believer” ha fatto all’editrice indipendente Lisa Pearson di Siglio Press, che fornisce anche consigli a chi vuole cimentarsi nello stesso campo.



lunedì 29 ottobre 2012

DECALOGHI DI SCRITTORI - UN'AGGIUNTA D'AUTORE

Lo scrittore Paolo Cognetti, leggendo il mio post precedente, ha deciso di tradurre sul suo blog la lista redatta in inglese da Edgar Keret. La riporto anche qui. Eccola:


1. Godi della scrittura.
Gli scrittori raccontano sempre quanto sia duro il processo di scrittura, e quanta sofferenza provochi. Mentono. Alla gente non piace ammettere di godere del proprio lavoro. Scrivere è un modo di vivere un’altra vita. Molte altre vite. Le vite di un’infinità di persone che tu non sei mai stato, ma che sono assolutamente te. Ogni volta che ti siedi e affronti la pagina e provi a scrivere - anche se non ce la fai - sii grato per l’opportunità che hai di espandere lo scopo della tua vita. È divertente. È figo. È dandy. E non lasciare che nessuno ti dica il contrario.

2. Ama i tuoi personaggi.
Perché un personaggio sia reale, deve esistere almeno una persona al mondo in grado di capirlo e di amarlo, non importa se approvando o meno quello che fa. Tu sei la madre e il padre dei personaggi che crei. Se non li ami tu non li amerà nessuno.

3. Quando scrivi non devi niente a nessuno.
Nella vita se non ti comporti bene vieni sbattuto in galera o in un istituto, ma nella scrittura si può fare tutto. Se nella tua storia c’è un personaggio che ti attrae fisicamente, bacialo. Se c’è un tappeto che detesti, brucialo nel bel mezzo del soggiorno. Quando scrivi puoi disintegrare i pianeti e sradicare intere civiltà con uno schiocco di dita, e un’ora dopo la signora del piano di sotto ti rivolgerà ancora il saluto.

4. Comincia sempre dal centro.
L’inizio è come il bordo di una torta bruciacchiato dalla teglia. Puoi averne bisogno per ingranare ma non è davvero commestibile.

5. Cerca di non sapere come va a finire.
La curiosità è una forza molto potente. Non perderla per strada. Quando stai per scrivere una storia tieni sotto controllo la situazione e i bisogni dei tuoi personaggi, ma lasciati sempre sorprendere dalle svolte della trama.

6. Non usare niente solo perché “si fa così”.
Gli a capo, le virgolette, i personaggi che mantengono lo stesso nome anche se hai girato pagina: sono tutte convenzioni che esistono per servirti. Se non funzionano lasciale perdere. Il fatto che una regola sia stata applicata in ogni libro che hai letto non significa che debba essere applicata anche nel tuo.

7. Scrivi a modo tuo.
Se provi a scrivere come Nabokov, ci sarà almeno una persona che l’ha fatto meglio di te (si chiama Nabokov). Ma se scrivi a modo tuo sarai sempre il campione del mondo dell’essere te stesso.

8. Assicurati di essere da solo nella stanza dove lavori.
Anche se scrivere al bar suona romantico, avere altra gente attorno a te ti rende conformista, che tu te ne accorga o no. Quando in giro non c’è nessuno puoi parlare da solo o metterti le dita nel naso senza problemi. Scrivere è mettersi le dita nel naso, e in mezzo alla gente la cosa non viene naturale.

9. Lasciati incoraggiare dalle persone a cui piace quello che scrivi.
E prova a ignorare tutti gli altri. Quello che hai scritto semplicemente non è per loro. Non importa. Il mondo è pieno di scrittori. Se cercano bene ne troveranno uno che li soddisfa.

10. Ascolta tutto quello che ti dicono ma non dar retta a nessuno (a parte me).
La scrittura è il territorio più privato al mondo. Nessuno può insegnarti come ti piace il caffè, e nessuno può insegnarti come scrivere. Se qualcuno ti dà un consiglio che suona bene e senti che è giusto, usalo. Se il consiglio suona bene e senti che è sbagliato, non ci perdere nemmeno un secondo. Potrà andar bene per qualcun altro ma non per te.




martedì 17 aprile 2012

WEB SCRITTURE 2.0


Perché, diciamocelo, uno lo fa a istinto, ma mica lo sa se va bene o no.
Tipo: aprire un blog, gestirlo nel modo giusto. O il senso preciso di Pinterest. 
In questi giorni, navigando in giro, ho trovato tre articoli che mi sono parsi particolarmente interessanti e ve li ripropongo.

Il primo è un saggio di Rob Beschizza, uno degli editor di Boing Boing (il blog più letto al mondo) ed è un discorso che ha tenuto al Washington & Jefferson College su “Come usare un blog”. Pieno di spunti e indicazioni utili. (In inglese)

Il secondo è una “Guida in cinque punti su come usare Tumblr” della giornalista Rachel Fershleiser, semplice ed efficace. (In inglese)

Infine un ottimo saggio del giornalista italiano Fabio Deotto che illustra i  motivi del successo esponenziale ottenuto da Pinterest nel giro di poche settimane. Si intitola: “Ecco perché non saremo tutti editori”. 

Poi non dite che non vi penso.


martedì 3 aprile 2012

THE MAGNETIC PARIS


La mitologica rivista letteraria The Paris review sta pubblicando a puntate sul proprio blog una serie di dispacci dal tour dei Magnetic Fields, che sta presentando dal vivo il nuovo, bellissimo album “Love at the bottom of the sea”. Il reportage a puntate è firmato da Emma Straub che, oltre a essere una scrittrice e una libraia newyorchese, da dieci anni lavora col gruppo in qualità di venditrice del merchandising in un banchetto durante i concerti. Trovate le prime due puntate qui e qui
In effetti questa Straub fa un sacco di cose: insieme al marito, Michael Fusco, gestisce anche la piccola compagnia di design grafico M+E, che ha curato la copertina dell’album, che vedete qui sotto. 



E questo è il video di “Andrew in drag”, il trascinante primo singolo estratto. 



lunedì 2 aprile 2012

RAI LETTERATURA

Il portale sulla letteratura di RAI Educational settimana scorsa mi ha intervistato via Skype per parlare di questo blog, del rapporto coi lettori e con la scrittura. La connessione wi-fi non era un granché (e quindi ogni tanto la mia faccia rimane freezzata in espressioni assurde), ma questo lo rende anche più divertente. Trovate l'intervista qui.



domenica 18 marzo 2012

OTTAVA RISTAMPA, UN MILIONE DI COPIE VENDUTE

Il mio amico ed ex-collega di "Dispenser" Alberto Forni ha dato il via oggi a un nuovo blog che a me pare geniale (una di quelle idee così azzeccate e per certi versi così semplici che viene da chiedersi come mai nessuno ci abbia pensato prima): una raccolta delle peggiori fascette pubblicitarie che avvolgono i libri. Si intitola (splendidamente) "Fascetta nera".


lunedì 16 gennaio 2012

LA LENTEZZA DI ZADIE


E tre. Un'altra citazione, da un'altra scrittrice.
Questa volta è l'inglese Zadie Smith, dal saggio "Perché scrivere", da poco pubblicato per minimum fax.

"In tutto il mondo la gente sta cominciando a capire la natura rivoluzionaria del mirco-, delle dimensioni ridotte e della lentezza. Del fare qualcosa con le proprie mani. Del prendersi il tempo che serve. Della vita su scala umana. Sono tutti modi di rivendicare le nostre capacità di esseri umani in un mondo che spesso ci vede esclusivamente come produttori o consumatori".

In un mio recente intervento su questo blog esprimevo un concetto molto simile riguardo alle fanzine e alle pubblicazioni autorprodotte in quanto espressione di manualità e cura come segno di amore verso il lettore.
Circa tre anni fa un mensile di moda (ossignur, di moda!) mi ha chiesto una previsione su quali aspetti del passato sarebbero stati rivalutati nel futuro.
Io avevo profetizzato la calligrafia. Ne sono ancora convinto. Stiamo tutti perdendo l'abitudine della scrittura a mano. Le tastiere sono diventate il nostro strumento di scrittura quasi esclusivo. L'usa della calligrafia è ridotto alle firme sui documenti e agli appunti occasionali. Eppure la calligrafia è un segno distintivo, che ci  rappresenta. Sono certo che prima o poi il suo valore, estetico e identificativo, verrà ampiamente rivalutato. 
La Smith in questo saggio arriva ad assimilare la figura dello scrittore a quella dell'artigiano: sempre meno figura simbolica, sempre più curatore di minuzie. Nell'era della comunicazione globale, dove il passaggio al digitale comporta una circolazione libera e inarrestabile dei testi a scapito (probabilmente) della perdita dei punti di riferimento che hanno fin qua governato l'editoria (l'affidabilità della casa editrice, gli agenti letterari…), il ritorno all'artigianato della scrittura è una prospettiva romanticamente affascinante. 


sabato 7 gennaio 2012

IL GALATEO DI MICHELA

Ancora il punto di vista di una scrittrice (si vede che è la settimana), stavolta è Michela Murgia che nel suo blog si esprime molto schiettamente contro gli scrittori che pubblicano a pagamento. Inventa anche una definizione per la pubblicazione autofinanziata, quella di "abusivismo editoriale". Il pezzo è in forma di dialogo immaginario ed è ampiamente condivisibile.
Lo trovate qui.



martedì 6 dicembre 2011

E' MEZZORA CHE RIDO

Conosco lo scrittore Stefano Amato da tempo, ho molto apprezzato il suo primo romanzo pubblicato da Transeuropa e su questo stesso blog avevo tempo fa segnalato la sua traduzione gratuita di un inedito di Salinger. Sapevo anche che Stefano teneva due blog, avevo letto alcuni post del primo ("Renault 4"), ma non ero mai incappato nel suo secondo ("L'apprendista libraio"). Oggi, per via di un link trovato in un articolo on line, ci sono finalmente arrivato. Ed è una piccola folgorazione. Stefano è commesso in una libreria di provincia, a Siracusa per la precisione, e quasi ogni giorno raccoglie le richieste più assurde che i clienti gli pongono nell'esercizio delle sue funzioni. Una raccolta esilarante di ingenuità, ignoranza, presupponenza e, a volte, semplice maleducazione. Per il giovane apprendista libraio non deve essere facile da sopportare. Per i lettori del blog però è un'assoluta goduria. 
Ne riporto di seguito un paio di esempi:

12 novembre:

«Avete qualcosa di Hemingway? E' uno scrittore americano del '900, ha vinto anche il Nobel. Si scrive con l'acca.»


17 settembre:


Cliente (mostrandomi il diario di Anna Frank): "Mi scusi, questo lo conosce?"

Io: "Be', è uno dei libri più famosi nel mondo."


Cliente (sospiro): "Non è quello che le ho chiesto."





martedì 4 ottobre 2011

LA QUESTIONE DELL'ANONIMATO

Sono costretto a tornare, inutilmente, su una faccenda che ho già affrontato in questo spazio. E sottolineo inutilmente perché so già che mi rivolgo a chi preferisce fingere di non capire.

Essere uno scrittore significa anche essere esposti al giudizio. Ci sono libri che possono piacere e altri no, ci sono sperimentazioni gradite al lettore e altre osteggiate, ci sono simpatie e antipatie che poco hanno a che fare con l'attività letteraria ma sono inevitabili da un punto di vista personale. Va bene tutto, lo metto in conto. In questi ultimi mesi in particolare ho pubblicato materiali assai diversi fra loro (il romanzo, i tre libretti, i racconti nelle antologie, l'intervista a Warhol), passando dal sentimentale al pop all'horror, è normale, e legittimo, che tale varietà susciti reazioni contrastanti. Io stesso vorrei che ne suscitasse.

Non mi oppongo, né mi sono mai opposto, al fatto di essere criticato. Mi oppongo al fatto che chi non perde occasione per farlo lo faccia trincerandosi dietro la comoda e vigliacca maschera dell'anonimato. Quasi sempre lascio correre, ma quando gli attacchi diventano frequenti e vistosamente mossi dal gusto di sfoggiare acidità, cominciano a infastidirmi. Ai tempi dell'uscita di "Esperimenti" qualcuno aveva riempito il blog di stroncature e commenti acidi. Con tristezza ho scoperto in seguito essere un livoroso conoscente. E io, come un cretino, avevo lasciato tutto quel fango in rete perché mi sembrava scorretto cancellare i giudizi negativi. Beh, non voglio ripetere l'esperienza. Può darsi che scriva solo cazzate, ma ci metto il mio nome e la mia faccia. Se non siete in grado di fare altrettanto, allora non c'è dialogo.

In Rete è fin troppo facile colpire anonimamente. Conosco scrittori che si sono visti costretti a togliere dai loro blog l'uso dei commenti. Non è il mio caso, ma tanto per dimostrare quanto la questione sia delicata e diffusa.

Quindi, per l'ultima volta, ribadisco: se certi commenti spariscono, non è perché sono giudizi negativi, ma perché detesto chi lancia il sasso e nasconde la mano.

Si chiama "rispetto". Cerca sul vocabolario.

giovedì 14 luglio 2011

ZAZIE numero 100

Mia sorella è una fanatica di cinema a livelli extrasensoriali. Da diverso tempo ha aperto un blog nel quale sfoga questa sua passione (in tre lingue, che esosa). Il blog ieri ha raggiunto quota 100 post pubblicati con un articolo che, a mio avviso, è il più bello e appassionato che abbia scritto. E' ispirato al nuovo film di Almodovar, ma in pratica è un manifesto generazionale. Lo trovate qui.

martedì 11 gennaio 2011

UNITA' DI BLOG

L'edizione on-line de L'unità mi ha offerto di tenere un blog all'interno dello spazio dedicato ai blog ufficiali del quotidiano. Accanto a quelli di Concita De Gregorio, Giovanni Maria Bellu, Marco Ventimiglia, Delia Vaccarello e altri, debutta quindi in questi giorni anche il mio. Il nuovo blog sarà una sorta di emanazione di questo, dal momento che ne conserva lo spirito e i contenuti, e dunque ne mantiene in parte anche il titolo: "Pensierini". Un titolo diminutivo affinché sia chiaro anche ai lettori del quotidiano il tono leggero delle mie elucubrazioni. Non vorrei mai che mi prendessero per un intellettuale.

sabato 1 gennaio 2011

ANNO NUOVO, BLOG NUOVO

Da tempo volevo cambiare piattaforma per il blog, mi sono deciso a farlo in occasione del nuovo anno. Qui potrò postare anche video e altri contenuti che sul blog precedente non avevo possibilità di inserire. Questa permette anche di condividere i post su Facebook e altri social network e ha una grafica decisamente migliore. Da parta mia vorrei anche gestire meglio i contenuti, con tag rubriche e quant'altro. Questi insomma sono i buoni propositi. Vediamo se riuscirò a mantenerli.
Comunque è bello cominciare il 2011 con una novità.
Benvenuti in questa nuova casetta.