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venerdì 1 giugno 2018

BADATE ALLA BADANTE

Se in Italia avessimo avuto un gruppo come i Fangoria avrebbe avuto una carriera brevissima. Nacho Canut, un musicista capace di produrre un pop elettronico esuberante al confine con la dance e Alaska, una cantante dall’aspetto eccessivo, con un look da battona, un trucco sempre acceso e un abbigliamento che travalica consapevolmente nel travestitismo. Testi arguti mischiati a musica da ballo e visual che fanno del camp il solo stile di riferimento. La serietà di Canut si scontra con l’esuberanza di Alaska, ex attrice almodovariana (aveva esordito appena diciassettenne in versione punk nell’inarrivabile “Pepi, Lucy, Bom y otras chicas del monton”) e protagonista in anni recenti di un reality show sull’MTV spagnola insieme al marito Mario.



I Fangoria potrebbero essere descritti come un incrocio ideale fra il Rocky Horror Picture Showe i Pet Shop Boys. Ripeto, da noi un disastro annunciato.
In Spagna invece e per fortuna sono da anni un duo di grandioso successo. Ma, sino a ora, inesportabile.



Esce in questi giorni “L’amore è un algoritmo borghese”, il primo album de La Badante. Si tratta di un misterioso progetto dietro il quale si nasconde un cantante (o una band) che ha scelto di proporre otto brani dal repertorio di Fangoria tradotti in italiano. Il nome ironico del progetto porta a pensare che non sui tratti di un gruppo di ragazzini, ma maturi professionisti lanciati nell’impresa eroica di portare un’eco di quell’universo camp iberico anche da noi. E basterebbe il titolo dell’album per capire che non ci troviamo in territori concettuali da Alessandra Amoroso o Giorgia. 
La scelta dell’anonimato è confermata dai tre videoclip dai primi singoli tratti dal disco. 
Il primo “Parole d’amore” (adattamento italiano del grande singolo “Retorciendo palabras”) vede nientemeno che lo scrittore Aldo Busi in veste di “ragazzo” immagine che presta il proprio volto all’operazione musicale (esibendosi in un perfetto lipsync, gli va riconosciuto).



Il secondo clip, “Praticamente incosciente” (dal singolo spagnolo “Eternamente innocente”), è un’opera del videoartista Genny Ferlopez, che ha condensato in tre frenetici minuti “Grey Gardens”, lo storico documentario HBO sulla zia e la cugina pazze di Jackie Kennedy, un cult assoluto in ambito camp. 



L’ultimo in ordine di uscita è “Geometria polisentimentale” (dall’omonimo singolo spagnolo), accompagnato da immagini omoerotiche tratte da video ginnici americani degli ‘40/’50, i cosiddetti “Beefcake”, perfetto esempio di sublimazione artistica, riviste e filmati rivolti a un pubblico omosessuale che mostravano culturisti in slip che si esibivano in scene di lotta: quanto di più vicino possibile a un amplesso fra uomini senza cadere nell’illegalità.



La Bandante dunque si diletta ad aggiungere una ridda di riferimenti culturali ed estetici a una base già di per sé ridondante di significati e provocazioni.

Se dovessi ipotizzare le reazioni del pubblico italiano di fronte a un simile progetto direi che si dividerà in due: quelli che ameranno La Badante e quelli che, semplicemente, non la capiranno. 

giovedì 27 aprile 2017

LA ROCKSTAR PAZIENTE


Negli ultimi anni ho sviluppato una vera passione per le autobiografie di popstar. Ne leggo di ogni tipo, dalla reginetta del pop anni ’80 al musicista rock di nicchia. Il piacere è sempre alto, i risultati spesso alterni: ci sono testimonianze vibranti e di grande valore (“Just kids” di Patti Smith è bellissimo), resoconti di ottima qualità letteraria (“Girl in a band” di Kim Gordon si avvicina alla prosa di certe narratrici americane contemporanee), esempi di eccessiva autoindulgenza (“I’ll never write my memoirs” di Grace Jones, scritto con Paul Morley, qua e là presenta delle cadute notevoli di tono) e clamorose delusioni (“Porcelain” di Moby rasenta l’imbarazzante). 
Nessuna autobiografia però è paragonabile a quella scritta da Ben Watt, membro insieme alla compagna Tracey Thorn del celebre duo inglese Everything but the girl, noto in Italia soprattutto per il brano “Missing”, di enorme successo radiofonico e commerciale.
Il libro di Watt non assomiglia a nessuna altro memoir di star musicale per il semplice motivo che la sua vicenda è  del tutto atipica e lontana anni luce dagli stereotipi sesso, droga e rock’n’roll che caratterizzano il genere. 
Alla giovane età di 29 anni Watt ha cominciato a sperimentare una serie di difficoltà fisiche, quali affanno, dolori al petto, difficoltà di respirazione, stanchezza continua: non era ancora trentenne e provava i disturbi di un anziano. Questi sintomi dapprima gli hanno reso difficile l’attività professionale (quasi impossibile affrontare un tour in quelle condizioni), poi si sono fatte tanto gravi da impedirgli una vita normale. Visite specialistiche ed esami non indicavano niente di anomalo, ma la situazione continuava a peggiorare, finché un attacco cardiaco l’ha costretto a una corsa al pronto soccorso e al ricovero immediato. Col tempo ha scoperto di soffrire di una sindrome rara, quella di Churg Strauss, che l’ha costretto a una degenza lunga e dolorosa. 
Watt ha raccontato la sua personale odissea nel memoriale intitolato “Un paziente”, nel quale rivela possedere le qualità di un vero narratore: il testo è appassionante e onesto, quasi alla stregua di un romanzo. L’autore non nasconde la rabbia e la frustrazione che la malattia gli procura, ma riesce anche a cogliere motivi di speranza e di ironia nel microcosmo che lo circonda, fra malati, medici, infermiere e familiari in visita. La prospettiva ribaltata di un artista che passa dalle luci del palcoscenico ai freddi neon di una corsia d’ospedale rende ancora più singolare la sua testimonianza. Tra le difficoltà che si trova ad affrontare c’è anche quella di chi, sapendolo un musicista famoso, attribuisce il suo stato di prostrazione alla vita di eccessi tipica delle rockstar. Anche un cugino lo chiama in ospedale per invitarlo con tono condiscendente a mettere la testa a posto e a smetterla con “questo modo di vivere privo di senso”, dando quasi per scontato che se si trova ricoverato è per un abuso di droghe o alcol. Un paradosso che rende la sua condizione di malato ancora più fastidiosa da sopportare. 
Avevo letto il testo all’epoca della sua pubblicazione in inglese e per qualche tempo avevo anche cercato invano di proporne la pubblicazione in Italia agli editori coi quali collaboravo all’epoca. Oggi scopro che finalmente è stato tradotto, grazie a una nuova casa editrice di nome Carbonio. Ne sono davvero felice e mi fa molto piacere segnalarne l’uscita. 
Raccontare la gravità della malattia senza cadere nel patetico o nel tragico è sempre difficile: Ben Watt ce l’ha fatta. 
Time Out l’ha definito addirittura “il miglior libro scritto da una popstar”. Forse non arriverei a tanto, ma è senza dubbio uno dei più meritevoli di essere letto. 

E se l’editore Carbonio volesse proseguire la benemerita opera di divulgazione letteraria della famiglia Watt, mi sentirei di consigliare con totale entusiasmo la traduzione anche della recente autobiografia della compagna di una vita di Ben, Tracey Thorn: “Bedsit disco queen” (più o meno “La regina della musica disco da cameretta”) è un piccolo gioiello, la storia di come una ragazzina timida che canta in casa di nascosto quando i genitori non ci sono perché si vergogna finisce per diventare quasi controvoglia una star del pop. E quando gli U2 offrono a lei e Watt di accompagnarli in una tourné mondiale, lei chiaramente rifiuta. 

In sintesi, gli Everything but the girl sono una coppia felice da oltre trent’anni, sono entrambi musicisti di chiaro talento e grande successo, si sono pure rivelati scrittori notevoli. Forse dovremmo cominciare a odiarli. 



Ben Watt
UN PAZIENTE
Storia vera di una malattia rara
(Traduzione di Nicola Manuppelli)
Carbonio editore

Pagg. 206, Euro 17,50

martedì 11 novembre 2014

BRINDIAMO ALLE TRACCE

Dopo un periodo di pausa e di ridefinizione, torna in libreria la collana “Tracce” che curo per l’editore Indiana, con una nuova veste editoriale e una nuova impostazione. I volumi saranno romanzi brevi e inediti di autori italiani, sempre dedicati al tema della musica. I primi due titoli della rinata collana ne sono un perfetto biglietto da visita e sono firmati da Fabio Viola e Tito Faraci. 



“Diva futura” è la storia di un’aspirante popstar giapponese che, dopo infruttuosi tentativi di fare successo nel proprio paese, si trasferisce in Italia col fidanzato per perseguire la carriera di cantante. Tra video virali su YouTube (con commenti tremendi e osceni) e tentativi di partecipare ai talent televisivi, passando per imbarazzanti esibizioni in localini erotici di provincia, il romanzo è allo stesso tempo un’acuta analisi del mondo musicale contemporaneo e una feroce satira. Fabio Viola, che vive tra l’Italia e Osaka, ben conosce le due realtà che fotografa in questo libro e da grande appassionato di j-pop crea un personaggio che è un inconsapevole mix di innocenza e perversione, come solo certe star musicali giapponesi sanno essere. 



“Nato sette volte” è un divertente (e forse unico?) caso di auto-fiction musicale. Tito Faraci, prima di diventare il più famoso sceneggiatore di fumetti italiano, è stato, per un breve periodo, nei pieni anni ’80, tastierista di un gruppo dark chiamato Litania. In questo romanzo si immagina di richiamare oggi i vecchi componenti e riformare la band. Ma se certe reunion sono motivate per i gruppi di culto dell’epoca, che senso potrebbe avere per una band che aveva inciso appena un demo su cassetta e fatto giusto qualche concerto in locali semivuoti? Tito Faraci gioca fra realtà e finzione, cercando di mettere in scena il sogno di molti: quello di tornare a vivere gli entusiasmi della tarda adolescenza (gli amori, le speranze, le sfrenate ambizioni), anche solo per una notte.

La nuova veste grafica dei volumi richiama quella dei lettori mp3 e le illustrazioni di copertina si rifanno a quelle delle copertine degli album.  
I romanzi saranno nelle librerie a partire dal 19 novembre al prezzo super-pop di 9.50 euro. 
In occasione di Bookcity, e per festeggiare l’evento, sabato 15 alle 18.30 presso lo spazio Open in viale Montenero 6 a Milano, ci sarà un aperitivo alla presenza degli autori. Si beve, si chiacchiera, si ascolta musica. 

Venite a brindare?


martedì 9 settembre 2014

SCINTILLE IN ITALIANO

Quando nutri una passione sconfinata per un gruppo musicale di nicchia e ti capita di conoscere altri estimatori scatta una forma immediata di riconoscimento e identificazione: sulla sola base di un gusto condiviso hai l’impressione di ritrovare affinità molto più profonde e significative. Il bello è che tale impressione spesso si rivela fondata. 
Per diverso tempo io e lo scrittore Federico Baccomo (noto anche con lo pseudonimo di Duchesne e autore del best-seller “Studio illegale”) ci siamo incrociati in presentazioni letterarie e festival di letteratura, ma solo quando abbiamo scoperto, tramite alcuni video postati sulle nostre bacheche Facebook, di condividere un’assoluta adorazione per il duo americano degli Sparks è scoppiata fra di noi la scintilla (eh eh) di una reale e appassionata amicizia. Per questo abbiamo deciso di concretizzare questa forma di idolatria in qualcosa di pubblico: ci siamo messi a tradurre le nostre canzoni preferite del duo e le abbiamo raccolte in un tumblr.
Il progetto “Sparks in italiano” raccoglie i primi frutti di questo lavoro a quattro mani ed è destinato ad ampliarsi con nuovi contributi nei mesi a venire. 
Se non conoscete gli Sparks, o li conoscete solo in maniera approssimativa, provate a dare un’occhiata al contenuto dei loro testi. Forse capirete perché io e Federico li adoriamo a questi livelli.




giovedì 27 febbraio 2014

MUSICA PER ORECCHIE IMPREPARATE

Per alcune settimane ho tenuto sul blog La nottola di Minerva una rubrica intitolata "Dischi che proprio non capite", dedicata a una serie di album di artisti sottovalutati, controversi o semplicemente improponibili. Ecco i link per recuperare tutte le puntate.

KAREN CARPENTER



THE SPARKS



STEPHANIE



YOKO ONO



THOMAS DOLBY









giovedì 6 febbraio 2014

Il cantico delle Creature

Qualche settimana fa avevo scritto un post su una serata dark milanese e sui ricordi che mi aveva suscitato. Con un tempismo ammirevole un amico mi ha regalato un libro, da poco uscito in libreria, di cui ignoravo l’esistenza e che è perfetto per il mio rinnovato interesse verso il fenomeno: “Creature simili - Il dark a Milano negli anni ottanta”. Immagino che l’idea di un saggio su un tema di nicchia (il fenomeno del dark) con una precisa collocazione geografica (a Milano) potrebbe per far storcere il naso ai più, invece garantisco che si tratta di un’analisi davvero significativa su un periodo storico troppo spesso banalizzato e raramente affrontato con tanta attenzione critica e sociologica.


Pubblicato dalla vivace e assai alternativa casa editrice Agenzia X, il saggio firmato da Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà è una biografia orale, il racconto di un momento preciso della musica, della cultura e della politica italiana attraverso le voci di chi l’ha vissuto (talvolta suo malgrado) in prima linea. Decine di interviste per raccontare cosa significava andarsene in giro vestiti di nero, con i capelli cotonati e il trucco sbavato sulle labbra nell’Italia provinciale e borghesissima degli anni ’80. Una sfida estetica al sistema, ma anche la rivendicazione di una personalità non omologata e certamente disgustata dal proliferare di mode classiste e fascistoidi come quella dei Paninari. Essere “dark” (termine assurdamente usato solo in Italia, mentre nel resto del mondo si utilizzava il più appropriato “gothic”) era una consapevole scelta di campo: a Milano e soprattutto nella sua desolante provincia comportava essere derisi per strada, a volte attaccati e picchiati, senza alcun motivo. Trucco sbavato e capelli sparati in aria venivano percepiti come sinonimo di omosessualità nei maschi e di rifiuto della femminilità nelle donne. Gli stessi coetanei, compagni di scuola o vicini di casa, ne erano sbalorditi e/o disgustati. La polizia compiva raid nelle discoteche e nei ritrovi dark nella vana ricerca di droga, catalogando tutti i presenti, talvolta portandoli in cella (essere arrestati per il proprio look: anche solo per questo motivo le testimonianze raccolte in questo libro meritano di essere lette). 
“Creature simili” ha il pregio di analizzare ogni aspetto del fenomeno: la musica, le band, i locali, le riviste, la moda, l’estetica, le radici culturali, la sessualità, il rapporto col punk e con le altre controculture. Fra gli intervistati compaiono nomi celebri (come il cantautore Garbo e Andy dei Bluvertigo), esponenti di spicco del mondo culturale alternativo (come Angela Valcavi, fondatrice di “Amen”, fanzine diventata vero punto di riferimento dell’epoca, con tirature eccezionali che superavano le 4000 copie) ma anche semplici e anonimi esponenti del movimento. Il risultato è una polifonia di voci in grado di delineare ogni sfumatura, dalle moderate alle più integraliste. È proprio questa varietà di punti di vista che garantisce una lettura affascinante e per niente scontata. 



mercoledì 15 gennaio 2014

VANONI NON VANONI

Un paio di mesi fa sono stato contattato dall’amico Bengi, cantante della band dei Ridillo, che stava lavorando a un suo album solista. Mi ha parlato di un progetto di “modernariato musicale” ispirato alla melodia italiana e mi ha chiesto se avessi voglia di scrivere dei testi per alcune canzoni di cui al momento esisteva solo la base. Mi ha quindi inviato alcuni demo da ascoltare e fra questi ce n’era uno intitolato “Vanoni”. Chi lavora in ambito musicale sa che molto spesso ai demo vengono attribuiti nomi del tutto indicativi. Quasi sempre servono all’autore solo per distinguere il brano fra le decine di quelli archiviati, talvolta invece alludono vagamente al sound del pezzo, pertanto è normale trovare nei cassetti dei compositori tracce chiamate “Beatlesiana”, “Alla Battisti” o cose del genere. Anche nel caso di “Vanoni” si trattava di un’indicazione sul sapore musicale del pezzo, che ricordava gli anni d’oro di Ornella. Malgrado ne fossi consapevole, ho deciso di prendere il titolo alla lettera e nel giro di qualche ora ho scritto il testo per la canzone “Vanoni”. Quando Bengi si è visto arrivare un testo con lo stesso titolo del demo si è messo a ridere: non se l’aspettava proprio. 
E comunque, il brano è stato scelto come primo singolo dall’album ed esce oggi, sia sugli store digitali che in vinile 45 giri (sono entusiasta della scelta del vinile, ovvio). La copertina è un’adorabile ripresa della grafica dei dischi della serie “Formula 3” della RCA degli anni ’70, che ben suggerisce il sapore dell’operazione musicale.
A giorni sarà on line anche il video, intanto ecco un piccolo teaser: https://www.youtube.com/watch?v=Ri7-KPEa00o



domenica 22 dicembre 2013

GOTHIC LOLITA

Ieri sera, per puro caso, mi sono ritrovato in un locale dove era in corso una festa dark. Come appena sbarcati da una capsula del tempo attorno a me decine di individui con chiome laccate, rossetti sbavati, orecchini sul labbro, croci argentate al collo, anfibi, pantaloni di pelle nera o minigonne su calze a rete traforate che ballavano Cure, Sisters of Mercy e “Siberia” dei Diaframma. L’impatto è stato talmente potente che mi ha riportato alla mente un’esperienza che avevo quasi del tutto cancellato dalla mia memoria: intorno ai 16, 17 anni, mentre ero studente in un liceo di Pavia, ero entrato in contatto con due ragazze dark di Genova, la cui amicizia avrebbe influenzato molto i miei mesi a venire. Nel Paleozoico dei contatti social nel quale vivevamo, il nostro incontro virtuale era avvenuto tramite un annuncio pubblicato su una rivista di musica. Non ho idea di quale fosse la rivista, né se fossi stato io a mettere l’annuncio o avessi risposto al loro, fatto sta che abbiamo cominciato a scriverci (lettere, avete presente? fogli di carta con parole vergate a mano, inseriti in buste e spedite fisicamente), finché loro due - che si chiamavano Carla e Silvia, anche se Carla si firmava Karla - mi hanno proposto di raggiungerle un mercoledì pomeriggio per incontrarci di persona. Così, fuori da scuola, ho preso un Intercity e sono sceso a Genova Brignole, dove ad attendermi c’erano loro due in piena divisa dark insieme ad altri due o tre amici, compagni di look. Io non ero esattamente dark quanto loro nell’aspetto, niente croci o creste fucsia in testa (il che mi sarebbe stato oltremodo facile, avendo una madre parrucchiera), mi limitavo a portare camicie o dolcevita neri e ad ascoltare un certo tipo di musica sul mio walkman. Quello che Karla e Silvia non mi avevano annunciato per lettera era che l’incontro non si sarebbe limitato a quattro chiacchiere e una birra in un bar del quartiere, ma prevedeva un pomeriggio da trascorrere in una discoteca. Io mi accodai dunque alle mie due nuove amiche e mi lasciai trasportare. Del locale ricordo pochissimo, però alcuni fatti basilari li ho conservati: intanto che per essere un mercoledì pomeriggio di gente ce ne fosse abbastanza, che quasi tutti sembravano usciti da un video girato a Londra più che provenire dall’entroterra ligure e soprattutto che per la prima volta in vita mia adoravo la musica che il dj stava suonando. Quelle due o tre orette assurde, in una discoteca votata a celebrare l’oscuro mentre fuori c’era un sole splendente, mi piacquero così tanto che divennero un appuntamento fisso. Continuai ad andare a Genova, non proprio tutte le settimane, ma almeno una volta al mese, coltivando il rapporto con le mie cotonatissime amiche e i loro compagni d’avventura. Se non sbaglio loro due erano più grandi, già diciottenni, e in fatto di cultura musicale erano molto più aggiornate di me. Spesso mi passavano cassette con brani che io non mi limitavo ad ascoltare, ma studiavo proprio, come frammenti di un linguaggio che ancora non padroneggiavo completamente e che volevo assorbire il più in fretta possibile. Furono loro due che mi fecero scoprire canzoni mai sentite prima, come “Tanz Mussolini” dei DAF, “Bela Lugosi’s dead” dei Bauhaus o “Like an animal” dei Glove, il progetto parallelo di Robert Smith dei Cure. Quando mi davano i nastri li accompagnavano da brevi indicazioni a voce perché potessi capire cosa aspettarmi dall’ascolto. Ricordo che Karla una volta mi aveva consegnato una cassetta che comprendeva alcuni brani dei NewOrder e che Silvia si era dissociata dalla scelta. Quando le avevo chiesto perché li detestasse tanto lei mi diede una risposta così sprezzante che non l’ho mai dimenticata: “Perché Ian Curtis è morto e loro ci ballano sopra”. 
Col tempo ho smesso di andare a Genova e ho perso di vista le mie amiche dark. Non c’è stata alcuna rottura fra noi, semplicemente crescendo i contatti si sono affievoliti fino a spegnersi del tutto. Mi chiedo ora dove siano, che vita facciano, come ricordano quel periodo laccato. 
Ieri sera, ripensando al me stesso adolescente che da solo andava a Genova pur di trovarsi con altra gente coi suoi stessi gusti musicali, ho provato una sensazione mista di patetismo e tenerezza. Mi ha fatto comunque riflettere sul fatto che per la musica mi sono sempre sbattuto molto: ho preso treni, fatto viaggi, visto concerti, fondato fanzine, comprato tonnellate di dischi, avuto illuminazioni e delusioni, incontri e scontri. Mi ha ricordato che la musica è parte di quello che sono perché l’ho sempre cercata, mai subita passivamente da una radio o una classifica di successi e che poche cose mi fanno imbestialire come quelli che dicono “A me la musica piace tutta”, senza rendersi conto che stanno denunciando la propria completa assenza di personalità. 

Quindi, grazie amici dark che dal passato più remoto ieri sera vi siete vestiti, agghindati, truccati e colorati i capelli: mi avete riconciliato con il ragazzino un po’ sperduto ma ansioso di conoscenza che sono stato. 


martedì 19 novembre 2013

DISCHI PER TESTONI

Il sito letterario “La Nottola di Minerva”, diretto dallo scrittore Ivano Porpora, mi ha chiesto di tenere una rubrica musicale per il proprio blog. Dopo aver valutato e scartato diverse ipotesi, ho deciso che l’argomento che mi premeva di più affrontare era quello degli album che io ritengo essenziali e che nella quasi totalità dei casi il resto del mondo considera marginali e trascurabili. Poiché è evidente che sia io ad avere ragione e gli altri torto marcio, ho così dato il via a una serie intitolata “Dischi che proprio non capite” (sottotitolo: "Una rubrica antipatica di Matteo B. Bianchi). 
La prima puntata è dedicata al mito di Karen Carpenter.
(Karen chi?!? Appunto).

La trovate qui.


lunedì 18 novembre 2013

IL RITORNO ANFIBIO DEI NOME

L’avevo annunciato qualche settimana fa e finalmente ci siamo. Esce questa settimana il nuovo singolo dei Nome, intitolato “Anfibio”. Dopo il successo di “Le cose succedono” e “Io non riesco più a stare zitto”, che vedevano alla voce (oggi si può dire) Davide Toffolo dei Tre allegri ragazzi morti, il nuovo ospite del progetto è il giovane cantautore Davide Ferrario. Oltre a lui, la formazione del gruppo prevede me in quanto autore di testi, Michele “Mezzala” Bitossi (del gruppo Numero6) come autore delle musiche e Ivan A. Rossi nelle vesti di produttore e arrangiatore. Rispetto ai due singoli precedenti, “Anfibio” segna una svolta musicale verso territori più elettrici e urbani. Il testo parla della difficoltà di ognuno di noi... Ma a chi la racconto? Il testo parla della mia difficoltà nel rapportarmi con gli altri, quella sensazione di essere sempre fuori posto e il tentativo disperato di adattarmi ai contesti più disparati, alla ricerca continua dell’accettazione.
“Anfibio” da oggi è in anteprima sul sito di Rockit, con video e download gratuito. 
Da venerdì 22 (data di uscita ufficiale) sarà poi disponibile su tutti i canali digitali.

Ne riporto di seguito il testo.

Buon ascolto!

ANFIBIO

Non deluderti
fare ancora meglio di così
Un sostegno
un compagno
indispensabile

Come in trincea,
come persi nell’alta marea
senza spada
senza radar
senza nemici

Cerco nei tuoi gesti un segno
Qualcosa che plachi il mio travaglio
In divisa e senza distintivo
in playback, ma anche dal vivo
In t-shirt, in abito da sera
in parrocchia o fuori di galera
Un’intera vita in equilibrio
animale, di natura anfibio

E non passerà
questa ansia non si placherà
con il tempo
con l’impegno
con l’analisi
E’ una gara che
a ogni tappa sposta il limite
il baluardo
di un traguardo
irraggiungibile

Cerco nei tuoi gesti un segno
Qualcosa che plachi il mio travaglio

Affettuoso, sguardo glaciale
Stravagante ma molto normale
Sempre sazio, sempre a digiuno.
Sono dei vostri, non sono di nessuno
Un’intera vita in equilibrio
animale, di natura anfibio

mercoledì 16 ottobre 2013

DIVINA REGINA


Ci sono artisti che risultano affascinanti anche solo sulla carta. Un cantante che ha una doppia carriera, una maschile come cantante indie rock e una da travestito come voce di un duo techno-pop, beh, mi ha conquistato anche solo per l’idea. 
Signori, signore, e soprattutto signorine, vi presento il mio nuovo idolo, tale Reg Vermue. 
Originario dell’Ontario, Canada, Reg ha inciso ben sette album col nome di Gentleman Reg, dischi di rock intimista paragonati dalla critica allo stile di Elliot Smith e Catpower, nonché ha recitato in un breve ruolo nel film “Shortbus” di John Cameron Mitchell. 


Da un paio d’anni però Reg si è dedicato a un nuovo progetto. In coppia col tastierista James Button della band di Toronto Ohbijou, ha fondato il duo dei Light Fires e si esibisce nelle vesti di “Regina the Gentlelady”. Dopo il singolo “Ten feet fall”, pubblicato quest’estate in edizione limitata su vinile bianco 45 giri, a settembre è uscito il primo album, “Face”, un’irresistibile raccolta di canzoni electropop come si facevano una volta (siamo nei dintorni degli Yazoo, per intenderci). Si tratta di un disco pensato sia per un circuito dance alternativo, che per gli amanti del pop non omologato. I testi non sono esattamente quelli della Tatangelo (su tutte, la felice intuizione del sintetico ritornello di If you’re bored: “Se ti annoi, allora scopa”, ma non dimentichiamo anche quello di I like to work: “Mi piace lavorare... Ti passo i ferri del mestiere, mettiti in ginocchio e ti mostro come si fa”, una vera poetessa). 


La migliore definizione del disco è quella offerta dalla recensione apparsa sul blog canadese “Ride the tempo”, che più o meno dice: “Questo album è la colonna sonora della libera uscita in città di una ragazza, o di chiunque voglia esserlo per una notte”.  
Un disco divertente, ballabile, con sonorità tra il revival e l'alternativo, di facilissima presa. E un personaggio alla voce che spacca già dalle fotografie. 


Domanda vostra: Ma Matteo come fai a scoprire sempre queste stranezze, eh? Come fai?
Risposta: Lo confesso: Reg Vermue è amico di miei amici di Toronto. Sono venuto a conoscenza dei Light Fires quest’estate solo perché hanno messo l’album in sottofondo una sera a cena. Diciamo quindi che sono a un grado di separazione da Regina the Gentlelady. E però, essendo di una generosità sconfinata, ho deciso di condividere la scoperta. 

Seconda domanda vostra: Non dirmi che possiedi anche il limitatissimo 45 giri in vinile bianco?
Risposta: Eccerto!



Vi lascio col video di "Ten feet tall".


martedì 24 settembre 2013

UN DISCO PER L’ESTATE (CHE È FINITA, FRA L’ALTRO)


Personalmente, l’appuntamento che attendo con maggiore trepidazione della nuova edizione di Roland è quello conclusivo, il reading/concerto di Aldo Nove insieme a i Camillas. Se Aldo Nove però è un autore celebre e non ha bisogno di presentazioni, molti ignorano chi siano questi Camillas. Male, perché sono un gruppo originalissimo e hanno fatto un nuovo album che spacca. Quindi ho deciso di scrivere una recensione del loro ultimo cd come forma di presentazione per coloro che non li hanno mai sentiti nominare.
Eccola:



Difficile spiegare I Camillas a chi non li conosce. 
Cerchiamo di farlo con ordine:
Intanto sono un duo. Quindi polistrumentisti, abituati a cavarsela da soli.
Poi sono di Pesaro. Quindi indie di provincia.
Infine sono pazzi, nel senso che producono dischi di un livello di creatività talmente incontenibile che per l’ascoltatore medio risultano solitamente uno shock. Quando fate ascoltare un disco de I Camillas a un amico la reazione standard è: “Ma cos’è ‘sta roba?”. In questo caso meglio cambiare amicizie, ma andare fieri dei propri gusti musicali. 

L’ultimo album, uscito alla fine del 2012, si intitola “Costa Brava” e più che un disco verrebbe da definirlo una discografia, perché all’interno c’è di tutto: 16 brani più una ghost-track, che sono una carrellata di generi miscelati con totale disinvoltura. 
Questo è il terzo capitolo della produzione targata Camillas: hanno esordito con l’ep “Everybody in the palco!”, seguito dall’album “Le politiche del prato”. “Costa brava” però a mio avviso rappresenta un salto evolutivo: mi sembra che qui i pesaresi raggiungano il loro vertice, perché ogni brano contenuto è bello, ma in modo sempre diverso. 
Il cd si apre con “Giovane donna”, che si potrebbe agilmente definire il perfetto incrocio fra i New Order e Cochi & Renato (ma che razza di incrocio è?!?): un muro di chitarre e un ritornello (“Vai, giovane donna vai, più forte di me”) ripetuto in continue varianti, quasi cabarettistiche. Non so se abbia senso, so solo che è bellissimo. 
Va detto che coi Camillas il dubbio è sempre un po’ quello: se stiano scherzando o facciano sul serio, e non è mai dato capirlo. Bastano alcuni titoli a suggerire la loro follia: un pezzo si intitola “Brano violento” - e, ovviamente, è lentissimo; un altro si chiama “Il ritorno avambraccio” (cioè? Boh).
Musicalmente si concedono qualunque cosa: si passa dall’electro-pop di “Capita”, alle ballate acustiche “Rovi” o “Bel pomeriggio”, al dub della già citata “Il ritorno avambraccio”, al puro pop di “Gli arpeggi”, sino a punk alla CCCP-Fedeli alla linea nello scatenato “Cane”. Come se tanta eterogeneità non bastasse si divertono a includere anche un finto canto popolare siciliano (“Sissignuri”) e una struggente canzone neomelodica napoletana (“Incajate”). Il pezzo conclusivo, “La canzone del mare”, inizia come una dolente ballata cantautorale e finisce con intensi echi elettronici alla “Atmosphere” dei Joy Division. Un distillato di influenze, sfacciato e consapevole.  
La vera forza dei due pesaresi però sta nell’uso della lingua, sempre creativo e spiazzante. In “Cane” cantano: “Sei un cane, ti piace sbavare, a volte abbaiare, nei prati correre” ma lo pronunciano corrère, con l’accento spostato, per mantenere l’assonanza. In “Gli arpeggi” si inventano un liberissimo uso del riflessivo: “Gli arpeggi che mi sei”. 
Adoro I Camillas perché ogni loro disco comporta tre strati: il primo ascolto implica continue sorprese (cosa succederà adesso?). La seconda fase è quella nella quale familiarizzi con i cambi di registro: ascolti il testo per bene e sei già preparato agli arditi sbalzi musicali. Infine, c’è il livello finale, quando hai superato l’analisi e hai solo il piacere ripetuto dell’ascolto per un disco così ricco di melodie e idee. 
È l’esatto contrario dei successi radiofonici assimilabili al primo ascolto: qui c’è troppo perché tu possa capirlo la prima volta. E’ un album a rilascio graduale, come una flebo. Non una botta, ma tante goccine che poi ti fanno stare meglio.  
“Costa Brava” è il capolavoro de I Camillas ed è il disco italiano dell’anno. Ma lo capiremo solo in quattordici. 



mercoledì 27 marzo 2013

DB 10


Per la nota serie Classifiche non richieste specificamente da nessuno e in perfetta coincidenza con il rinnovato interesse mediatico nei confronti dell’artista, ecco 

“LE MIE DIECI CANZONI PREFERITE DI DAVID BOWIE”



1 - THE HEARTS FILTHY LESSON
2 - LIFE ON MARS?
3 - ASHES TO ASHES
4 - WHERE ARE WE NOW?
5 - JUMP THEY SAY
6 - THIS IS NOT AMERICA
7 - SPACE ODDITY
8 - CRIMINAL WORLD
9 - THE BUDDAH OF SUBURBIA
10 - THURSDAY’S CHILD

Alcune osservazioni:

- Sì, non c’è “Heroes”

- Sono tutti singoli con l’esclusione di “Criminal world”, tratta dall’album “Let’s dance” (il brano migliore di quel disco, inspiegabile che non sia stato scelto come singolo) 

- “The buddah of Suburbia” è tratto dall’omonima colonna sonora per la fiction tv inglese ispirata al romanzo di Hanif Kureishi.

- Se questa fosse una classifica dei videoclip, “Jump they say” sarebbe al primo posto.

- Ero tentato di mettere “Where are we now?” al secondo posto, ma temendo che parte dell’entusiasmo fosse legato all’attualità del pezzo, mi sono contenuto e l’ho collocato appena fuori dalla top tre. 

- So che molti fan non amano “The hearts filthy lesson” e che a pochi, in generale, verrebbe mai in mente di indicarlo come uno dei migliori brani della sua carriera. Per me invece non solo rappresenta lo zenit della produzione di Bowie, ma uno dei miei brani pop preferiti di sempre, una sorta di oscuro tesoro, incapace di farsi penetrare e afferrare sino in fondo malgrado i migliaia di ascolti. Con quelle sue voci distorte, il testo composto da frasi senza successione logica, il sound elettronico così malato, la sua totale atemporalità, è un capolavoro di cui non riesco mai a stancarmi. E sono passati... (aspetta che controllo su Wikipedia)... diciotto anni. Sembra ieri. O stamattina. O l’anno prossimo. 


venerdì 18 gennaio 2013

COMPRARE I DISCHI

L'edizione on line di Rolling Stone ha dedicato un articolo alla chiusura della storica catena HMV in Inghilterra e sulla sorte incerta della FNAC in Italia. Ha poi chiesto a tre consumatori conclamati di dischi di raccontare la propria esperienza. Uno dei tre sono io. Eccolo qui


giovedì 18 ottobre 2012

TRIBUTO GRAFICO


I “lyrical videos” sono un fenomeno diffusissimo su YouTube: si tratta di clip musicali nei quali, invece di un contenuto filmato originale, vengono riportate solo le parole della canzone. A volte sono realizzati dai fan, altri dalle stesse case discografiche per sopperire all’assenza di un videoclip vero e proprio o per colmarne il vuoto mentre è in via di realizzazione. Si tratta di video molto scarsi, la cui cura grafica è minima. Raramente un lyrical video viene proposto come unico video ufficiale, però può succedere (l’esempio più celebre di tutti i tempi credo sia questo). 
La band australiana di electro-pop Parralox ha diffuso in questi giorni il lyrical video per il loro nuovo singolo “Sharper than a knife (Pete Hammond remix)” ed è una piccola rivoluzione. In questo caso la grafica gioca un ruolo fondamentale e l’utilizzo delle liriche diventa il pretesto per creare una sorta di tributo alla nascita del sound electro. 
Il video ripropone alcune delle copertine di dischi che hanno fatto la storia della musica elettronica (Depeche Mode, New Order, Kraftwerk, Human League, Joy Division, OMD...), iscrivendo le parole del testo al loro interno e quasi sfidando lo spettatore a riconoscerle mentre si vanno componendo. 
Uno splendido esercizio grafico e un raffinato gioco di complicità rivolto agli amanti di questo genere musicale (io quando ho riconosciuto l’omaggio a The Assembly, progetto di Vince Clarke durato lo spazio di un solo singolo, mi sono quasi commosso).  




giovedì 19 luglio 2012

ORO, ARGENTIERA E MIRRA

Come ogni anno, in questa stagione, torna "Sulla terra leggeri", il piccolo festival di letteratura e musica, organizzato tra gli altri da Flavio & Paola Soriga, Geppi Cucciari e il sottoscritto, che si svolge nella strepitosa cornice dell'Argentiera, in provincia di Sassari. Il programma di quest'anno è fittissimo e prevede tre serate di anteprime in varie località tra Sassari e dintorni, oltre al consueto weekend intenso al borgo. Tra gli ospiti di quest'anno ci saranno Fabio Genovesi, Daria Bignardi, Dente, Luca Telese, Brunori SAS, Federico Russo & Marisa Passera, Michele Serra, Luca Sofri, Matteo Caccia, Flavio Insinna, Luca Bottura e Piero Dorfles. Più un sacco di altra gente. 
Oltre al festival, sono previsti due laboratori per il pubblico: uno di scrittura radiofonica (tenuto dal giornalista Alberto Urgu) e uno sull'editoria (tenuto da Paola Soriga e me). 
Trovate il programma, l'elenco completo degli ospiti, le info sui laboratori e tutte le istruzioni per arrivarci qui.
Vi aspettiamo. 



PS Qui trovate anche dei divertenti video "promozionali" di Dente e Brunori SAS. 


mercoledì 27 giugno 2012

SIGNORINA ALLE RISORSE UMANE

Da tempo gli Egokid mi chiedevano di collaborare a un loro videoclip. L'idea giusta è venuta una sera a cena in una piccola trattoria milanese, in compagnia dell'amico comune (e grande fan della band) Alessandro Fullin: un colloquio di lavoro nel quale vengono richieste agli intervistati competenze impossibili da parte di un'esaminatrice feroce. 
Il risultato è questo. 


sabato 14 aprile 2012

HANNO INCISO L'UOMO RAGNO


Sarà che da sempre ho una passione per le cover, e più strane sono meglio è. Paul Weller in versione rap giapponese? Ce l’ho. Carla Bruni che interpreta David Bowie acustico? Ce l’ho. I Kraftwerk in versione salsa? Ce l’ho. Cover heavy metal degli Abba? Pure. Insomma, una vasta collezione, sia fisica che digitale, in continua espansione. (Un giorno condividerò delle chicche, appena scopro il modo migliore per farlo). 
Sarà per questo, dicevo, che proprio non capisco il clamore (relativo) che ha scatenato su blog e siti musicali la pubblicazione di “Con due deca”, la compilation di cover degli 883 da parte di diverse band del panorama indie italiano, prodotta e distribuita gratuitamente questa settimana da rock.it.
Si sono levati gli scudi: fan indignati all’idea che i loro beniamini si prestassero a rifare le canzoni di Max Pezzali, scrittori preoccupati di rivalutazioni storiche e culturali, puristi dell’indie disgustati dall’accostamento tra pop di massa e musica d’elité, commenti sprezzanti sullo stesso sito che ha lanciato l’operazione... In pratica, tutti scontenti. 
Io proprio non capisco. Da cultore delle cover, so bene che il senso dell’operazione sta tutto nel lavoro di chi rifà il pezzo. Inventare un nuovo arrangiamento, dare una veste inedita, modificare ritmi e melodie, aggiungere o variare il testo: ogni brano diventa un banco di prova per la creatività dell’artista. Il valore culturale o musicale dall’originale di partenza è del tutto ininfluente. 
Personalmente accoglierei con entusiasmo un cover project dedicato ai Nirvana quanto uno dedicato a Ivana Spagna. Certo, il tributo a Cobain sarebbe assai più scontato di quello alla tremenda Spagna, ma fremerei di curiosità per entrambi.
Non sono mai stato un fan degli 883, direi piuttosto che mi hanno sempre lasciato indifferente. Tuttavia non riesco a vedere in questo album di riletture alcun pericolo di revisionismo culturale. Il pubblico è meno cretino di quanto lo si dipinge. Non sarà un tributo a rendere Max Pezzali improvvisamente un maitre à penser. Gli 883 sono e resteranno un gruppo adolescenziale da radio in spiaggia, con buona pace di tutti. Invece trasformare “Hanno ucciso l’uomo ragno” in una ballata country (Numero 6), “Una canzone d’amore” in un pop-song vintage alla francese (Casa del mirto), “La regina del Celebrità” in versione electropop con testo gay al maschile (Egokid), “La regola dell’amico” in un rap interamente modificato (“La regola di D’Amico” di Dargen D’Amico) o “Nessun rimpianto” in un elegiaco canto gregoriano (Dimartino), sono operazioni quantomeno divertenti da scoprire. 



martedì 3 aprile 2012

THE MAGNETIC PARIS


La mitologica rivista letteraria The Paris review sta pubblicando a puntate sul proprio blog una serie di dispacci dal tour dei Magnetic Fields, che sta presentando dal vivo il nuovo, bellissimo album “Love at the bottom of the sea”. Il reportage a puntate è firmato da Emma Straub che, oltre a essere una scrittrice e una libraia newyorchese, da dieci anni lavora col gruppo in qualità di venditrice del merchandising in un banchetto durante i concerti. Trovate le prime due puntate qui e qui
In effetti questa Straub fa un sacco di cose: insieme al marito, Michael Fusco, gestisce anche la piccola compagnia di design grafico M+E, che ha curato la copertina dell’album, che vedete qui sotto. 



E questo è il video di “Andrew in drag”, il trascinante primo singolo estratto. 



giovedì 22 marzo 2012

UNA TRACCIA DEL MIO AMORE


Esce questa settimana in libreria il secondo volume della collana “Tracce”, di cui sono editor presso Indiana editore. E’ un libro a cui tengo molto, perché lo trovo sinceramente non facile ma bellissimo. 
Si intitola “Una traccia del mio amore” ed è un romanzo dello scrittore americano Douglas A. Martin.
Il libro è autobiografico e racconta la storia d'amore durata alcuni anni fra l'autore (all'epoca uno studente universitario di Athens) e Michael Stipe dei R.E.M.  
Ridotto a questi termini il contenuto può ricordare un'operazione scandalistica,  il becero resoconto della vita accanto a una celebrità mondiale. Non è niente di tutto questo, anzi. Si tratta di un testo delicatissimo e di grande profondità. Stipe non è mai nominato esplicitamente: è inequivocabile che si tratti di lui e tuttavia quasi non importa. L'autore ha voluto mettere in scena l'ossessione e la totalità che caratterizza i grandi amori giovanili, una tempesta emotiva in questo caso resa anomala e bruciante per la natura di star internazionale del compagno. L’incontro a una festa, le prime notti trascorse insieme, i viaggi a suo fianco durante il tour, gli occhi con cui gli altri ti guardano sapendo che sei il suo compagno, il tormento e la gelosia di essere a casa mentre lui è lontano circondato da adoratori... 
Douglas A. Martin è in primo luogo un poeta e la sua scrittura ne risente in maniera evidente. Ha una prosa talmente lirica che talvolta risulta difficile definirla “narrativa”. 
Di questo libro Dennis Cooper ha detto “E’ pura grazia” e Colm Toibin ha definito la sua scrittura come “Una prosa feroce, tagliente e piena di stile”. 
Per l’edizione italiana ho cercato di curare le cose al meglio: la traduzione è di Matteo Colombo e il libro si apre con una prefazione di un altro autore assai poetico e intenso, Marco Mancassola.
Questo romanzo è un piccolo gioiello. Non destinato a un grande pubblico, ma a quei lettori che chiedono ancora ai libri un momento di riflessione e meraviglia.