lunedì 2 settembre 2013

INTERVISTE CHE NON MI HANNO MAI FATTO (6) - Q


Continua la simpatica e delirante tradizione delle interviste col format rubato da riviste nazionali e internazionali che nessuno si è mai sognato di farmi. La puntata odierna prende in prestito le domande della rubrica “Last word” dal mensile musicale inglese “Q”. 

Quando è stata l’ultima volta che hai guardato nello specchio e hai provato delusione?
Non sono mai troppo felice del mio aspetto, ma non è così grave da preoccuparmene, quindi non lo so. 

Quando è stata l’ultima volta che hai mangiato senza preoccuparti delle conseguenze?
Durante queste vacanze. Se vai negli Stati Uniti e ti preoccupi delle calorie di quello che stai mangiando, praticamente devi smettere di nutrirti. E’ tutto così ipercalorico.

Quando è stata l’ultima volta che hai dovuto spiegare ai tuoi figli cosa fai per vivere?
Anche se non ho figli, mi capita spesso di dover spiegare come mi procuro da vivere e ho scoperto che la figura dell’autore televisivo è difficile da far comprendere. L’ultima volta che ricordo con precisione è stata durante una cena la scorsa primavera. C’era una sconosciuta che continuava a farmi domande sul mio lavoro e a volte non sapevo neanche bene cosa risponderle. 

Quando è stata l’ultima volta che hai cantato in un karaoke?
Stai scherzando? Piuttosto mi dò fuoco.

Quando è stata l’ultima volta che hai stirato una tua camicia?
Non l’ho mai fatto. Non posso mica togliere questo piacere a mia mamma, che insiste sempre tanto perché gliele porti.

Quando è stata l’ultima volta che hai pensato che il tuo aereo stava per precipitare?
Non ho paura in aereo, non ne ho mai avuta. Anzi, considero i viaggi aerei i più noiosi in assoluto, perché sono lunghi, ti costringono in spazi angusti, ti fanno venire il mal di testa se leggi tanto. Questo comunque significa che sono stato fortunato, non ho mai vissuto turbolenze o vuoti d’aria così violenti da suscitare panico. So che a molti è successo. 

Quando è stata l’ultima volta che hai pensato di rompere l’astinenza dal bere?
Quale astinenza? 

Quando è stata l’ultima volta che hai litigato per motivi religiosi?
Non riesco ad appassionarmi a un argomento come la religione al punto da litigare con qualcuno. So di averne discusso molte volte, ma litigi veri e propri... Beh, non credo di averne mai avuti in proposito. 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei svegliato ricordandoti cosa avevi sognato?
Durante queste vacanze ho avuto un’attività onirica sfrenata. Mi svegliavo con un sacco di ricordi vivissimi, che raccontavo subito. Adesso però, a distanza di appena una settimana, non ricordo più nulla. Ce ne sono stati anche di molto divertenti, eh? Uno implicava anche la presenza di Marcella Bella, ma purtroppo non so più in quale ruolo. 




domenica 1 settembre 2013

PATOLOGIE


Ma esiste una patologia secondo la quale un individuo è assolutamente incapace di resistere all’impulso di strappare l’etichetta del prezzo dagli oggetti una volta comprati? E intendo anche sugli oggetti a casa di altri? Perché se esiste io ne soffro in maniera evidente. 





giovedì 1 agosto 2013

COSA LEGGO IN VACANZA?


Ecco qualche libro che vi consiglio di portarvi in vacanza. Non sono necessariamente novità editoriali, ma tutte uscite recenti. 

Julia Otsuka - Venivamo tutte per mare
(traduzione di Silvia Pareschi) Bollati Boringhieri, 13 euro

Esistono rari casi in letteratura nei quali la forma travalica il contenuto: questo è uno di questi. Si tratta di un libro scritto alla prima persona plurale. Protagonista della storia non è una persona, ma una comunità intera. Un gruppo di donne giapponesi sposate per procura negli anni ’40 ed emigrate negli Stati Uniti per congiungersi ai propri, sconosciuti mariti. Il lettore non conoscerà mai nel dettaglio la vicenda di ciascuna di loro, ne sentirà solo la testimonianza collettiva. Qualcuna sarà felice, qualcuna disperata, qualcuna riuscirà a cavarsela nonostante tutto, qualcuna sopperirà. Faranno figli, apriranno negozi, esporteranno la loro cucina, la loro cultura, si integreranno nel paese che le ospita e daranno vita a nuove generazioni di americani. 
Stranamente titolo italiano, malgrado del tutto arbitrario rispetto all’originale “The Buddah in the attic” (Il Budda in solaio), rende ancora meglio il suo contenuto. 
Una lettura diversa da ogni altra. Un libro intenso, bellissimo, da sorbire a piccole dosi. 

Giuseppe Rizzo - Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia
Feltrinelli, 14 euro

Già il titolo è notevole. L’attacco del libro è ancora meglio: “La Sicilia non esiste. Io lo so perché ci sono nato”. 
Giuseppe Rizzo, autore al suo secondo romanzo, ci regala una storia che sembra volere andare contro ogni pregiudizio riguardante la Sicilia e coloro che li tramandano (Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri compresi). Storia di un gruppetto di esuli sparsi per il mondo (chi a Roma, chi a Bologna, chi a Berlino) che torna al paese natio e che non riesce più a sopportare le angherie e le ingiustizie che regolano la vita locale, al punto da improvvisarsi sabotatori e combinare disastri pubblici. Commedia sgangherata, divertente e politica al tempo stesso, per raccontare un’isola che forse è diversa da come ci viene sempre presentata. 

Lidia Yuknavich - Dora
(traduzione di Costanza Prinetti)  Indiana editore, 17,50 euro

Chiunque si sia interessato di psicologia sa che l’intero impianto originale della psicanalisi fondato da Freud si basa su una serie di sette casi clinici. Uno dei più celebri è il caso di isteria di una paziente chiamata Dora, l’unico fra i sette a essere rimasto irrisolto.
La scrittrice Lidia Yuknavich ha scelto di compiere un’azzardata operazione letteraria, riscrivendo il caso di Dora e ambientandolo nella Seattle dei giorni nostri. Ecco che Dora diventa un’artista minorenne dalla sessualità vivace, membro di una famiglia disfunzionale e in cura, suo malgrado, presso lo psicanalista Sig. (abbreviativo affettuoso per Sigmund). L’impianto freudiano viene immerso dunque in un bagno di contemporaneità, mentre Dora deve destreggiarsi fra inseguimenti di presunti maniaci, richieste di partecipazione a reality show, ricatti eseguiti grazie a riprese rubate col cellulare, mostre di arte contemporanea organizzate all’aperto come flash-mob, rapimenti in ospedali psichiatrici e una transessuale ruandese dalla lingua tagliente come unico modello positivo di riferimento. 
Chuck Palahniuk si è innamorato di questo romanzo tanto da volerne firmare la prefazione (e poteva essere altrimenti?).
Leggerlo è come un giro sulle montagne russe, a volte spaventoso, a volte esilarante.

Andrew Sean Greer - Storia di un matrimonio
(traduzione di G. Oneto) Adelphi, 10 euro

Se vi piace la scrittura di Peter Cameron, allora vi piace anche questo libro. Uscito nel 2011 e ristampato da poco in edizione economica, è la storia di una relazione tesa e complessa fra un uomo e una donna nella San Francisco negli anni ’50. Pregiudizi sociali, segreti inconfessati e i traumi dovuti alla guerra appena terminata gravano sulla coppia e sulla loro ricerca di felicità. Una prosa delicata e scorrevole come quella di Cameron, ma con una trama dai risvolti inaspettati. Raramente sono rimasto a bocca aperta nella lettura di un libro come mi è accaduto per il colpo di scena (psicologico) al termine della prima parte di questo romanzo. 

Ben Fountain - E’ il tuo giorno, Billy Lynn!
(traduzione di Martina Testa) - minimum fax, 17 euro

Cosa prova un giovane eroe di guerra? Come ci si sente a essere catapultati dalle battaglie nell’Afghanistan polveroso a un tour celebrativo degli Stati Uniti alla stregua di una rockstar? Ben Fountain ha scritto un libro notevole sullo scontro in Iraq identificando come protagonista un soldato scelto texano ventenne. Billy Lynn e i suoi compagni, la squadra Bravo, dopo essere usciti coraggiosamente vincitori da un agguato nemico vengono riportati negli USA per un viaggio premio che comprende interviste televisive, un incontro alla casa bianca e una partita di baseball allo stadio dei Dallas Cowboys, dove saranno protagonisti dello show d’intervallo insieme a Beyoncé e le Destiny’s child.
E’ un viaggio da una realtà sovraesposta a un’altra: se la guerra, con la sua violenza insensata e i sacrifici sovrumani che comporta, è una follia, anche l’essere venerati come eroi, le foto e gli abbracci col pubblico, i discorsi dal palco, gli incontri privati coi Dallas Cowboys, i contratti con Hollywood per un possibile film, sono vissuti da Lynn con la stessa, perplessa, incredulità. E nella frenesia del momento, i suoi piccoli e prosaici desideri (concedersi una birra, sperare in un bacio da una delle cheerleader) sembrano piuttosto la testimonianza della sua reale - e miracolosamente ancora incontaminata - umanità. 
Sia David Eggers che Nick Hornby l’anno definito il romanzo più bello dell’anno. 
(Qui trovate le prime 15 pagine in pdf se volete farvene un’idea)

Etgar Keret - All’improvviso bussano alla porta
(traduzione di Alessandra Shomroni) Feltrinelli, 15 euro

L’israeliano Etgar Keret è universalmente riconosciuto come uno dei più geniali autori di racconti brevi. In effetti è impossibile leggere una qualsiasi delle raccolte che ha pubblicato e non rimanere stupiti per la sua straordinaria inventiva e la grande varietà di tematiche. Per chi ancora non lo conoscesse il suo ultimo libro, pubblicato quest’anno da Feltrinelli, rappresenta un ottimo primo approccio. Il lettore neofita ha già un perfetto assaggio delle sue strabilianti doti narrative a cominciare dal racconto che dà il titolo alla raccolta, “All’improvviso bussano alla porta”, che narra di uno scrittore costretto a inventare storie sotto la minaccia delle armi di un gruppo di malviventi che gli ha invaso casa. Un gioco di scatole cinesi magistrale. 

BASTARDE SENZA GLORIA 
(a cura di Francesca Genti) Edizioni Sartoria Utopia, 20 euro

Concludo con un libro super-indipendente, realizzato in maniera artigianale, con le cuciture fatte a mano. Le edizioni Sartoria Utopia sono fondate dalle poetesse Manuela Dago e Francesca Genti, che da un paio d’anni producono libri-oggetto di preziosa fattura.
Questo “Bastarde senza gloria” è forse il loro progetto più ambizioso: una raccolta di poesie di giovani autrici ironiche, arrabbiate, scatenate (come il riferimento tarantiniano del titolo ben suggerisce). Le poesie hanno titoli eloquenti come “Odiare trenitalia”, “La povera stronza”, “Invettiva contro la depilazione”, “Il giorno che mi ero stufata”. Niente a che vedere insomma con l’idea stereotipata e polverosa che in genere si ha sulla poesia. Questi sono testi rock sulfurei e sorprendenti. 
Eccone un breve estratto:
E’ quasi ora di tornare a casa.
Guido placida, ascolto Brian Eno, 
mi sorprende la bellezza quasi magica
della luna che si specchia nel Ticino
Le autrici sono: Gemma Gaetani, Alessandra Racca, Alessandra Carnaroli, Anna Lamberti-Bocconi, Valentina Diana, Silvia Salvagnini, Manuela Dago, Francesca Genti e Chiara Daino.
Il volume si può acquistare tramite il sito o presso uno dei tanti reading che le “Bastarde senza gloria” stanno portando in giro per la penisola.  


venerdì 12 luglio 2013

RIVISTE INTERVISTE: "CADILLAC MAGAZINE"



Che cos’è “Cadillac Magazine”? Come è nata e perché?
Cadillac è una rivista letteraria, con due nature: il cartaceo, che accoglie narrativa italiana e straniera, e il web, dove c’è spazio per recensioni, divagazioni e altro. Abbiamo cominciato per sfizio due anni fa, ma nell’arco di sei numeri il gioco si è fatto più serio.

Chi fa “Cadillac”?
Io, Giulio D’Antona, sono il direttore, poi c'è Mauro Maraschi che fa da editor principale e si occupa della grafica dei numeri, Fabio Deotto che è il caporedattore per il web, Andrea Pastore che fa il redattore. Natan e Michele sono i soci fondatori della società editrice. 

 Dopo 4 numeri cartacei pubblicati, avete scelto di modificare formato e impostazione grafica, come mai?
Stampare è sempre complicato per un'autoproduzione, così abbiamo scelto di passare (almeno per un periodo) al digitale e vedere come va. Questo ci ha dato l'opportunità di allargare gli orizzonti grafici e di fare cose che con il vincolo della carta non potevamo, oltre che l'occasione di rinnovarci rispetto a un prodotto che era ancora in una fase amatoriale. Sappiate che se mai stamperemo uno dei nuovi numeri sarà spettacolare.

Come selezionate il materiale da pubblicare?
Principalmente lo chiediamo ad autori che ammiriamo. All’inizio pensavamo di pubblicare molto più materiale spontaneo, ma ci siamo accorti presto che è  difficile mantenere uno standard alto e una frequenza costante con quello che arriva via email. Naturalmente il canale resta aperto e vagliamo tutto quello che ci viene proposto.

 Sulla rivista pubblicate traduzioni di racconti inediti di autori americani celeberrimi come Jonathan Lethem o tratti da riviste straniere di primo piano, come “Five dials”, “McSweeney’s” e “N+1”. Come riuscite a farlo?
Abbiamo cominciato a chiedere, a dialogare con gli editor e con gli autori stessi, qualche volta non hanno risposto, altre volte ci hanno rimandato a infiniti rimpalli attraverso agenti e maestranze, altre volte ancora siamo diventati amici e ci hanno concesso di tradurre e pubblicare i loro lavori. Il primo è stato Lethem, poi è venuto Gutiérrez, Shelley Jackson, Susan Straight, con alcuni di loro siamo ancora in contatto stretto. Con Five Dials poi è davvero un sodalizio, loro ci mandano un pezzo ogni mese e speriamo presto di poterli invitare per una grande serata celebrativa.

 Oltre alla rivista, “Cadillac” è anche un blog ricco di contenuti. In cosa si differenziano blog e rivista?
I contenuti del blog tendono ad essere più “agili”, senza nulla togliere alla qualità. Sono letture veloci, recensioni, strisce a fumetti, racconti brevi, anche qualche poesia. Lo strumento blog è molto versatile, possiamo pubblicare praticamente qualsiasi cosa e ci fa piacere aprirci a proposte e idee che nella rivista non troverebbero spazio. C'è per esempio la serie Mooned, di Lorenzo Palloni, che sembra fatta apposta per la nostra colonna di lettura, oppure la rassegna stampa settimanale di Giorgio Fontana, le poesie di Fabrizio Coppola. Sono cose che si leggono velocemente ma che hanno un grosso spessore autoriale.

Date delle indicazioni agli scrittori esordienti che stanno leggendo questa intervista e vogliono sottoporvi del materiale. Cosa state cercando? E cosa assolutamente non vi interessa?
È piuttosto semplice. Cerchiamo voci forti, che abbiano assimilato bene i propri autori di riferimento, tanto da farli appena trasparire, eludendo l’epigonismo. Siamo fortemente scettici nei confronti della letteratura di genere, ma un’occhiata non si nega mai. E non leggiamo poesia, perché pur amandola nessuno di noi ha gli strumenti per fare scouting in quest’ambito: se ne pubblichiamo è perché sono di autori già ampiamente affermati. Campanelli d’allarme sui racconti: se inizia con un risveglio, se il protagonista italiano si chiama Roger o se appare l’aggettivo “enorme” nelle prime dieci righe.

Sapete quanti lettori avete? Voglio dire, fra copie stampate e accessi on line, siete riusciti a farvi un’idea?
Ecco questa è una domanda trabocchetto. Abbiamo perso il conto delle copie vendute e non abbiamo mai avuto un conto preciso di quelle scaricate (siamo inaffidabili), ma lo avremo preso, con l'inaugurazione di una distribuzione organizzata. 

La domanda principe: perché fate una rivista di letteratura? Non era meglio andare in discoteca e drogarsi come tutti?
La verità è che noi facciamo la rivista e poi andiamo in discoteca a drogarci. Non ci facciamo mancare nulla.

Qui trovate il blog della rivista e qui il nuovo numero da scaricare.



martedì 9 luglio 2013

LA FIDUCIA NEL PROSSIMO (DI POSTO)


Un fenomeno che mi piace molto osservare è la solidarietà che si crea fra sconosciuti in biblioteca. L’atto di fiducia che si mostra più di frequente riguarda le proprietà informatiche. Qualcuno che si alza per andare a fare una telefonata, prendere un caffè, sgranchirsi le gambe, fumare una sigaretta, quindi si volta verso il proprio vicino di posto e chiede: - Mi puoi dare un’occhiata al computer? -. E’ una richiesta fondata sulla fiducia dettata dalla semplice prossimità: non mi fido dei restanti occupanti sconosciuti che mi circondando, ma mi fido di te vicino di sedia altrettanto sconosciuto. Come a dire, noi che abbiamo condiviso quest’ultima ora (o due) seduti accanto non possiamo tradirci, no? E’ un meccanismo illogico. Eppure succede di continuo e, immancabilmente, funziona. Io stesso lo sperimento: esco tranquillo a prendere una bottiglietta d’acqua al distributore nell’atrio, sul laptop da 1100 euro che contiene tutto il mio lavoro degli ultimi due anni c’è il mio vicino, estraneo e affidabilissimo, che vigila per me.


sabato 6 luglio 2013

SINTESI DI ROMANZO

Domani sull'inserto "La lettura" del Corriere della Sera apparirà un mio testo nella rubrica "L'inedito - Un romanzo in cento parole". Si intitola "Nella cattiva sorte" ed è composto da cento parole esatte. Me l'ha confidato il conteggio parole di Word, quindi ci credo.



mercoledì 3 luglio 2013

IL LADRO RITROVATO


Domenica su L'Unità è uscito questo mio articolo. Lo ripropongo qui. 


Eccolo dunque il figlio negletto, l’ultimo della lista, il rinnegato. Ora che è uscito in italiano non posso continuare a fare finta, devo affrontarlo. Sì perché questo “Il ladro di gomme” (ISBN, 17,50 euro) rappresenta per il suo autore un punto oscuro, almeno per quanto concerne il suo percorso italiano. Va detto che la vicenda editoriale di Coupland nel nostro paese è stata accidentata come poche. Un po’ come la bella del liceo, che è stata a letto con tutti ma nessuno ha voluto sposare, l’autore canadese è stato pubblicato da una miriade di case grande e piccole: Leonardo, Marco Tropea, Mondadori, Feltrinelli, Frassinelli, fino ad avere trovato (finalmente) una collocazione stabile da alcuni anni presso ISBN. E forse non è un caso che uno scrittore così anomalo, che parla di sensitive e regine di bellezza, di carneficine nei licei e della vita fra gli impiegati della Microsoft, di apocalissi nei bar degli aeroporti e di ragazze cadute in coma giusto lo spazio di un decennio, si sia sistemato con la casa editrice italiana più attenta ai fenomeni culturali alternativi, quella che pubblica saggi di Thurston Moore degli Sonic Youth sul fascino delle audiocassette o una confessione di Martin Amis sulla propria dipendenza da videogiochi. Tornando però al tortuoso percorso italiano del nostro autore, malgrado le etichette con cui i suoi romanzi venivano editati cambiavano di continuo, la sua intera produzione è sempre arrivata più o meno puntuale sugli scaffali delle librerie. Almeno fino a questo “The gum thief”, uscito in America nel 2007, i cui diritti, all’epoca, non erano stati comprati da nessuno. 
Perché? 
Difficile dirlo in un contesto così confuso, ma certo alcune tiepide recensioni straniere e i commenti in rete di scarso entusiasmo non offrivano lo stimolo ideale perché un nuovo editore se ne innamorasse. L’idea che nessuno si azzardasse a pubblicarlo però faceva paura. Gli stessi aficionados di Coupland (il sottoscritto, in primis) provavano un sentimento di reticenza nei suoi confronti, mossi dallo spettro della delusione. In sintesi: ho comprato l’edizione americana ma non ho mai avuto il coraggio di leggerla.
Ora però che la traduzione (firmata da Tiziana Lo Porto) è disponibile, scopro che quei timori erano del tutto infondati.

Cominciamo dall’impianto narrativo: “Il ladro di gomme” è un piccolo campionario di scritture possibili. Contiene lettere, appunti, pagine di diario, capitoli di romanzo (nel senso di un altro romanzo), abbozzi di racconti, note. L’escamotage è il seguente: i protagonisti, Roger e Bethany, parlano fra loro scambiandosi messaggi, dapprima scrivendo sullo stesso diario, poi Roger mostra a Brittany gli estratti di un libro che sta tentando di scrivere, poi la madre di Brittany si intromette inviando una lettera... poco a poco il lettore entra in questo gioco di scambi e parte del piacere sta anche nello scoprire con quale mezzo i personaggi comunicheranno nel capitolo successivo. Strutturalmente un azzardo, anche per un autore abituato a sperimentare (resta magistrale in questo senso il pastiche fra il Decamerone contemporaneo e un dizionario del futuro che era il suo esordio “Generazione X”, tanto riuscito da marchiare a fuoco un’intera generazione sino a quel momento priva d’identità). Un coro polifonico di cui Coupland riesce benissimo a dosare le parti e, malgrado la varietà di materiali messi in gioco, il meccanismo scatta con precisione tale da non trarre mai in difficoltà. 
In questo senso, “Lo stagno del guanto”, il romanzo dentro il romanzo, di cui il lettore segue la cui progressione parallelamente alle vicende del libro, rappresenta un trucco pienamente riuscito: al termine si ha l’impressione di aver letto in contemporanea due romanzi (cosa che, in fondo, è davvero avvenuta). 
Se la forma è quella di una combinazione a orologeria, il contenuto è una rappresentazione del tipico mondo-Coupland, sin dal luogo dove si svolge, un anonimo (e pressoché) inutile grande magazzino di articoli da cartoleria nel quale si intrecciano le vite e i dialoghi pungenti di vittime sacrificali della società contemporanea: la ragazzina che veste dark per camuffare il suo senso di inadeguatezza, il quarantenne che si sente già ampiamente fallito e non ha alcuna prospettiva di fronte a sé se non quella di tenersi stretto il posto da commesso, la madre incapace di rappresentare un modello positivo per la figlia, i colleghi meschini e invidiosi... Qui, più che in altri suoi libri, però l’autore sembra lasciarsi andare a una dose maggiore di pessimismo, o meglio, di sfrontatezza nei confronti della sofferenza: non si limita a fotografarla con qualche immagine di desolazione pop illuminata al neon e accompagnata da battutine acide. Vi si immerge proprio, la chiama col suo nome, sceglie di raccontarla. Del resto Roger non ha solo un matrimonio fallito alle spalle, ma anche un figlio  piccolo morto in un incidente stradale, il suo essere costantemente sul punto del crollo emotivo è comprensibile, e profondamente umano. 
Ecco allora che l’intero romanzo si rivela essere un duplice omaggio alla scrittura: attraverso le sue forme e attraverso il suo potenziale. Se si intravede nel finale una timida possibilità di riscatto è perché la lunga corrispondenza fra i protagonisti li ha aiutati a comprendersi e sostenersi a vicenda, così come il manoscritto che Roger tira fuori dal cassetto e riesce a proseguire è forse il primo segnale concreto di una sua rinascita. Scrivere come atto salvifico. Scrivere a mano, addirittura. Lettere, addirittura. Quasi una svolta per un autore quale Coupland, paladino dell’innovazione tecnologica come nessun altro. 

Ma se è vero che la grandezza sta nei particolari, allora lasciamo perdere le considerazioni generiche e concentriamoci sui dettagli. Prendiamo per esempio il terzo capitolo, con la voce narrante di Roger, ed estrapoliamolo come se fosse un racconto (si può fare perfettamente). Ci colpisce subito, a partire dal potente incipit: “Dolore! Il dolore è in ogni dove - un livido che non si fa mai giallo e non sbiadisce, un’erbaccia che uccide il raccolto. Il dolore è una persona anziana, che è morta sola in una stanzetta di merda. Il dolore è vivo, è nelle strade e nei centri commerciali. Il dolore è nelle stazioni spaziali e nei parchi a tema. Nel Cyberspazio, nelle Montagne Rocciose, nella Fossa delle Marianne. C’è così tanto dolore”. E prosegue col resoconto di come il protagonista abbia incontrato quella che diventerà la sua compagna e la madre dei suoi figli, nello studio di una chiromante che invece di predirgli il futuro ha sezionato brutalmente il suo passato, rimproverandolo per il suo pessimo carattere, causa principe dei suoi errori. La donna che si innamorerà di lui lo conosce così, un concentrato di debolezze, e il capitolo si chiude con due righe che sintetizzano tanto il presente di Roger, quanto le reali capacità di preveggenza della sensitiva. 
E’ un racconto perfetto e da solo cancella per sempre - almeno per me - il marchio d’infamia con cui troppo a lungo, e ingiustamente, questo romanzo è stato bollato.