sabato 4 agosto 2012

LA STORIA E' TUTTA MIA


Scrivere comporta una dedizione che pochi sono realmente disposti a concedere. Innumerevoli volte mi è capitato di sentire gente annunciare di essere al lavoro su un libro.  A volte si è trattato anche di persone con una certa professionalità (giornalisti, blogger) e di una notevole fama (cantanti, attori, in questo caso quasi sempre con anticipi di migliaia di euro già versati sul loro conto corrente da parte di grandi case editrici). Dichiaravano l'entusiasmo dell'inizio, la gioia di comporre le prime pagine, di mettere su carta i propri pensieri e/o i propri ricordi. Bastavano poche settimane perché tutta questa esaltazione evaporasse. I più abbandonavano dopo qualche capitolo. L'attore e il cantante mollavano tutto nelle mani di un ghost-writer, per salvare il contratto e l'anticipo già incassato ("Però la storia è tutta mia" si affrettavano a specificare, come se questo cambiasse qualcosa). 
Un'altra ingenuità legata alla scrittura riguarda appunto il valore dell’idea. L'idea per un libro, l'idea per un racconto. Non so quante volte mi è capitato di ascoltare frasi del tipo "Ho un'idea fantastica per un romanzo, solo che non ho il tempo per scriverlo", quasi a lasciare intendere che la sola differenza fra noi consistesse in una vita meno impegnata (la mia, dal momento che avevo anche il tempo per scrivere).



giovedì 19 luglio 2012

ORO, ARGENTIERA E MIRRA

Come ogni anno, in questa stagione, torna "Sulla terra leggeri", il piccolo festival di letteratura e musica, organizzato tra gli altri da Flavio & Paola Soriga, Geppi Cucciari e il sottoscritto, che si svolge nella strepitosa cornice dell'Argentiera, in provincia di Sassari. Il programma di quest'anno è fittissimo e prevede tre serate di anteprime in varie località tra Sassari e dintorni, oltre al consueto weekend intenso al borgo. Tra gli ospiti di quest'anno ci saranno Fabio Genovesi, Daria Bignardi, Dente, Luca Telese, Brunori SAS, Federico Russo & Marisa Passera, Michele Serra, Luca Sofri, Matteo Caccia, Flavio Insinna, Luca Bottura e Piero Dorfles. Più un sacco di altra gente. 
Oltre al festival, sono previsti due laboratori per il pubblico: uno di scrittura radiofonica (tenuto dal giornalista Alberto Urgu) e uno sull'editoria (tenuto da Paola Soriga e me). 
Trovate il programma, l'elenco completo degli ospiti, le info sui laboratori e tutte le istruzioni per arrivarci qui.
Vi aspettiamo. 



PS Qui trovate anche dei divertenti video "promozionali" di Dente e Brunori SAS. 


mercoledì 11 luglio 2012

INDIANATE


Da qualche tempo non scrivo aggiornamenti sulla mia collaborazione con la casa editrice Indiana. In realtà ho colpevolmente tralasciato di segnalare su questo blog una delle uscite più importanti, quella che peraltro è stata accolta con maggiore attenzione dalla stampa, ossia “Sinapsi”. Si tratta del ritorno in libreria di uno degli autori di punta del movimento cannibale degli anni ’90, Matteo Galiazzo, che da dieci anni esatti ha smesso di scrivere e pubblicare. Il libro non a caso ha per sottotitolo “Opere postume di un autore ancora in vita”, perché per realizzare questa raccolta di racconti ho dovuto agire come nel caso di scrittori deceduti, ossia andare a ripescare testi usciti su riviste, antologie, fanzine e mai pubblicate in volume prima. Poiché Galiazzo ha rinunciato a scrivere ma è comunque giovane,  vivo e vegeto, a differenza dei curatori che operano con autori scomparsi ho potuto avvalermi della sua stessa collaborazione e avere accesso anche a testi inediti e operare con lui scelte sul materiale da includere o meno. Il libro (che comprende 22 racconti in oltre 300 pagine) si conclude con una lunga intervista che ho condotto personalmente, nella quale Galiazzo spiega (con ironia e acume) le motivazioni che l’hanno spinto ad abbandonare la scrittura. 
Chi non ha mai letto questo autore (è possibile, perché i suoi libri sono esauriti da tempo), farà una piacevole scoperta: Galiazzo è stato uno dei più talentuosi scrittori del decennio precedente ed era un delitto che rimanesse assente dagli scaffali delle librerie. 
Tutti i maggiori quotidiani e vari organi di stampa hanno recensito “Sinapsi”. Trovate qui i link a questi articoli.



Infine, sul Mucchio Selvaggio attualmente in edicola, c’è un’intervista a Douglas A. Martin sul suo romanzo “Una traccia del mio amore” (che include anche una domanda sulle reazioni di Michael Stipe alla pubblicazione del libro). La trovate anche on line sul tumblr dedicato a Martin.  


lunedì 2 luglio 2012

F.A.Q. ME


Da quando faccio lo scrittore la domanda che mi viene posta più spesso è “Per cosa sta la B. di Matteo B. Bianchi?”. A questa ho già dato risposta decine di volte (- E’ inventata, l’ho inserita fra nome e cognome per evitare casi di omonimia. Gli artisti spesso hanno un nome d’arte, io ho una sola lettera d’arte -). Ma nell’ipotetica classifica delle domande più frequenti, al secondo posto probabilmente si classificherebbe quest’altra: “Ma tu sei (ti consideri) uno scrittore gay?”. 
Non ho mai saputo dare una risposta decente e significativa a questa questione, perché non credo ci sia. Cosa dovrei dire? Sono uno scrittore e sono gay. Le due cose sono separate? Sono separabili? Ho scritto libri nei quali l’omosessualità aveva un ruolo centrale, altri in cui era quasi assente. Questo mi rende alternativamente scrittore gay e scrittore non sessualmente classificato? E soprattutto, è utile saperlo?
Una volta ho provato a fare un esperimento: ho risposto un sì convinto nel corso di un incontro e un no altrettanto convinto nel successivo. Le reazioni sono state le stesse (speculari e opposte): c’è chi mi ha contestato di lasciarmi condizionare dalla mia sessualità e chi mi ha contestato di rinnegarla. E comunque tutti hanno messo in discussione la mia risposta, nessuno la legittimità della domanda.

Il caso ovviamente non riguarda solo me ma centinaia di autori. Se ne parlo è perché l’altro giorno ho letto sull’Huffington Post un interessante articolo nel quale lo scrittore americano (a me sconosciuto) Ryan Quinn pone interessanti spunti di riflessione. Vi invito a ritrovarlo qui
Riassumendo, Quinn ha da poco pubblicato il suo primo romanzo, "The fall", che ha per protagonisti due atleti, un ragazzo (gay) e una ragazza (etero). Il libro, a sorpresa, si è classificato al primo posto della classifica di Amazon “Best-selling gay & lesbian fiction”. Superata la soddisfazione di essersi ritrovato da esordiente in testa a una classifica, l’autore (non senza una certa ironia) ha cominciato a farsi delle domande: perché il mio libro viene classificato come gay? Il romanzo segue le vicende sportive e private di entrambi: perché la parte riguardante il ragazzo risulta più significativa dell’altra?
Il libro si è classificato secondo anche nella lista della “Best-selling sport fiction”, dopo John Grisham. Quinn si chiede: se Grisham oggi scrivesse un libro con un protagonista gay finirebbe nella classifica della gay & lesbian fiction? No perché l’autore non è gay? No perché finora non ne ha mai scritto? 
Ryan Quinn, che ha un passato da sportivo, aggiunge anche di aver accettato per anni l’etichetta di “atleta gay”, in quanto gli sembrava significativo in ambito sportivo non nascondersi dietro false facciate e lo rendeva speciale. Allo stesso tempo, quando gli capitava di sentirsi dire dai compagni: - Tu non sembri affatto gay -, non sapeva come reagire all’osservazione (era un complimento? doveva ringraziare? doveva infastidirsi?).

Gestire le etichette non è mai facile. A volte, essere identificato in un genere, in una specifica corrente, ha i suoi vantaggi. Sarei un idiota se non riconoscessi come, al mio esordio, poter contare su una rete di associazioni, manifestazioni, librerie, rassegne legate alla comunità omosessuale mi abbia fornito un notevole sostegno e un veicolo importante per farmi conoscere dal pubblico. Altre volte la stessa etichetta però si è rivelata una pesante zavorra: ogni volta che vengo invitato da una trasmissione radio o da un festival letterario a commentare tematiche legate al mondo gay mi verrebbe da sottolineare che sono e resto comunque uno scrittore italiano, in grado di esprimere giudizi anche su altri temi e partecipare anche alle altre tavole rotonde a cui sono invitati gli scrittori presenti. Non è che io mi esaurisca nell’essere gay. 

Anni fa ho letto un bellissimo racconto di Elena Stancanelli nell’antologia “Bloody Europe” (Playground) in cui raccontava della sua partecipazione a un festival londinese nel quale tutti, ossessivamente, prima o poi le rivolgevano la domanda Sei lesbica?, come se questo avesse una rilevanza nel giudicare il film che era andata a presentare. 

Ma il punto di vista di Ryan Quinn sposta ancora più in là il discorso: nel suo caso, un romanzo di ambientazione universitaria e sportiva catalogato come “gay fiction” sembra promettere contenuti che non sono presenti (come l’omoerotismo negli spogliatoi, per dire). Allora, conclude l’autore, se l’etichetta è inevitabile, forse è il caso di cominciare a capire che la “letteratura gay” non è tutta omogenea, che esistono differenze al suo interno, a volte anche molto profonde.

Mi sembra una posizione interessante sulla quale ragionare. 


mercoledì 27 giugno 2012

SIGNORINA ALLE RISORSE UMANE

Da tempo gli Egokid mi chiedevano di collaborare a un loro videoclip. L'idea giusta è venuta una sera a cena in una piccola trattoria milanese, in compagnia dell'amico comune (e grande fan della band) Alessandro Fullin: un colloquio di lavoro nel quale vengono richieste agli intervistati competenze impossibili da parte di un'esaminatrice feroce. 
Il risultato è questo. 


mercoledì 20 giugno 2012

LA QUESTIONE DELLA VERITA'


Una situazione che ho visto ripetersi spesso: l’alunno del corso legge un suo racconto, io gli faccio notare che una determinata scena risulta confusa e poco credibile, lui ribatte con fierezza che le vicende che racconta sono accadute realmente e nel modo esatto in cui le ha riprodotte, io replico con candore che non me ne può importare di meno. Segue il consueto attimo di sbalordimento, lo sguardo attonito dello studente e l’immancabile, scandalizzata, domanda: - Cioè vuoi dirmi che in un testo autobiografico io dovrei raccontare il falso?!? -.
Non è questo il punto. 
E’ la domanda stessa a essere sbagliata e fuori luogo: perché uno scrittore si occupa di narrativa, non di verità. Sono due concetti separati e, talvolta, persino distanti.
Un lettore in una storia cerca personaggi vividi, un intreccio coinvolgente, un linguaggio brillante. Cerca illuminazioni, spunti, stimoli, riflessioni, stupore, persino riflessi di sé. La verità la cerca altrove (nei reportage, nei saggi, nei quotidiani). Qualora la cercasse in un romanzo, vorrebbe comunque che questa fosse coerente e solida. Nella vita reale spesso non lo è. Ma appunto, un racconto, un romanzo, non sono la vita reale, per quanto possano prendervi ispirazione anche diretta: sono la vita reale filtrata attraverso lo sguardo di un narratore. 
Il compito di chi racconta è quello di scegliere i materiali, organizzarli, dare loro una sequenza e una concatenazione, plasmarli fino a renderli una storia. Non a caso, narratori diversi posti di fronte allo stesso evento ne produrrebbero racconti profondamente diversi. 
Una delle lezioni più illuminanti che abbia mai ricevuto è stata durante un corso universitario nel quale l’insegnante ci aveva chiesto di scrivere le istruzioni per preparare una tazza di caffè. Un compito che era parso a tutti noi insensato e sterile. Quando è stato il momento di leggere ad alta voce i nostri elaborati, le differenze si sono rivelate sbalorditive: per quanto si trattasse di gesti meccanici e quotidiani, comuni a ogni italiano, ciascuno di noi ne aveva fornito una descrizione diversa: la conservazione del caffè, la quantità di miscela, la temperatura dell’acqua... Ognuno aveva una propria abitudine, una personale ricetta.
Noi siamo questo: differenze.
Piccoli scarti soggettivi che rendono la nostra esperienza inesorabilmente unica.
Quando scriviamo una storia non importa quale sia la verità: conta solo la nostra verità, quella che scegliamo di raccontare e come scegliamo di farlo.

[E poi, dal macro al micro, nel dubbio specifico posto da un aspirante autore in un corso di scrittura: di quale verità stiamo parlando? Se mi racconti l’esilarante episodio di quella volta che tuo cugino è caduto nel fango, l’amica che passa e vi vede, la vergogna, le matte risate, chi concerne questa verità? Tu, tuo cugino e l’occasionale amica? I tuoi futuri lettori (centinaia, migliaia, auguriamoci milioni), non erano certo lì, non conoscono l’esatta sequenza degli eventi, non hanno motivo né di metterla in dubbio, né di contestarla, ma soprattutto, non importa: per loro, in questo momento, tu, tuo cugino e la tua amica siete personaggi in una storia. Tramite voi si aspetta di rivivere la comicità (o il dramma, o la tensione, o l’inquietudine, o) del momento. E’ questo che tu, autore, devi dargli. Non la verità.]



venerdì 15 giugno 2012

LEGGERE PER SCRIVERE


Gli scrittori in fase produttiva hanno spesso un rapporto ambivalente con la lettura. Spesso mi è capitato di trovare nelle interviste affermazioni estremiste a questo proposito. Numerosi autori dichiarano di non leggere nulla mentre stanno scrivendo i propri romanzi per evitare di venire influenzati dallo stile dei colleghi. E' un'affermazione che mi ha sempre stupito e che (a dirla tutta) trovo sconcertante. 
Tanto per cominciare, se bastasse leggere un certo scrittore per assorbirne il timbro, allora il mondo sarebbe pieno di emuli di scarso talento ma di notevole stile. Tanti Flaubert, tanti Checov, tanti Carver. Chi ha mai frequentato corsi di scrittura, sia in veste di alunno che di docente, sa bene quanti cerchino disperatamente di emulare i propri autori di riferimento, con risultati deludentissimi. Non solo non basta leggerli, non basta neppure copiarli sfacciatamente.
Ma non è questo comunque a lasciarmi perplesso, quanto l’idea di interrompere il rapporto diretto che intercorre fra lettura e scrittura. Per me leggere mentre scrivo è fondamentale. Emozionarmi per un bel romanzo è quanto di più stimolante esista per spingermi a continuare nella stesura dei miei testi. Il contenuto e lo stile di ciò che sto leggendo non ha alcuna influenza sul contenuto e lo stile di ciò che sto scrivendo (forse perché sono un lettore vorace e leggo cose così differenti fra loro che se avessero  una diretta conseguenza sulla mia produzione realizzerei libri schizofrenici). Piuttosto è il piacere che mi provoca la lettura a a farmi vincere resistenze e pigrizia, a riportarmi in biblioteca alla nove di mattina e andare avanti col mio romanzo. Mi ricorda il perché io stia scrivendo un libro. Come potrei farne a meno?