lunedì 14 settembre 2015

LA PAROLA AI LIBRAI


L’editoria è in crisi. Il mercato del libro sta attraversando una fase delicata e incerta di trasformazione: l’avvento del digitale, le piattaforme per l’autopubblicazione, la fusione dei grandi gruppi editoriali, il crollo delle vendite, i social network che sottraggono tempo alla lettura tradizionale. In questo confuso scenario, nel quale anche le previsioni a breve termine sono difficili da fare, molte piccole case editrici sono costrette a chiudere e ancora di più sono le librerie indipendenti che abbassano la saracinesca. Ma quelle poche che resistono, come riescono a farlo? In anni di attività come scrittore, attraverso presentazioni, incontri, festival e manifestazioni, sono entrato in contatto con numerosi librai e spesso sono rimasto affascinato dalla loro passione, dalla loro preparazione e dall’entusiasmo col quale svolgono il loro lavoro. Sono loro che reggono in piedi, senza alcuna agevolazione e spesso senza nessuna riconoscenza, un tessuto culturale che permette a questo paese di essere ancora vivace e reattivo, anche in zone dove sembrerebbe impossibile esserlo. Così mi sono chiesto, ma loro come stanno vivendo questo momento? Cosa pensano? Come percepiscono il loro ruolo? Che difficoltà incontrano e che soddisfazioni provano? Ho stilato una serie di domande e le ho inviate ad alcuni amici sparsi per la penisola. A partire da oggi comincio a pubblicare le loro risposte, via via che mi giungono. 

Trovate la prima qui


(PS: Se siete anche voi dei librai e volete dire la vostra, fatemelo sapere).


giovedì 3 settembre 2015

SEMBRAVA UNA FELICITÀ (E LO È)

In vacanza ho letto un libro ottimo e non posso trattenermi dal consigliarlo. Mi fa piacere farlo anche perché fa parte dei primi titoli di una nuova casa editrice nata a Milano con la sigla Enne Enne Editore e che sin dagli esordi si caratterizza per scelte di elevata qualità narrativa e una grande cura editoriale del prodotto, dalle traduzioni alle copertine.
Il romanzo che mi ha fatto innamorare è “Sembrava una felicità” della scrittrice americana Jenny Offill, e già chiamarlo romanzo è un po’ azzardato. Il testo infatti non è una narrazione lineare, quanto una serie di piccoli quadretti, di poche righe ciascuno, che possono essere tanto i pensieri della protagonista, quanto citazioni da libri di autori e filosofi classici, quanto barzellette o brevi aneddoti. Quasi un quaderno di appunti. E tuttavia da questi frammenti ricaviamo la storia del romanzo, che è quella di una scrittrice con l’aspirazione di diventare una grande della narrativa ma che è incapace di terminare un nuovo libro, mentre deve badare alle esigenze pressanti della figlia in età prescolare e affrontare il sospetto del tradimento del marito. 
Leggendo queste pagine si ha l’impressione di un gioco di scatole cinesi: sembra quasi che la protagonista, non riuscendo a portare a termine il suo libro, si sia dedicata a prendere una serie di annotazioni che finiscono per formare un altro libro, quello che abbiamo fra le mani.
Il titolo originale del volume è più vicino al suo contenuto, ma difficilmente adattabile in italiano: “Dept. of speculation”, ossia all’incirca “Il magazzino della speculazione”, dove per speculazione si intende quella filosofica, mentre noi penseremmo istintivamente a quella edilizia. Non a caso, all’interno del romanzo (molto ben tradotto da Francesca Novajra), è reso con un più generico, ma efficace “Ufficio pensieri”. 
Jenny Offill ha dichiarato che originariamente aveva scritto l’intero romanzo in forma tradizionale, poi si è resa conto che non la soddisfaceva affatto e ha ricominciato da capo, concedendosi questa forma assoluta di scioltezza creativa. Si può quasi respirare il senso di liberazione che deve aver provato: il testo accosta riflessioni profonde a curiosità da Settimana Enigmistica, riferimenti a Rilke a canzoncine per bambini, secondo uno schema che sembra suggerire anche un certo aspetto ludico. A conferma di ciò, l’autrice ha svelato che molte delle citazioni incluse nel testo sono dovute a un gioco che si divertiva a fare in biblioteca: apriva a caso pagine di testi classici per vedere se trovava frasi adatte da riportare nel libro. “Una roulette letteraria” l’ha definita.
Una tale, gioiosa libertà non poteva che sembrarle colpevole, per questo aveva detto al marito: - Sto scrivendo un libro che non leggerà nessuno, al massimo qualche collega scrittore, ma sono più contenta così -. Si sbagliava: questo volumetto di 160 pagine è diventato un caso sia negli USA che in Inghilterra, è stato candidato a diversi premi e segnalato fra i romanzi dell’anno del New York Times. Risultati che hanno sorpreso lei per prima.

“Sembrava una felicità” è senza dubbio uno dei libri più originali usciti negli ultimi anni. Fatevi sorprendere. 



martedì 4 agosto 2015

COSA LEGGO QUEST’ESTATE?

Visto che continuano in tanti, anche privatamente, a chiedermi consigli su cosa leggere quest’estate, mi sono deciso a raccogliere un po’ di segnalazioni. Non si tratta necessariamente di novità: alcuni sono libri appena pubblicati, altri sono di qualche tempo fa, ma che credo valga la pena recuperare, altri ancora sono di autori transitati dal laboratorio di ‘tina, e alcuni sono testi che ho segnalato io stesso alle case editrici con cui collaboro. 
In sintesi, non c’è un criterio preciso, se non quello che mi sono piaciuti molto. 



GEORGE PLIMPTON - “Truman Capote” (Garzanti)

La migliore e forse più corposa biografia sullo scrittore Truman Capote è quella firmata da George Plimpton, uscita negli Stati Uniti nel 1997 e pubblicata finalmente anche nel nostro paese solo quest’anno. 
Plimpton, fondatore della storica rivista letteraria “The Paris review”, è stato l’inventore della biografia orale. Per realizzare il volume su Capote ha realizzato centinaia di interviste con chiunque avesse avuto rapporti significativi con lo scrittore e poi ha ordinato i frammenti di queste interviste in modo da ottenerne una narrazione organica. Eloquente in questo caso il sottotitolo dell’opera: “Dove amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta”. 
Quella di Capote non sembra una vita, quanto una leggenda: l’infanzia in un paesino di campagna del sud, allevato da nonna e zie dopo l’abbandono dei genitori; il ricongiungimento con la madre nell’adolescenza e il trasferimento a New York; lo sfolgorante debutto nel mondo della narrativa a soli 22 anni; la fama immediata; la carriera come sceneggiatore a Hollywood; la frequentazione del jet-set internazionale (dai Kennedy agli Agnelli), delle star del cinema (da Marilyn Monroe a Charlie Chaplin, da Greta Garbo a  Humprey Bogart), dei grandi della letteratura (da Tennessee Williams a Christopher Isherwood); le scontro acerrimo a suon di querele con nemico storico Gore Vidal; il progetto ambizioso di trasformare un trafiletto di cronaca nera in un grande romanzo a cavallo fra il reportage e la fiction (il capolavoro “A sangue freddo”, per completare il quale uscirà psicologicamente distrutto); l’alcolismo; la pubblicazione dei primi capitoli di un romanzo sui vip a cui stava lavorando e che gli costerà l’amicizia praticamente di chiunque...  
Leggere queste vicende dalla viva voce di chi l’ha conosciuto, amato e spesso cordialmente detestato, è appassionante come un romanzo, se non di più. 



FABIO VIOLA - “I dirimpettai” (Baldini & Castoldi)

Un vicino spia dal palazzo di fronte i suoi dirimpettai: sono una coppia gay della Roma bene, il più maturo è un dirigente televisivo, il
più giovane un attore di belle speranze. Insieme formano una coppia insopportabile: battibeccano continuamente fra loro su questioni irrisorie, licenziano una cameriera sudamericana dopo l’altra, organizzano cene di un certo livello dove hanno ospiti come il sindaco Alemanno, criticano ferocemente ogni componente delle rispettive famiglie e ogni conoscenza in comune. 
Politicamente scorretto come pochi e scritto con cattiveria magistrale.
Libro gay dell’anno, se i gay leggessero. 



Jonathan Miles - “Scarti” (minimum fax)

Ci sono libri che per la loro mole sono più adatti a letture estive che in altri periodi dell’anno. Con le sue 575 pagine “Scarti” è uno di questi. Come il titolo lascia intuire i protagonisti del romanzo non sono degli eroi o dei vincenti: al contrario, sono giovani senzatetto che vivono di espedienti a New York, riappropriandosi di quello che la società consumistica butta via; un professore di linguistica obeso incapace di affrontare l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie e che deve assistere il padre, uno studioso di storia malato di Alzhaimer, in grado di recuperare ricordi e conoscenze lontane nel tempo, ma incapace di tenere a mente quasi nulla che riguardi il suo presente; una famiglia composta da una donna rimasta vedova dopo l’11 settembre, che ha scoperto dopo la sua morte che il marito la tradiva, il suo secondo marito, un arrivista che ha fatto i soldi riscuotendo cinicamente debiti ormai scaduti in prescrizione, e la figlia adolescente, innamorata di un giovane spacciatore messicano. 
Personaggi che devono fare i conti faticosamente e ogni santo giorno con le ristrettezze (economiche, sentimentali, morali) della propria vita, ma che in qualche modo devono trovare la forza per non demordere.
Il libro è stato accolto con grandi elogi dalla critica americana. Se vi è piaciuto “Le correzioni” di Jonathan Franzen e in generale via piacciono gli autori che si cimentano nell’impresa di scrivere il “grande romanzo americano”, ci sono buone probabilità che vi piaccia questo tomo di quasi 600 pagine, in grado di tenervi impegnati per gran parte delle vacanze. 



Ilaria Bernardini -  "L'inizio di tutte le cose" (Indiana)

Nove racconti sul tema della maternità potrebbero suonare come noiosi, tranne a chi è strettamente legato al tema per interesse personale o perché si trova nella felice circostanza di aspettare un figlio. 
Ilaria Bernardini invece sa spazzare via lo spettro del prevedibile con questi racconti di una brutale onestà e dallo spirito quasi punk, nei quali una donna incinta all’ottavo mese tradisce il marito con il fidanzato di un’amica a una festa, una neo-mamma non riesce a rinunciare al piacere sensuale di allattare dopo lo svezzamento del figlio e decide di continuare a farlo con degli adulti a pagamento, un’altra ammette di non essere più in grado di allevare il proprio neonato dopo l’ennesima notte in bianco... 
L’autrice mette in scena paure e desideri che forse hanno attraversato la mente di molte donne in attesa ma che raramente sono stati messi nero su bianco con questa liberatoria chiarezza.   



John Niven - A volte ritorno (Einaudi)

Dio si è distratto un attimo e quando torna a occuparsi del creato vede in che stato disastroso versa l’umanità contemporanea. Decide che è il caso di far tornare suo figlio sulla terra per cercare di rimettere in sesto le cose. Sbarcato a New York Gesù Cristo raccatta attorno a sé una simpatica compagnia di drogati, ragazze madri e gay sieropositivi, prima di finire come concorrente in un talent musicale tipo “American Idol”: del resto, quale platea migliore per diffondere il verbo di Dio che milioni di spettatori televisivi sintonizzati ogni settimana?
Romanzo rutilante e dal ritmo indiavolato, pieno di trovate fino all’ultima pagina.  L’autore è scozzese, e si sente. La prosa ha un po’ il sapore dell’Irvine Welsh di “Trainspotting”, ma con parecchia più ironia. Un libro iconoclasta al punto che in America si sono rifiutati di pubblicarlo e che farebbe stramazzare al suolo tutte le sentinelle in piedi del nostro paese se ne venissero a conoscenza. 



Giorgio Specioso - “Dinosauri” (Baldini & Castoldi)

Chi ha letto l’ultimo numero di ‘tina ricorderà l’ottimo racconto d’apertura, “Grande Slam”, firmato dall’esordiente Giorgio Specioso. Pochi mesi dopo Specioso ha debuttato col suo primo romanzo, un libro di difficile classificazione, che inizia come un ritratto corrosivo del mondo del terziario (amori, ripicche e tradimenti fra colleghi di ufficio) per trasformarsi progressivamente in uno scenario distopico, nel quale gli psicologi assurgono al ruolo di guru in attesa di un’imminente invasione di dinosauri. L’autore è bravissimo a condurre il lettore da una condizione di apparente normalità a una nella quale tutto può accadere. Un romanzo originale e sorprendente.  



Teddy Wayne - “La ballata di Jonny Valentine” (minimum fax)

Com’è la vita di una popstar dodicenne? Cosa significa vivere l’adolescenza mentre si viene costantemente esposto sui media e sui social network? Cosa c’è di vero e cosa di costruito nelle carriere delle piccole star?
Wayne cerca di rispondere a queste domande attraverso la figura immaginaria di Jonny Valentine (che però ricorda moltissimo quella di un Justin Bieber, per intenderci), seguendo la vita del cantante in ogni suo aspetto: le tourné, le registrazioni del disco, gli allenamenti quotidiani, le interviste, i video per YouTube, gli aggiornamenti sui social network, le foto scattate su commissione con la sua finta fidanzata, le amicizie supervisionate dalla mamma manager, il divieto assoluto di uscire a fare festa... Una prigione dorata, dove tutto luccica e tutto è controllato al millimetro. 
Uno libro in grado di prendere un fenomeno evanescente e trasformarlo in reale materia letteraria. 


    
Paolo Nori - La piccola battaglia portatile (Marcos y Marcos) 

La produzione letteraria di Paolo Nori si sta facendo sterminata, ma l’autore non smette di regalarci dei piccoli gioiellini, come questo esilarante resoconto della vita in compagnia della figlia, una bambina che nei libri ha battezzato “la Battaglia”. Nori racconta i primi viaggi fatti insieme, le incomprensioni, le teorie strampalate, le grandi domande: ho riso moltissimo leggendo queste pagine. Spesso i bambini piccoli sanno essere sbalorditivi, ma non tutti hanno per genitore un autore brillante come Nori in grado di immortalarne le scoperte e renderle spunto per meditazioni filosofiche sulla nostra società. 


Accanto a questi titoli, continuo a consigliare vivamente la lettura di “Io, la divina” di Rabih Alameddine (Bompiani), di cui avevo parlato diffusamente qui

lunedì 3 agosto 2015

GLI ANZIANI IN BIBLIOTECA

Sono incapaci di modificare il tono di voce. Quando parlano fra loro lo fanno con lo stesso volume che userebbero al bar o per strada.

Sembrano tutti inconsapevoli di recare un cellulare con sé. 

Quando il cellulare suona (assordante, nel silenzio immacolato) impiegano diversi secondi prima di capire che è proprio il loro che sta squillando.

Quando lo capiscono (al sesto, settimo squillo), invariabilmente, rispondono.

Sembrano ignorare la possibilità di uscire dalla biblioteca per continuare la conversazione.

Sembrano indifferenti all’idea che chiunque venga a conoscenza dei fatti loro.

Sembrano inconsapevoli dell’ipotesi di disturbare.

Quando finiscono, rimettono l’apparecchio in tasca senza silenziarlo per il rischio di chiamate successive.

Sembrano francamente ignorare l’esistenza della modalità di silenziatore. 

Tutti. 



giovedì 28 maggio 2015

AGGIORNAMENTI SUL MIO BARBIERE

Qualche mese fa avevo pubblicato una piccola epica via Twitter sul mio barbiere, che aveva incontrato un discreto successo. Mi sembra giusto tornare ogni tanto ad aggiornare gli interessati sugli sviluppi della faccenda, così ieri ho pubblicato nuovi tweet sull’argomento, che ho raccolto qui di seguito per i lettori del blog. 

Il mio barbiere, se mi irrita col rasoio, si giustifica dicendo: “Chi bello vuole apparire un po’ deve soffrire”.

Il mio barbiere quando parla di Viagra non usa mail il suo nome commerciale ma il gentile eufemismo “la pillolina blu”.

Il mio barbiere dice che, anche se sei anziano, “la pillolina blu” non serve a niente, basta che c’è la passione.

Il mio barbiere ha circa 40 anni e riporta questa affermazione come verità perché “l’hanno detto a Porta a porta”. 

Il mio barbiere è andato con la moglie in un locale a Vigevano, ma poiché era chiuso hanno deciso di visitare la città. 

Il mio barbiere dice che la piazza di Vigevano è bellissima.

Il mio barbiere dice che “nei nostri dintorni ci sono delle cose bellissime e la gente non lo sa neanche”.

Il mio barbiere mi ha fatto ascoltare una compilation di musica trance che gli ha registrato un suo cliente. 

Il mio barbiere mi ha chiesto: “Sai chi ha inventato la musica trance?”, io ho ammesso di non saperlo e lui: “Gli indiani d’America”.

Non so dove il mio barbiere prenda queste informazioni prive di fondamento.

Il mio barbiere dice che dal pasticcere compra la torta “Sciaccher”, che è buonissima.





mercoledì 29 aprile 2015

'tina 29: DAL CARTACEO AL WEB

A quasi un anno di distanza dall'edizione in cartaceo, il numero 29 di 'tina è ora disponibile on line (e con un sito rinnovato). Potete scaricare il .pdf e leggervi i racconti del cantautore Dente, di Giorgio Specioso (che all'epoca dell'uscita era un esordiente in cerca di editore e che oggi è in libreria col romanzo "Dinosauri" pubblicato da Baldini & Castoldi), di Elena Ghiretti, Mauro Maraschi e dell'esordiente (in romanesco!) Maria Cristina Comparato. 
Intanto i lavori per il numero 30, sempre in cartaceo, ma con un nuovo e imprevedibile formato, procedono spediti in previsione della sua uscita estiva. 
Stay tuned e bella lì.


lunedì 27 aprile 2015

L’INCREDIBILE LIBRO CHE RICOMINCIA 39 VOLTE

Nelle recensioni talvolta si fanno promesse irrealizzabili: “Questo libro vi commuoverà”, “Un romanzo in grado di sorprenderci e farci riflettere”, “Un thriller che vi terrà incollati alla pagina”... Sono supposizioni in forma di assicurazioni, ipotesi nella maggior parte delle volte destinate a non corrispondere alle aspettative del lettore.
Nel caso del libro di cui sto per parlarvi posso invece scrivere senza tema di smentita che si tratterà di uno dei romanzi più originali che vi capiterà di leggere. E non intendo quest’anno: intendo nella vita.
Si intitola “Io, la Divina”, l’autore è Rabih Alameddine (editore Bompiani, nella traduzione di Licia Vighi). 
Da anni ne attendevo la pubblicazione in Italia. L’avevo letto ai tempi della sua uscita americana e mi era parso innovativo in maniera spettacolare, al punto da citarlo quasi in ogni lezione di scrittura creativa che abbia tenuto, sebbene si trattasse di un riferimento inutile perché ancora non disponibile nel nostro paese. Era tuttavia un riferimento imprescindibile, dovevo accennarvi.
“Io, la Divina” racconta la vita di Sarah Nour el-din, nata a Beirut, in Libano, e trasferitasi negli Stati Uniti mentre nel suo paese infuriava la guerra. Sarah ha una vita piena di eventi e di relazioni (due ex-mariti, svariati amanti, un figlio, diverse sorelle - una delle quali sarà vittima di una insensata tragedia, un’altra che svelerà gravi turbe psichiche), è divisa fra due culture, scoprirà in età matura di avere talento artistico, affronta il carico di felicità e dolori che una vita intensa può regalare. Ma non è nella trama che sta la grandezza di questo testo. La sua originalità estrema, la sua unicità, è svelata dal sottotitolo (presente nell’edizione USA e un po’ inspiegabilmente assente in traduzione): “Un romanzo in capitoli primi”.
Che cosa significa?
Significa che il libro a ogni capitolo ricomincia da capo. Non nel senso che racconta di nuovo la stesse cose, ma che ogni volta si apre in maniera differente. 
Vi siete mai chiesti in quanti modi possa cominciare una storia? Questo libro ne è un campionario perfetto: un romanzo può iniziare dall’infanzia del protagonista, dal momento più cruciale della sua vicenda, dalla fine per procedere a ritroso; può aprirsi con un flashback; può avere il tono della commedia, del racconto morale, dell’autobiografia; può essere narrato in prima persona, in terza; al tempo presente, al passato remoto; può essere in forma epistolare; può essere raccontato dal punto di vista del protagonista o da quello dei personaggi che gli stanno vicino; può avere un prologo; può aprirsi con un lungo, capitolo descrittivo; può aprirsi con un capitolo breve e fulminante... 
L’idea che sta alla base del libro è che sia Sarah stessa a cercare di raccontare la propria storia e questa sia la raccolta di tutti i suoi tentativi (alcuni capitoli si limitano a poche righe lasciate in sospeso, come strade abbandonate in partenza; due sono scritti in francese, forse perché raccontarsi in un’altra lingua permette di ottenere un maggiore distacco emotivo).
 Alameddine riesce dunque a restituirci la vita della sua protagonista attraverso decine di frammenti (tanti capitoli primi come incipit di altrettanti possibili romanzi), che accostati fra loro ci danno un quadro più che esaustivo della vicenda, senza che questa venga mai raccontata in maniera lineare. Tocca al lettore tracciare l’arco narrativo: ogni volta  ricomincia il romanzo e ogni volta è in possesso di elementi maggiori per comprenderne l’intera trama. 
Non vi spaventi l’aspetto sperimentale del testo: Alameddine è un grande narratore e, superata la sorpresa iniziale, “Io, la Divina” si rivela un romanzo appassionante, sorretto da una scrittura elegante e di grande intensità, in grado di ripagare ampiamente da ogni possibile disorientamento provocato dalla vertiginosa struttura del libro.
Cito un paio di passi, per dare un assaggio della sua prosa:

“Il conte Leo Nikolajevich Tolstoi mentì. Non so se le famiglie felici si assomigliano tutte quante, così come non conosco nessuna famiglia contenta. Tuttavia, durante la guerra in Libano, tutte le famiglie infelici non erano infelici in modo diverso. Soffrivano perché almeno un componente della famiglia era stato ucciso. Non importava il motivo per cui prima una famiglia era infelice; la morte diventò il motivo principale.
Per la nostra famiglia, fu la morte di Rana”.

“Ci può essere un qui? No. Ogni volta che è a Beirut, la sua casa è New York. Ogni volta che è a New York, la sua casa è Beirut. La sua casa non è mai dove lei è, ma dove non è”.

Un romanzo che è un piacere per la lettura e che al contempo è una magistrale lezione di scrittura creativa.