mercoledì 17 aprile 2013

LA PASSIVITÀ DELL’ESORDIENTE


Tempo fa ho letto in rete la lamentazione di uno scrittore che ironizzava sugli alunni, talvolta tremendi, che si ritrovava nei corsi di scrittura. Il suo sfogo ha subito scatenato una levata di commenti dilapidatori, che in buona sostanza si potevano sintetizzare in un unico affondo: “Tu, scrittore affermato e pubblicato (e dunque privilegiato) ti prendi gioco di poveri aspiranti scrittori che il mondo dell’editoria (cieco, gretto e insensibile) non riconosce, azzerando crudelmente i loro sogni. Come ti permetti?”. 
Questa posizione critica è ovviamente del tutto contestabile: intanto perché la letteratura è piena di romanzi nei quali gli autori prendono di mira il contesto lavorativo dal quale provengono (quanti libri satirici abbiamo letto sui colleghi d’ufficio, i capoccia dei call-center, i manager in carriera?), quindi non si capisce perché proprio un insegnante di scrittura non avrebbe il diritto di scriverne. In secondo luogo perché l’ambizione a ottenere qualcosa non è ragione sufficiente per essere legittimati. Anch’io posso aspirare a diventare un cantante pop, ma se poi sono stonato non è il crudele mondo della discografia a distruggere i miei sogni quanto la mia mancanza di talento. 
Mi è capitato più volte di fare lezioni in scuole di scrittura e ho avuto la fortuna di avere spesso classi attente, reattive e stimolanti. Anche a me però è successo di trovarmi davanti alunni in grado di generare solo sconforto. Si trattava di individui comunque ammirevoli e intoccabili perché mossi dal sacro fuoco della scrittura? Ma manco per idea. Ogni tanto anche fra gli scrittori in erba ci sono gli ignoranti arroganti e non si può pretendere da me che non li cataloghi come tali. 
Chi insegna in queste scuole sa inoltre che una certa percentuale di iscritti non arriva con l’intenzione reale di apprendere tecniche. In realtà, ha già pronto il proprio romanzo e attraverso il corso spera in qualche modo di ottenere il metodo per estrarlo dal cassetto e farselo pubblicare.  
A questo proposito c’è un aspetto che mi sembra venga messo poco in evidenza da coloro che si occupano di aspiranti scrittori: il problema della loro passività totale, assoluta. A volte ho l’impressione che l’esordiente assuma una posizione che lo esautori da ogni attività altra: ha scritto, il suo compito è terminato, ha già fatto a sufficienza. Tutto il resto (essere scoperto, letto, editato, pubblicato) tocca ad altri. 
Per esperienza personale in anni di lezioni e incontri posso dire che statisticamente nessuno conosca, o abbia sentito nominare, le riviste di narrativa. Il che mi è sempre sembrato un paradosso ingiustificabile: ignorare il primo canale che permette un confronto diretto (redattori disposti a leggere i tuoi racconti) e indiretto (leggere racconti di altri esordienti come te), nonché la prima possibilità di pubblicazione (uscire su una rivista è più facile che trovare un editore per il primo romanzo) e al contempo ottenere un minimo biglietto da visita col quale presentarsi a eventuali editori (non sono un esordiente assoluto, i miei testi sono già stati selezionati da questa e questa rivista). 
Inoltre ho verificato che esiste una formula esoterica in grado di riaccendere all’istante un’intera sala di ascoltatori disinteressati e sonnecchianti, più efficace e immediata di una botta di cocaina: “Ora vi fornirò un elenco di case editrici che pubblicano esordienti”. Ecco che tutte le nuche si rialzano, gli occhi si accendono, le orecchie si spalancano, le penne poggiano tremanti sul foglio pronte a trascrivere ogni parola. La famosa chiave d’accesso al mondo dorato: ve la sto svelando. 
Dalle continue richieste (scusi può ripetere?) mi rendo conto che si tratta di case editrici da loro mai sentite nominare prima, ma questo non sembra rappresentare un problema: è importante capire bene il nome dell’editore, non conoscere il suo catalogo. Raramente avviene che, dopo questo elenco magico, qualcuno mi faccia domande su che tipo di libri pubblica questa o quell’altra casa, che voglia indagare l’ambito narrativo dell’editore per capire se il proprio testo possa essere adatto. 
Pubblicano esordienti? Allora vanno bene. Tutte.  
(A una veloce indagine risulta poi che di case editrici conoscono giusto Mondadori, Einaudi e Rizzoli, che la frequentazione delle librerie è rara, che ignorano i piccoli editori e che l’idea di scoprire e approfondire queste realtà indipendenti non viene minimamente percepita come loro dovere o interesse). 
Gli esempi di passività non sono prerogativa esclusiva di qualche pessimo alunno, ma si manifestano ripetutamente anche attraverso i contatti telematici. 
Talvolta ricevo mail di autori che si premurano di specificare: “Confesso di non averla mai sentita nominare prima, ma ho saputo che collabora con diverse case editrici, quindi le mando questo manoscritto nella speranza che susciti il suo interesse...”. Un altro esempio di passività spettacolare: non hanno la più vaga idea di chi sia colui a cui si stanno rivolgendo, ma la sua prossimità al mondo editoriale è tale che non importa. Ancora una volta l’ambizione alla pubblicazione trascende ogni altro aspetto. Uno sconosciuto ti chiede di dedicargli ore nella lettura di un suo testo, mentre lui si è guardato bene dallo sprecare quei dieci secondi che gli sarebbero serviti per digitare il tuo nome su Google. 
Alcuni estendono il proprio grado di passività persino sulla produzione letteraria che mi sottopongono: “Ho scritto solo questo racconto, non so se valga qualcosa, vedi tu se vuoi pubblicarlo da qualche parte”. Oppure: “Non mi considero uno scrittore, però anni fa ho scritto questo romanzo che è rimasto nel cassetto, ho pensato di mandartelo così mi dici cosa farne”. Non sono neanche in grado di giudicare se stessi (la propria opera, le proprie aspirazioni), demandano anche questo a un osservatore esterno. 
Una formula di genericità più recente riguarda i blog: “Ciao da qualche mese pubblico i miei racconti su un blog. Vedi se ce n’è qualcuno che ti piace da pubblicare sulla tua rivista...”. Non si preoccupano di selezionare i racconti da inviarmi, presumono che sia io a doverlo fare, leggendomeli tutti. Qualcuno si spinge anche oltre:  “Questo è il mio blog. Dicono tutti che scrivo molto bene. Leggilo e dimmi se secondo te ho delle qualità. Mi piacerebbe scrivere un libro, ma sai, sono un po’ insicuro...”. Siamo arrivati al punto che non devo giudicare un romanzo, ma la sua potenzialità: il testo non esiste ancora, certo l’autore non si prende la briga di investire tempo ed energie nella stesura di un romanzo: tocca a me dargli la rassicurazione preventiva che lo spinga a farlo. 
Infine, il vertice della passività estrema: c’è anche chi non si premura di specificare alcuna richiesta. Mi inviano un link del blog e basta

Viene da chiedersi: è cambiato/cambierà qualcosa con l’avvento dell’ebook e dell’autopubblicazione digitale? 
Teoricamente dovrebbero esserci dei mutamenti: l’autore che produce da sé il proprio libro elettronico non solo deve scriverlo, ma anche impaginarlo, editarlo, promuoverlo. Non c’è più spazio per la passività precedente. Occorre fare, investire tempo, energia. 
Tuttavia ho il sospetto che per il momento le cose non siano mutate molto: da ciò che vedo e leggo, pubblicare il proprio ebook funge da contentino temporaneo. La maggior parte degli autori aspira all’uscita cartacea presso una casa editrice reale e considera il libro elettronico alla stregua di un veicolo autopromozionale (intanto esco così, speriamo che qualcuno mi noti). 
L’ansia promozionale si manifesta anche nelle richieste esplicite che ognuno di noi riceve via mail o sulle bacheche Facebook (“Ho pubblicato il mio primo ebook, hai voglia di leggerlo? Costa solo 6.99”). Non sempre sono moduli generici, ma messaggi personali (“Ciao, so che ti occupi di autori esordienti e volevo annunciarti la vendita del mio...”): anche gli eventuali talent-scout sono percepiti come possibili acquirenti. Sul selvaggio mercato digitale tutto fa brodo. 

In conclusione: perché ho scritto questo articolo? Perché amo la scrittura. Perché ho aiutato diversi autori in erba a esordire (il momento, bellissimo e irripetibile, quando chiami qualcuno per annunciargli che il suo primo libro verrà pubblicato). Perché ho avuto la fortuna di incontrare alcuni alunni strepitosi nelle scuole di scrittura e con alcuni di loro (a volte intere classi) ho mantenuto rapporti di amicizia che si sono protratti negli anni. Perché continuo a passare parte del mio tempo libero a leggere testi di sconosciuti totali che richiedono attenzione e consigli. Insomma perché mi sento legittimato a dire che no, la bella e nobile intenzione di voler diventare scrittore non ti rende migliore e non giustifica l’aria offesa che assumi se qualcuno fa ironia su di te.
Scendi dal piedistallo: anzi, mi duole fartelo notare ma, in effetti, non ci sei mai salito. 



martedì 9 aprile 2013

TELEVASIONE


Da diversi anni ormai mi capita occasionalmente di assistere a un fastidioso fenomeno sociale. 
Sono a una festa, o a una cena o a un incontro alla presenza di sconosciuti. Quando il discorso cade sulle reciproche professioni e rispondo “Faccio l’autore televisivo” capita che qualche interlocutore si affretti a dichiarare “Scusa, non ho la televisione”. 
La reazione mi sorprende sempre. In primo luogo perché non capisco il bisogno di giustificarsi: se qualcuno dice che fa il meccanico nessuno risponde “Scusa, la mia macchina funziona benissimo”, se si presenta una maestra d’asilo nessuno si premura di replicare “Scusa, non ho figli al di sotto dei sei anni”. Il fatto che io lavori in tv non implica che tu debba possedere l’apparecchio o usufruirne. Anzi, sinceramente, chissenefrega. Per quanto mi riguarda puoi anche non avere caloriferi o fare il bagno solo nel latte di capra. Però è chiaro che il sottotesto qui sia un altro: dichiarare di non possedere il televisore significa tracciare un confine, sottolineare una diversità di vedute. Chiedono scusa, ma il tono è quello di chi si vanta. Il significato reale della frase sembra essere: “Io con quella roba non voglio averci niente a che fare”. E la prova di questo talibanesimo è che la giustificazione precede sempre la specifica riguardante i programmi per cui lavoro. Potrei essere autore di “Report” o “La prova del cuoco”, per loro sarebbe uguale. Vogliono sottolineare che rifiutano lo strumento in toto, al di là dei suoi contenuti. Ci tengono a farlo. 
Talvolta la faccenda finisce misericordiosamente lì (sono a una festa per svagarmi, l’ultima cosa di cui vorrei parlare è il lavoro, come tutti immagino). Spesso però avviene il contrario: basta che la sillaba “tv” venga evocata perché lo sconosciuto si senta in dovere di aggiungere, a riprova del proprio disprezzo, anche un commento sulla scena penosa avvenuta l’altro giorno in quel talk show pomeridiano o nel tale programma del sabato sera, che certamente lui non ha visto, ma ne ha letto sul giornale e ne ha trovato spezzoni su internet. (Non so cosa si aspetti da me, in questo caso: che difenda la categoria dei lavoratori dello spettacolo in generale? Che giustifichi comportamenti di personaggi che magari io stesso detesto, avvenuti in programmi che non guardo? Che mostri di avere notizie specifiche e di prima mano sullo svolgimento dell’episodio in questione? Boh). 
Altrettanto di frequente avviene che la mia professione venga presa come metro di giudizio nei miei confronti per qualunque cosa: se non sono a conoscenza di un fatto di cronaca (“Mi meraviglia che proprio tu che lavori in televisione...”), se non rido a una battuta (“Certo che per essere un autore tv non sei così ironico...”), se ignoro l’identità di certi personaggi (“Ma come? Tu che frequenti questo ambiente...”). Lavorare in tv ai loro occhi significa evidentemente essere al centro del mondo e della conoscenza, mi rende onnisciente e mondano. Mio malgrado. 
Ormai temo la situazione. Un paio di volte, in occasioni sociali, mi sono trovato a mentire: “Faccio ricerche marketing per prodotti industriali”. La noia negli sguardi degli astanti come salvezza per la mia serata.


venerdì 5 aprile 2013

RIVISTE INTERVISTE - “THE MILAN REVIEW”


Come sapete, sono un grande appassionato di riviste letterarie. Non solo mi piace farle (a proposito, il nuovo ’tina è finalmente pronto, sarà on line a giorni), ma soprattutto leggerle, sfogliarle, collezionarle, diffonderle. Ogni volta che mi confronto con una comunità letteraria, sia che si tratti di una lezione di scrittura creativa, un incontro in libreria o un seminario, mi rendo drammaticamente conto di quanto poco i lettori siano consapevoli dell’esistenza di queste riviste e della loro validità. Per contribuire (anche marginalmente) a una maggiore visibilità ho deciso di fare alcune interviste ai fondatori e ai redattori di queste pubblicazioni. 
Comincio questa serie con The Milan review, rivista distribuita in forma di volumi rilegati dalla grafica curatissima e che ha una curiosa caratteristica: quella di essere realizzata in Italia, a Milano (come ovviamente suggerisce il titolo), ma pensata per il mercato internazionale, quindi in lingua inglese. 
Di questa scelta, e di molto altro, ho parlato con uno dei due fondatori, Tim Small.



- Perché hai fondato una rivista letteraria?

Perché le riviste letterarie sono belle e fighe e mi piace farle! In altre parole: quando ho fondato The Milan Review con il mio socio Riccardo Trotta, che cura la grafica e l'art direction, lavoravo da Vice Italia e volevo fare qualcosa di un po' più legato alla letteratura, dato che tramite l'annuale di narrativa di VICE, che io curavo, mi sono innamorato dell'idea. 

- Ogni numero ha una grafica e un aspetto differente. Come scegliete queste edizioni? In base al tema dei testi? Per il desiderio di sperimentare diversi formati ? O semplicemente per assecondare i vostri gusti di volta in volta?

Guarda, in realtà è un po' di ogni cosa. A volte mi trovo in mano quattro testi tutti legati a un tema e dico, OK, costruiamoci attorno un numero—come fu il caso del primo numero, The Milan Review of Ghosts. A volte, come nel caso di The Milan Review of The Universe,  l'idea nasce a monte e poi comunichiamo il tema agli autori. Non c'è un vero e proprio metodo. Quello che posso anticiparti, però, è che dal prossimo numero le cose saranno un pelo diverse. Abbiamo intenzione di rendere la rivista un po' meno ermetica e un po' più comprensibile in quanto rivista. Come prima cosa, avremo una testata vera e propria. 

- I numeri sono monografici. Dopo quello dell’universo e quello dei fantasmi, l’ultimo (il tre) è sull’adulterio, ma è composto da una singola novella. Ti piace avere la libertà di sperimentare anche in questo senso? 

Assolutamente sì. Ho sempre pensato che i temi aiutassero lo sforzo creativo. Ma è anche bello fare cose senza tema, a volte, come sarà il caso del prossimo numero, che per la prima volta sarà aperto a fotografia, interviste, e articoli. Sarà più una rivista-rivista. Sarà molto, molto diversa...

- Quanto ti ha ispirato l’esperienza di altre riviste internazionali (penso soprattutto a “McSweeney’s”)?

Moltissimo.

- La scelta dell’inglese è interessante perché la rivista, per quanto realizzata interamente in Italia, si rivolge al pubblico internazionale. Come stanno andando le cose? Come è stata accolta?

È stata accolta molto meglio in America che in Italia! Indubbiamente. Ma d'altronde, come fai notare giustamente tu, è in inglese.

- Una volta aperto questo spiraglio dall’Italia verso il pubblico anglofono, non avrebbe senso pensare a un numero di racconti di autori italiani? O non ti interessa perseguire questo tipo di divulgazione?

Mi interessa eccome. Già nel secondo numero ho pubblicato racconti di autori italiani come Chiara Barzini e Francesco Pacifico, ma erano scritti in inglese. Prima o poi vorrei fare un libro o una sezione speciale di soli scrittori italiani tradotti in inglese. Ad esempio, Tondelli e Arbasino sono praticamente introvabili in inglese. 


mercoledì 27 marzo 2013

DB 10


Per la nota serie Classifiche non richieste specificamente da nessuno e in perfetta coincidenza con il rinnovato interesse mediatico nei confronti dell’artista, ecco 

“LE MIE DIECI CANZONI PREFERITE DI DAVID BOWIE”



1 - THE HEARTS FILTHY LESSON
2 - LIFE ON MARS?
3 - ASHES TO ASHES
4 - WHERE ARE WE NOW?
5 - JUMP THEY SAY
6 - THIS IS NOT AMERICA
7 - SPACE ODDITY
8 - CRIMINAL WORLD
9 - THE BUDDAH OF SUBURBIA
10 - THURSDAY’S CHILD

Alcune osservazioni:

- Sì, non c’è “Heroes”

- Sono tutti singoli con l’esclusione di “Criminal world”, tratta dall’album “Let’s dance” (il brano migliore di quel disco, inspiegabile che non sia stato scelto come singolo) 

- “The buddah of Suburbia” è tratto dall’omonima colonna sonora per la fiction tv inglese ispirata al romanzo di Hanif Kureishi.

- Se questa fosse una classifica dei videoclip, “Jump they say” sarebbe al primo posto.

- Ero tentato di mettere “Where are we now?” al secondo posto, ma temendo che parte dell’entusiasmo fosse legato all’attualità del pezzo, mi sono contenuto e l’ho collocato appena fuori dalla top tre. 

- So che molti fan non amano “The hearts filthy lesson” e che a pochi, in generale, verrebbe mai in mente di indicarlo come uno dei migliori brani della sua carriera. Per me invece non solo rappresenta lo zenit della produzione di Bowie, ma uno dei miei brani pop preferiti di sempre, una sorta di oscuro tesoro, incapace di farsi penetrare e afferrare sino in fondo malgrado i migliaia di ascolti. Con quelle sue voci distorte, il testo composto da frasi senza successione logica, il sound elettronico così malato, la sua totale atemporalità, è un capolavoro di cui non riesco mai a stancarmi. E sono passati... (aspetta che controllo su Wikipedia)... diciotto anni. Sembra ieri. O stamattina. O l’anno prossimo. 


lunedì 11 marzo 2013

L'AUTORE CHE NON C'ERA GIA' PIU'


In questi giorni sto leggendo un libro di un affermato romanziere americano e mi è tornata in mente la prima, e unica, volta in cui ho avuto l’occasione di incontrarlo di persona. E’ avvenuto diversi anni fa, in una piccola libreria di Milano, dove era stato invitato a presentare il suo primo libro tradotto. Io ero tra il pubblico, scarso, una quindicina di persone in tutto. Desideravo fortemente essere presente perché avevo adorato quel suo esordio italiano. Era un breve libro di racconti, sorprendenti, immaginifici, al pericoloso confine fra il surreale e la fantascienza. Mi erano sembrati molto differenti dalle short-stories dei post-moderni americani suoi contemporanei, mi avevano aperto prospettive nuove verso territori dove, da solo, non mi sarei mai sognato di avventurarmi. Ero lì anche per ringraziarlo simbolicamente di questo, di avermi fatto varcare delle soglie. Non che lui ne fosse consapevole, né che io avessi intenzione di dirglielo, però accoglierlo alla sua prima apparizione pubblica nella mia città mi era parso un dovere. 
Ripensandoci oggi però quel nostro incontro simbolico si fondava su un equivoco spazio-temporale. Colui che mi ero presentato per sostenere era ai miei occhi il promettente autore di una serie, ipotetica e futura, di raccolte di sbalorditivi e fantasiosi racconti. Ciò che nella realtà avvenne fu che non pubblicò quasi più racconti, se non una striminzita raccolta passata inosservata rispetto ai numerosi (e voluminosi) romanzi che avrebbe prodotto. Anche questo può succedere: giudicando un artista dalle prime opere un ammiratore si immagina un determinato percorso, ma spesso la parabola dello scrittore finisce per differire radicalmente da quella che il lettore appassionato si era prefigurato. E’ normale. E’ frequente.
In questo caso specifico tuttavia le coordinate era già saltate ampiamente, senza che io potessi saperlo. Mentre si trovava davanti ai suoi sparuti quindici spettatori milanesi, l’autore aveva da tempo cominciato la sua attività di romanziere in patria e di lì a poco avrebbe dato alle stampe il suo primo successo internazionale, un grosso romanzo la cui ambientazione attingeva a piene mani dalla sua autobiografia, sebbene la vicenda fosse di pura fiction. Aveva dunque già intrapreso una strada che si distaccava in maniera netta da quella che io avevo previsto (e pregustato). Lo scrittore a cui io stavo stringendo la mano e a cui porgevo una copia per l’autografo, quello che ero venuto a salutare e sostenere, non esisteva più. Era una sua incarnazione precedente di quattro o cinque anni. Non potevamo saperlo, ma ci stavamo ingannando a vicenda, vittime dello stesso fenomeno astronomico per il quale noi oggi sospiriamo osservando la luce di stelle estinte milioni di anni fa. 
Ora mi alzo e vado a riprendere quel libro, per controllare se all’epoca mi avesse scritto una dedica o si fosse limitato al semplice autografo. 
Sì, aveva scritto una cosa molto semplice: “For Matteo, enjoy”. 
Tornassi indietro adesso gli chiederei di aggiungere “the moment”. 
“Matteo, gustati il momento”. Avrebbe avuto più senso. 


giovedì 7 marzo 2013

BELLI PER FORZA


Uno dei miei libri italiani d’esordio preferito è un romanzo uscito nel 2008, si intitolava “Le mie cose” e l’aveva pubblicato la casa editrice torinese Instar. Si trattava di un libro pieno di idee sbalorditive e parlava di un futuro prossimo nel quale i giornali femminili uscivano in edicola in concomitanza col ciclo mestruale, i defunti non venivano sepolti ma caramellati, gli ingorghi stradali si risolvevano mediante una lotteria che stabiliva quali vetture potessero essere prelevate e liberate, i nomi dei figli erano presi dal catalogo Ikea... Un tripudio di invenzioni narrative.
A cinque anni di distanza il suo autore, Marco Lazzarotto, torna finalmente in libreria con il secondo romanzo e sono felice di annunciare che è pubblicato da Indiana. Dopo il successo di Eleonora C. Caruso col suo fortunato e amatissimo “Comunque vada non importa”, un altro giovane autore italiano entra a far parte della nostra squadra editoriale.
Il nuovo romanzo di Lazzarotto si intitola “Il ministero della bellezza” e (poteva essere diversamente?) è ancora una volta pieno di trovate geniali. Non voglio anticiparvi nulla, ma solo raccontare lo spunto di partenza: il governo italiano è nelle mani di un potentissimo ministro della bellezza che impone canoni estetici rigorosi a tutti i cittadini. Solo chi è davvero bello può occupare cariche pubbliche e professionali, può andare a fare shopping, può permettersi di vivere in centro. Gli altri sono progressivamente ostracizzati e costretti a nascondersi ai margini delle periferie. Un problema che investe il giovane scrittore Matteo Labrozzo, talentuoso ma non bello, in procinto di consegnare il suo secondo romanzo. Come farà a convincere l’editore a pubblicarlo? Come potrà promuoverlo in tv o negli incontri in libreria? E come potrà continuare a gestire la relazione con la sua ragazza, decisamente molto carina e avviata a una carriera di successo?
Un romanzo divertente e provocatorio, quasi uno specchio deformante della società che ci circonda. Un libro carico di surreale sensibilità, che sembra il frutto dell’innesto improbabile fra Stefano Benni e Douglas Coupland, e che per molti lettori sarà, sono certo, una rivelazione. 
Ah, e il fatto che l’autore si chiami Marco Lazzarotto (nome che ricorda pericolosamente quello del protagonista), che pubblica ora il secondo romanzo, e che si intimidisca persino a fare le foto per la stampa, vi fa sospettare che questo libro sia anche di un atto di profonda autoironia? Ma no, cosa andate a pensare...


martedì 5 marzo 2013

LO SCRITTORE E FACEBOOK


Ho da sempre un rapporto contraddittorio con Facebook. So che serve, eppure spesso lo metto in discussione. So che può essere gestito in molti modi e ho sempre l’impressione di farlo nel modo sbagliato. So è funzionale ma a volte vorrei non averne bisogno. 
Per il suo utilizzo credo di aver optato verso una forma di socialità ibrida: pubblico commenti su questioni generali, segnalo videoclip e canzoni che mi piacciono, linko i pezzi del mio blog o le interviste che appaiono su altri siti. Per quanto concerne le immagini, non pubblico foto private, ma solo quelle dai contenuti condivisibili senza impegno. Se vado a una festa con decine di persone non ho problema a postarne delle immagini il giorno dopo, se vado a una cena di compleanno con otto amici le tengo per me. Posso pubblicare panorami dalla camera d’albergo delle mie vacanze, ma non certo i ritratti col mio compagno. Opero una separazione, che tuttavia non è netta, ma si situa in una sorta di territorio neutro fra il pubblico e il privato. Credo che questa collocazione nella terra di mezzo tuttavia rispecchi ciò che mi sento, a livello professionale. In quanto scrittore mi percepisco come una figura semi-pubblica. Non sono un cantante pop che viene fermato per strada con richiesta di autografi eppure ogni tanto mi capita di essere riconosciuto dai lettori, nei posti più disparati. Le opinioni che esprimo talvolta vengono riprese e citate altrove. Le recensioni dei libri, le segnalazioni musicali che offro comportano acquisti e commenti. Diversi lettori dicono di fidarsi di me, del mio gusto, e sono pronti a seguirlo. E naturalmente, quando pubblico un nuovo libro, FB è un modo semplice e immediato per informare dell’uscita, annunciare le presentazioni, ricevere pareri e critiche, mantenere un contatto diretto con chi mi legge o mi leggerà. Anche sulle richieste di amicizia cerco di operare un minimo controllo. Avrei superato la soglia dei 5000 “amici” da tempo, ma continuo a rifiutare richieste da profili ambigui (associazioni sconosciute, nickname con immagini di gattini e/o cartoni animati, foto profilo di bellimbusti a torso nudo o gente che, d’istinto, mi appare sospetta). Sbaglierò anche in questo probabilmente. Vedo l’entusiasmo di quelli che vantano i loro numeri di contatti come se fossero personali conquiste.  (La pena che mi fa leggere appelli del tono di “Ragazzi, mancano solo dieci amici per arrivare a quota 3o00! Aiutatemi a raggiungermi questo risultato!”). 
So che c’è chi opera la scelta dei due profili: uno pubblico e uno privato, con uno pseudonimo rivelato a pochi intimi. Una soluzione che non mi ha mai particolarmente attratto, preferendogli l’ambiguità del mio profilo ibrido e irrisolto.

Qualche giorno fa sull’Huffington Post americano è apparso un articolo intitolato “Gli scrittori hanno davvero bisogno di una pagina Facebook?”. L’autrice, Annie Hill, un’esperta in strategie di comunicazione, ne faceva un’analisi in termini di efficacia, non prendendo considerazione aspetti di ordine personale (in sintesi riteneva che, da un punto di vista promozionale, per un autore fosse più conveniente acquistare pubblicità su FB; un’analisi forse valida per il mercato statunitense, da noi quantomeno azzardata). La lettura dell’articolo più che stimolarmi mi ha deluso. Però il titolo mi ha fatto riflettere e scegliere di scrivere questo post. Non solo: mi ha fatto sorgere la curiosità di chiedere al volo ad alcuni amici scrittori la loro opinione sulla questione. 
Ecco alcune delle loro risposte:

Giulio Mozzi: Per quanto mi riguarda, trovo che Facebook sia utile come è utile l'elenco del telefono. Mi fa comodo per il lavoro. Tutto qui.

Antonella Lattanzi: No. Secondo me gli scrittori non hanno bisogno di una pagina Facebook. Di certo avere un sito può essere utile, per esempio per raccogliere rassegna stampa e per segnalare novità, presentazioni, pubblicazioni, o pubblicare articoli e simili. Per chi un sito non ce l'ha - io, per esempio -  Facebook può essere utile per le stesse funzioni per cui è utile un sito. Ma, naturalmente, con un bacino d'utenza molto più ristretto.

Ivano Porpora: Intanto la domanda va specificata. In merito alla pagina FB io non ce l’ho – ho un profilo FB, e c’è una profonda differenza. Ho anche una pagina per il libro, ma funziona un po’ come un sito vetrina nel quale metto recensioni, immagini, qualche idea nuova…
Sul profilo ti posso dire che me ne sto chiedendo l’utilità perché da un po’ di tempo a questa parte mi pare che FB stia diventando una sorta di voragine succhia tempo, nella quale ho sempre meno voglia di perdermi io stesso. Non me ne sono cancellato ancora perché mi serve professionalmente – è il modo migliore perché gli interessati possano essere raggiunti da novità in merito a uscite, eventi, presentazioni, eccetera; e perché io stesso possa nel caso essere contattato per proposte di lavoro.
Ma dal punto di vista personale il mio interesse negli ultimi due mesi – forse dovuto anche al fatto che ero impegnato nella stesura di un nuovo romanzo, e che questo mi ha completamente assorbito – si è praticamente ridotto a zero.

Veronica Tomassini: A mio avviso, sotto certi aspetti, non è affatto un vantaggio per lo scrittore detenere un profilo, una pagina (io ne ho addirittura due, per intenderci, non chiedermi la ragione, più il blog eh); malgrado forse lo scrittore (ipotizzo) possa valutare l'esatto contrario: la pagina mi serve, è una specie di curriculum, un promo perenne eccetera. In realtà, a me è capitato di pensare anche questo: che sia intanto l'ennesima lusinga per un ego già abbastanza allenato (prima ovvia osservazione); e soprattutto l'autore rischia di svelarsi come l'uomo potrebbe-dovrebbe, e tuttavia non lo scrittore. Penso ancora: avessi avuto l'opportunità di comunicare con Dostoevskij, chiedergli l'amicizia e poi scoprire che soffriva di meteorismo, che le aveva girate una mattina perché non trovava le pantofole, sai di quegli status domestici che spesso ci troviamo in bacheca, avrebbe sottratto qualcosa finanche all'autore e persino alla mia devota militanza (il mio immaginario, l'idea che ho nutrito e custodito, il tromp l'oeil tra l'uno, lo scrittore, e noi lettori nel qual caso). Facebook, le sue pagine, il sistema (analisi spicciola, perdonami), hanno democratizzato tutto: talento, mistero, elusività esclusiva, tutto. In quel gioco di ombre cinesi che si stabilisce tra autore e testo e lettore infine: il primo ci perde con la sua pagina, la sua frivolezza guadagnata a sua insaputa, il primo, cioè l'autore, ci perde, credendo di guadagnare.

Giorgio Fontana: Secondo me non ne hanno strettamente bisogno, ma può aiutare molto (specie in un momento dove il sostegno editoriale non è più come un tempo e la figura stessa dell'editore è soggetta a un'interessante rivoluzione). In altri termini, è un tassello dell'identità digitale che uno scrittore, al giorno d'oggi, dovrebbe curare: ma non è un obbligo. (Ho tenuto una lezione al riguardo al Festival di Mantova il settembre scorso, qui ci sono le slide: mi rendo conto che sono molto striminzite senza supporto vocale, ma non ne ho mai cavato fuori un pezzo... ). Per quanto mi riguarda Facebook è un ottimo amplificatore dei pezzi che scrivo, e noto che ricevo proposte (es. collaborazioni / presentazioni) direttamente tramite la sua posta interna invece che via email; ma non molto di più.

Paola Soriga: Io non credo che uno scrittore abbia davvero bisogno di una pagina fb, così come non credo che abbia davvero bisogno, per esempio, di andare in televisione. E’ innegabile però che tutto quanto aiuta a far parlare del libro, specie se si tratta di un esordiente, come me. la mia pagina fb, da quando è uscito il romanzo, ha smesso di essere per gli amici, è diventata pubblica, non so chi siano la maggior parte dei miei contatti. Noto anche che a ogni apparizione televisiva aumentano molto le richieste di amicizia. Stessa cosa per Twitter, o Pinterest, hanno aiutato moltissimo, soprattutto i primi mesi, a far comprare “Dove finisce Roma”, parlandone bene o anche male. 

Gabriele Dadati: A me viene da dire questo: poiché scrivere è un atto relazionale (si scrive perché qualcuno legga, vicino a noi nello spazio e nel tempo o magari lontanissimo da noi nello spazio e nel tempo, ma sempre quel qualcuno deve essere raggiunto), può essere una forma di gentilezza allestire un luogo in cui chi legge possa trovarci. E la gentilezza è una bella cosa.

Ecco, questa di Gabriele mi è sembrata la risposta più poetica di tutte.