martedì 8 ottobre 2013

PURI DI CUORE A BROOKLYN

Ripropongo di seguito una mia recensione pubblicata domenica 29 settembre su L'unità:



Nel corso degli ultimi anni Brooklyn sembra essere diventata il centro culturale del mondo: tutti i principali scrittori americani ci vivono, qui nascono le nuove riviste di narrativa di tendenza e hanno luogo i festival letterari, è lo scenario dove si svolge “Girls”, la serie tv che ha reso la sua giovane ideatrice Lena Dunham una star, ed è la capitale planetaria degli hispster. Forse un po’ troppo perché possa essere preso tutto sul serio. Ecco allora che cominciano timidamente a emergere tentativi di mettere in discussione, magari anche in maniera ironica, questo presunto primato. 
E’ il caso di “Trascurabili contrattempi di un giovane scrittore in cerca di gloria”, il nuovo romanzo di Michael Dahlie (edizione Nutrimenti, tradotto da Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai), ambientato nel cuore pulsante della Brooklyn letteraria, il quartiere di Williamsburg.  
Ne è protagonista Henry, venticinquenne, laureato ad Harvard, aspirante autore, proprietario di un appartamento di lusso e soprattutto erede di ben 15 milioni di dollari. E’ grazie a questa sua disponibilità economica che viene coinvolto nella nascita di una nuova rivista letteraria, “Il demente”, da lui generosamente finanziata. Malgrado ne sia il principale contribuente gli viene però affidato il ruolo marginale di redattore indipendente e i suoi tentativi di proporre qualche racconto per la pubblicazione falliscono. La rivista gli fornisce tuttavia l’alibi di sentirsi parte integrante della scena culturale del quartiere, gli permette di frequentare presentazioni letterarie e gli fornisce argomenti di conversazione con Abby, una cugina di quarto grado di cui è infatuato. 
Presto il lettore si trova a scoprire che Henry è un perfetto ingenuo, incapace di far valere il proprio potere presso gli altezzosi redattori del Demente, trattenuto negli approcci con Abby dallo spettro della lontana parentela, pronto a subire rifiuti e umiliazioni senza mai mostrare traccia di frustrazione. Un puro di cuore come nella narrativa contemporanea non ne esistono più. Inutile dire che un simile personaggio è destinato ad avversità di ogni tipo, e infatti nel corso del romanzo gliene capiteranno parecchie, alcune gravi e altre sfacciatamente ridicole. Eppure è proprio la natura di Henry il punto di forza del libro: l’intensità con cui vive il rapporto con il suo migliore amico, il rimpianto commosso del padre scomparso, la scelta di scrivere racconti che hanno per protagonisti solo ultraottantenni... E’ quasi una boccata d’aria leggere di un personaggio tanto differente dai suoi contemporanei. 
Il “New York Times” recensendo il romanzo ha voluto ovviamente riesumare il Candido di Voltaire, ma senza andare tanto indietro nei secoli, l’Henry di Dahlie è un parente prossimo dei personaggi di Jonathan Ames (altro scrittore residente a Brooklyn), come l’Alan di “Sveglia, sir!” e il Lou Ives di “Io & Henry”. Se però gli eroi di Ames sono dei dandy impegnati a seguire modelli di eleganza e galanteria desueti ma con feticismi e fissazioni sessuali molto contemporanee, il protagonista del romanzo di Dahlie è un innocente ostinato, legato sì a valori forse antiquati, ma con la determinazione e l’incoscienza di un ragazzino. 
Non a caso il romanzo acquista potenza nel momento in cui Henry incontrerà la sua nemesi, un affermato attore hollywoodiano che lo assumerà come ghost-writer: lo scontro fra gli ideali romantici di uno e l’arroganza senza scrupoli dell’altro non potranno che provocare conseguenze nefaste. 
Il pregio di Michael Dahlie è di evitare miracolosamente di trasformare i suoi personaggi in macchiette, sebbene ci siano tutti i presupposti per farlo. Il romanzo sembra più aggirarsi nei territori della favola morale che del ritratto farsesco. 
“Trascurabili contrattempi di un giovane scrittore in cerca di gloria” è dunque un libro di una leggerezza elegante, al termine del quale non possiamo fare a meno di chiederci se sia Henry troppo puro per essere vero o se siamo diventati noi tutti troppo cinici per continuare a credere nell’esistenza dell’innocenza.  
Un’ultima curiosità: il titolo italiano del romanzo è del tutto posticcio, non ha nulla a che vedere con l’originale, ma non avrebbe potuto essere altrimenti. Negli USA il romanzo è uscito infatti come “The best of youth”, ossia “La meglio gioventù”. L’autore ha ammesso di averlo preso in prestito dal film di Marco Tullio Giordana, ma non è difficile intuire una doppia valenza ironica nella scelta: la meglio gioventù, quale quella snob, pretenziosa ed effimera di certi presunti ambienti culturali, o anche il meglio della giovinezza, ossia la catena di disastri che dovrà subire lo sventurato Henry prima di raggiungere una certa maturità, personale e sentimentale. In entrambi i casi, per meglio si intende proprio il peggio.


giovedì 3 ottobre 2013

LE PAROLE CAMBIANO


Nel marzo di due anni fa ho pubblicato un articolo su L’unità che poi ho ripreso su questo blog in un post. L’articolo riguardava l’uscita americana del libro “It gets better” di Dan Savage per sostenere gli adolescenti gay vittime di bullismo e aveva suscitato un enorme interesse. Tra le varie reazioni che aveva provocato c’è stata quella di stimolare la curiosità della casa editrice Isbn, che ne ha acquistato i diritti per l’edizione italiana. Con il titolo “Le cose cambiano” oggi il libro esce in Italia. E’ distribuito sia in libreria che in edicola (come allegato al Corriere della sera) e costa 7.90 euro. Come nel caso dell’originale americano, ispirato da un canale YouTube, anche questo è legato a un portale di testimonianze video, già attivo da qualche mese.
L’edizione italiana in volume raccoglie il meglio di quella USA più una serie di interventi scritti appositamente da autori italiani, fra i quali compaiono Ivan Cotroneo, Walter Siti, Aldo Busi, Anna Paola Concia, Alcide Pierantozzi, Piergiorgio Paterlini. Anch’io ho scritto un pezzo, ma al di là della mia presenza come autore sono particolarmente felice di aver contribuito indirettamente alla nascita del progetto in Italia. Per carità, forse sarebbe successo tutto comunque, magari solo un po’ più tardi o con altre modalità. Comunque l’idea che tramite un singolo articolo si sia messo in moto un intero movimento mi sembra essere una prova, eloquente, sbalorditiva, della forza che ancora hanno le parole.


mercoledì 25 settembre 2013

LE PAROLE PER DIRLO

Minima & moralia, il blog di minimum fax, oggi ospita un mio intervento (grazie per l'ospitalità).
Lo riporto anche qui di seguito:


I miei genitori non sanno più nominare i programmi che vedono. Sanno descriverli: – Quello della ragazza che dipinge i mobili – (“Paint your life”), – La serie ambientata durante il Proibizionismo – (“Boardwalk Empire”), – Quella della cupola – (“Under the dome”). I miei genitori sono due pensionati che non sanno l’inglese, ma vivono in Italia e guardano i programmi che la tv italiana trasmette. La verità è che un numero elevatissimo di trasmissioni ormai conserva il titolo originale americano. Ancora più assurdamente, il titolo in inglese è usato anche per programmi originali di produzione nazionale. In alcuni casi i miei non riescono neppure a pronunciarlo (“Extreme makeover home edition”), in tutti gli altri non capiscono perché tenere a mente un’accozzaglia di parole straniere per indicare cosa stanno guardando.
La domanda che pongo è: sono loro ad avere torto?
Dovrebbe far riflettere che l’abitudine diffusissima e forse inarrestabile di lasciare i titoli originali si colloca in un contesto nel quale i medesimi programmi sono interamente doppiati. A parte il nome dunque, tutto il resto è in rigoroso italiano.
Basta scorrere i palinsesti, in particolare quelli dei canali digitali o satellitari dedicati ai telefilm, per rendersene conto. Viene da chiedersi però fino a che punto questa uniformità abbia un senso.
Perché “The bridge” non si chiama “Il ponte”? Perché “The following” non è “La setta”? Perché “Homeland” non è “Patria”? Perché “The good wife” non è “La brava moglie”? Si vuole a tutti i costi mantenere l’originale? Bene. Per quale motivo allora non c’è un semplice sottotitolo sotto con la traduzione letterale? Dalla sigla in poi, tutto il resto verrà tradotto. Perché proprio il titolo, elemento fondante di una serie, no?
La conservazione dell’originale comporta la perdita di diverse sfumature di significato. Gli studenti di medicina italiani studiano sul testo classico “L’anatomia del Grey”. Perché non tenerne conto quando si ha una serie che come “Grey’s anatomy”, che proprio da quel testo prende lo spunto?
Torniamo a casa mia. Mia madre e le sue amiche non sono in grado di pronunciare “Desperate housewifes”, ma fra di loro ne parlano, sensatamente, chiamandole “le casalinghe disperate”. Nel caso specifico nel nostro paese si è giunti al paradosso. Non solo è stato scelto di rinunciare a titolo efficacissimo e molto azzeccato come “Casalinghe disperate”, ma si sono peggiorate le cose accostandovi un sottotitolo fuorviante, “I misteri di Wisteria Lane”, che oltre ad alludere a un contenuto giallo che era solo vagamente presente nella prima stagione, aggiunge altri termini inglesi.
La questione non si limita all’ambito televisivo. Al cinema è anche peggio. E’ sufficiente scorrere la lista dei film in sala in questo momento e di quelli in uscita. Fa impressione: “Royal affair”, “In another country”, “Monster University”, “The spirit of ’45”, “The grandmaster”, “Rush”, “You’re next”, “The bling ring”, “Gravity”, “Love Marylin” “Before midnight”, “The frozen ground”, “White House down”, “The chronicles of Riddick”, “The fifth estate”, “The seventh son”… E questo elenco si limita al periodo fra qui e ottobre. Talvolta il mantenimento del titolo originario avviene a completo discapito della sua comunicabilità (in quanti riferendosi al thriller con Denzel Washington “Death at 3600” avranno chiamato gli amici per proporre: – Andiamo al cinema a vedere “Death at three thousand six hundred” -?). Altre volte ignora del tutto il problema della sua comprensibilità (trovatemi almeno uno spettatore in grado di tradurre “Quantum of solace”, titolo del penultimo 007).
Non posso fare a meno di notare anche che questo istinto alla conservazione si limita ai materiali di provenienza americana. I titoli di film francesi, spagnoli, tedeschi vengono sempre tradotti. Sono rarissime le eccezioni (a me è venuto in mente solo “La mala educatiòn” di Almodovar, ma ce ne saranno anche altri immagino). In sintesi, il tutto mi puzza di provincialismo del più becero. Tu vo’ fà…
Quando pongo la questione in una discussione fra amici di solito c’è qualcuno che la giustifica in questi termini: meglio conservare il titolo originale piuttosto che subire quegli obbrobri a cui arriva la distribuzione italiana. A supporto del ragionamento vengono citati esempi eloquenti quali “Eternal sunshine of the spotless mind”, da noi uscito come “Se mi lasci ti cancello”. Trovo questa obiezione risibile: fra una titolazione che offende l’intelligenza dello spettatore e il mantenimento dell’originale ci potrà essere una terza via, no? Intendo un lavoro serio e intelligente che si sforzi di produrre un titolo fedele e significativo. Come già dovrebbe avvenire, senza che ci sia l’esigenza di richiederlo.
Neanche l’editoria è immune al fenomeno. Certo, in maniera molto minore, ma anche qui non mancano i casi ingiustificabili. Prendiamo per esempio la bibliografia italiana di Chuck Palahniuk e chiediamoci perché i suoi libri da noi si chiamino “Invisible monsters”, “Guinea pig”, “Survivor” e (il più patetico di tutti) “Diary”. Pareva brutto dare a un romanzo in forma di annotazioni giornaliere il titolo di “Diario”? A quanto pare sì.
Intendiamoci, non sono contrario all’uso dell’inglese in sé. Io stesso ho usato una canzone inglese come titolo per un romanzo, e non avrebbe avuto alcun senso tradurla. Quello che contesto è il dilagare incontrastato del fenomeno, l’idea che i titoli inglesi in un paese che doppia tutto diventino una semplice abitudine senza che nessuno la metta in discussione, che il provincialismo l’abbia vinta sull’esigenza (legittima) della decodificabilità.
Ci sono contesti nei quali la diffusione della terminologia inglese avrebbe un senso molto maggiore. Chiunque abbia viaggiato in luoghi come i paesi scandinavi avrà notato quanto l’uso dell’inglese sia diffuso. Anche la signora con le borse della spesa incontrata per strada in un villaggio di provincia è in grado di dare indicazioni allo straniero che si è perduto. In queste regioni la convivenza fra la lingua nazionale e una internazionale è un dato di fatto (basti pensare alle decine di gruppi pop che il cui intero repertorio è stato pensato e realizzato sin da subito in inglese, dagli Abba agli A-ha, dai Knife ai Roxette). Distribuire materiale in lingua anglosassone qui sarebbe funzionale, se non addirittura naturale.
In Italia, a giudicare dai manifesti dei film o persino dagli slogan pubblicitari, un turista sarebbe portato a credere che l’inglese sia di dominio pubblico: niente di più lontano dalla realtà. Gli andrà di lusso se l’autista dell’autobus saprà dire “Ticket”, indicando con un gesto della mano dove acquistarlo.
L’imbarbarimento linguistico nella comunicazione rivolta ai giovani (la hit più cool momento, l’action-video in esclusiva sul tuo digital store, il beach party più hot dell’estate) fa sempre parte di questa tendenza all’approssimazione totale.
La dicotomia fra la presunta padronanza di una lingua straniera e la sua effettiva (scarsissima) diffusione presso la massa è dolorosamente evidente e rischia di essere  deleteria: invece di trasmettere un sapere ci si accontenta di frammenti casuali e superficiali, che forse in pochi capiscono, ma comunque fa figo citare e riportare.
Appunto, ancora: provincialismo puro.
Ne faccio una questione culturale a partire da una frustrazione squisitamente personale. Perché non so cosa avvenga coi vostri genitori, ma quando io vado a cena dai miei e impieghiamo minuti per spiegare a vicenda gli spettacoli che stiamo seguendo, come stranieri che fanno fatica a comprendersi, ecco, a me viene una certa tristezza.


martedì 24 settembre 2013

UN DISCO PER L’ESTATE (CHE È FINITA, FRA L’ALTRO)


Personalmente, l’appuntamento che attendo con maggiore trepidazione della nuova edizione di Roland è quello conclusivo, il reading/concerto di Aldo Nove insieme a i Camillas. Se Aldo Nove però è un autore celebre e non ha bisogno di presentazioni, molti ignorano chi siano questi Camillas. Male, perché sono un gruppo originalissimo e hanno fatto un nuovo album che spacca. Quindi ho deciso di scrivere una recensione del loro ultimo cd come forma di presentazione per coloro che non li hanno mai sentiti nominare.
Eccola:



Difficile spiegare I Camillas a chi non li conosce. 
Cerchiamo di farlo con ordine:
Intanto sono un duo. Quindi polistrumentisti, abituati a cavarsela da soli.
Poi sono di Pesaro. Quindi indie di provincia.
Infine sono pazzi, nel senso che producono dischi di un livello di creatività talmente incontenibile che per l’ascoltatore medio risultano solitamente uno shock. Quando fate ascoltare un disco de I Camillas a un amico la reazione standard è: “Ma cos’è ‘sta roba?”. In questo caso meglio cambiare amicizie, ma andare fieri dei propri gusti musicali. 

L’ultimo album, uscito alla fine del 2012, si intitola “Costa Brava” e più che un disco verrebbe da definirlo una discografia, perché all’interno c’è di tutto: 16 brani più una ghost-track, che sono una carrellata di generi miscelati con totale disinvoltura. 
Questo è il terzo capitolo della produzione targata Camillas: hanno esordito con l’ep “Everybody in the palco!”, seguito dall’album “Le politiche del prato”. “Costa brava” però a mio avviso rappresenta un salto evolutivo: mi sembra che qui i pesaresi raggiungano il loro vertice, perché ogni brano contenuto è bello, ma in modo sempre diverso. 
Il cd si apre con “Giovane donna”, che si potrebbe agilmente definire il perfetto incrocio fra i New Order e Cochi & Renato (ma che razza di incrocio è?!?): un muro di chitarre e un ritornello (“Vai, giovane donna vai, più forte di me”) ripetuto in continue varianti, quasi cabarettistiche. Non so se abbia senso, so solo che è bellissimo. 
Va detto che coi Camillas il dubbio è sempre un po’ quello: se stiano scherzando o facciano sul serio, e non è mai dato capirlo. Bastano alcuni titoli a suggerire la loro follia: un pezzo si intitola “Brano violento” - e, ovviamente, è lentissimo; un altro si chiama “Il ritorno avambraccio” (cioè? Boh).
Musicalmente si concedono qualunque cosa: si passa dall’electro-pop di “Capita”, alle ballate acustiche “Rovi” o “Bel pomeriggio”, al dub della già citata “Il ritorno avambraccio”, al puro pop di “Gli arpeggi”, sino a punk alla CCCP-Fedeli alla linea nello scatenato “Cane”. Come se tanta eterogeneità non bastasse si divertono a includere anche un finto canto popolare siciliano (“Sissignuri”) e una struggente canzone neomelodica napoletana (“Incajate”). Il pezzo conclusivo, “La canzone del mare”, inizia come una dolente ballata cantautorale e finisce con intensi echi elettronici alla “Atmosphere” dei Joy Division. Un distillato di influenze, sfacciato e consapevole.  
La vera forza dei due pesaresi però sta nell’uso della lingua, sempre creativo e spiazzante. In “Cane” cantano: “Sei un cane, ti piace sbavare, a volte abbaiare, nei prati correre” ma lo pronunciano corrère, con l’accento spostato, per mantenere l’assonanza. In “Gli arpeggi” si inventano un liberissimo uso del riflessivo: “Gli arpeggi che mi sei”. 
Adoro I Camillas perché ogni loro disco comporta tre strati: il primo ascolto implica continue sorprese (cosa succederà adesso?). La seconda fase è quella nella quale familiarizzi con i cambi di registro: ascolti il testo per bene e sei già preparato agli arditi sbalzi musicali. Infine, c’è il livello finale, quando hai superato l’analisi e hai solo il piacere ripetuto dell’ascolto per un disco così ricco di melodie e idee. 
È l’esatto contrario dei successi radiofonici assimilabili al primo ascolto: qui c’è troppo perché tu possa capirlo la prima volta. E’ un album a rilascio graduale, come una flebo. Non una botta, ma tante goccine che poi ti fanno stare meglio.  
“Costa Brava” è il capolavoro de I Camillas ed è il disco italiano dell’anno. Ma lo capiremo solo in quattordici. 



venerdì 20 settembre 2013

ROLAND: IL RITORNO


Eccoci finalmente: il 27,28 e 29 settembre torna a Milano “Roland. Macchine e animali”, la manifestazione letteraria di tre giorni ospitata nella splendida cornice post-industriale di Assab One, con dibattiti, reading, interviste e spettacoli.

Fra gli appuntamenti di quest’anno ci saranno: le poesie sorprendenti di Francesca Genti, Guido Catalano e Giovanni Previdi accompagnati dalla cantante Manupuma, uno spettacolo a due voci con Tiziano Scarpa e Tricarico, uno scontro di pugilato interattivo con Valerio Millefoglie e Marco Rossari, un’esplorazione nei segreti creativi di Antonio Moresco ed Ermanno Cavazzoni, una divertente analisi dei ringraziamenti posti al termine dei romanzi con Carolina Cutolo, Sergio Garufi e Matteo Bordone, un improbabile show di Aldo Nove insieme al folle duo dei Camillas. 

E ancora: Fulvio Ervas (autore del best-seller “Se ti abbraccio non aver paura”) parlerà di letteratura sul dolore insieme a Giuseppe Genna, Andrea Tarabbia e Guido Mazzoni, mentre Michela Murgia discuterà con Alessandro Bertante, Alberto Garlini e Massimiliano Panarari sul perché i festival letterari hanno tanto successo. E se vi siete mai chiesti chi prende le decisioni più importanti in ambito editoriale, ora potete scoprirlo. Abbiamo invitato tre vertici dell’editoria per svelare il mistero: Stefano Mauri, Paolo Repetti e Massimo Turchetta. Dulcis in fundo, la conduttrice di radio DeeJay Marisa Passera e l’attrice Carolina Crescentini presenteranno il premio per il miglior racconto del concorso “Spirito Noir”.

Non è ancora finita. Per gli autori esordienti abbiamo ideato un laboratorio di editing dal vivo: Giulio Mozzi analizzerà un testo già pubblicato della scrittrice Giusi Marchetta e ne evidenzierà nuove, possibili versioni. Chi invece è affascinato dalla traduzione, potrà partecipare alla lezione di Matteo Colombo, uno dei nostri migliori traduttori (che ha firmato, tra le altre, le edizioni italiane di Chuck Palahniuk, David Sedaris e del premio Pulitzer Jennifer Egan). 

Anche i bambini avranno uno spazio a loro dedicato, con un laboratorio di narrazione e illustrazione, con Barbara Frandino e Elena Temporin, al termine del quale ognuno di loro avrà prodotto il proprio libricino da portare a casa. 

C’è altro? Ah sì, un aperitivo gratuito sabato sera alle 19 e la possibilità di venire ad Assab o tornare a casa in taxi gratis col servizio Uber. Cosa volete più di così?

Info e programmi su www.rolandscritture.it

PS: Se le istruzioni per iscriversi ai laboratori o utilizzare Uber non sono ancora sul sito abbiate pazienza: fra poco ci saranno, tornate a cliccare fiduciosi. 


martedì 17 settembre 2013

RIVISTE INTERVISTE: INUTILE


Continua la serie di interviste ai redattori delle riviste di narrativa italiana. Oggi è la volta di “Rivista Inutile”. 

CHE COS’È “INUTILE”? COME È NATA E PERCHÉ?

inutile è la rivista che noi per primi vorremmo leggere.
Siamo nati nel 2005, online dal 2007: da allora aggiorniamo un sito, tutte le settimane, più volte a settimana, e una rivista cartacea, tutti i trimestri (anche se per i primi 46 numeri l'abbiamo fatto tutti i mesi) (e siamo sopravvissuti per raccontarlo!). Dal 2008 abbiamo anche un'associazione che ci protegge e coccola.

PERCHÉ AVETE SCELTO DI CHIAMARLA PROPRIO “INUTILE”?

Be’, perché era un bel nome.

CHI FA “INUTILE”?

La fanno Ale e Matteo, dal 2005, e sono gli unici che si ricordano il numero zero, che era virato al sepia e osceno. Negli anni ci sono state tante persone in redazione: adesso ci sono Nicolò, Tamara, Marco, e Leo, che è il migliore grafico del mondo.

COME LA DISTRIBUITE E DOVE SI TROVA?

Si trova online a www.rivistainutile.it, lì ci sono i contenuti che mettiamo a disposizione di tutti. Il trimestrale invece è spedito su abbonamento (cartaceo o digitale), ed è quindi riservato soltanto ai soci, che ci vogliono bene nonostante ogni tanto arriviamo in ritardo.

SAPETE QUANTI LETTORI AVETE?

Un centinaio di abbonati e più di 5mila contatti al mese sul sito, sempre stabilmente in crescita anche se di quello 0,0001% alla volta.

TALVOLTA I VOSTRI NUMERI SONO TEMATICI, ALTRE LIBERI. COME STABILITE I CONTENUTI?

Bevendo molta birra: uno di noi ha un’idea qualsiasi, la presenta agli altri e se è valida la si porta avanti.

COME SELEZIONATE IL MATERIALE DA PUBBLICARE?

In base ai nostri gusti. Fondamentalmente c’è un solo criterio: ci deve piacere.

DATE DELLE INDICAZIONI AGLI SCRITTORI ESORDIENTI CHE STANNO LEGGENDO QUESTA INTERVISTA E VOGLIONO SOTTOPORVI DEL MATERIALE. COSA STATE CERCANDO? E COSA ASSOLUTAMENTE NON VI
INTERESSA?

Non siamo dei grandi conoscitori di narrativa di genere, per fare un esempio: non sapremmo valutare la qualità di una scrittura simile. Idem la poesia. Per il resto, cerchiamo dei pezzi onesti, in cui l’autore non si nasconda. Non significa per forza raccontarci di quando veniva torturato da bambino e costretto a guardare Heidi: ma deve mettersi in gioco, e bene.

LA DOMANDA PRINCIPE: PERCHÉ FATE UNA RIVISTA DI LETTERATURA? NON ERA MEGLIO ANDARE IN DISCOTECA E DROGARSI COME TUTTI?

Pensavamo ci fosse più figa.



sabato 14 settembre 2013

IL MERCATO DEL PESCE


Venghino, siori, venghino!
Ecco cosa bolle in padella.

- Ricordate i Nome? Band fantasma coi testi firmati dal sottoscritto e produttrice dei singoli “Le cose succedono” (più di 100.000 visualizzazioni su YouTube!) e “Io non riesco più a stare zitto”? Bene, stanno (stiamo) per tornare. Nuovo singolo, nuovo video, nuovo cantante. Diciamo a metà ottobre. 

- Per coloro che si sono lamentati del fatto che i romanzi di Eleonora C. Caruso e Marco Lazzarotto non fossero ancora disponibili in e-book, Indiana è lieta di annunciare che gran parte del catalogo è ora in versione digitale sullo store di BookRepublic. E presto per i fan di Eleonora ci sarà una novità in arrivo.

- “Roland macchine e animali”, la manifestazione letteraria che l’anno scorso a Milano ha incontrato un grande e inaspettato successo di pubblico, sta per tornare. Segnatevi le date: 27/28/29 settembre. A giorni il programma con tutte le novità, e sono parecchie.

Bella lì.